Certa carta

rogo di libri, Pedro Burruguete

1. Indietro come le palle dei cani (o come il codino dei maiali) è, per esempio, la nostra ossessione per i libri. Intesi come supporti, oggetti culturali indivisibili, pregni di significato in sé. Intesi come unica fonte attendibile e accettabile di coscienza e conoscenza.
Possiamo ritenerci colti solo quando conosciamo, maneggiamo, possediamo tanti libri.
Sono infinitamente (e ingiustificatamente) orgoglioso della distesa di carta, in bella mostra come fila disarmonica di dorsi legati, che mi tiene lontano dalle pareti di casa mia.
Ne compro tantissimi, ne maneggio tantissimi.
Alcuni mi richiedono mesi (e, quando li ripongo, periodicamente mi saltano tra le mani quasi fossero dotati di volontà propria), altri minuti.
Alcuni (pochissimi) vanno a tassellare la parte, perché mi servono. Altri (pochi) si incastrano tra gli altri, perché mi raccontino chi sono (o, meglio, chi vorrei essere). Altri ancora (la maggior parte) vanno a finire in scatoloni (in cantina o in discarica).
Tutti gli altri strumenti del comunicare, tutti gli altri supporti e formati e tutti gli altri paradigmi di fruizione e interazione non hanno lo stesso valore d’uso e cognitivo del libro.
Quasi che a leggere un blog, a guardare i contenuti speciali di un DVD, a navigare una webzine, a sfogliare un giornale o ad ascoltare suoni da un iPod si perdesse tempo. Tempo prezioso da dedicare alla lettura del libro.

2. Blook è l’acronimo per blog book, cioè quel tipo di libro, sempre più emergente, che nasce componendo e ricollegando i pezzi di un blog. Non è particolarmente difficile che un editore ti chieda di farlo (è successo anche a me e, prossimamente, te ne parlo) e, da blogger ingenuo, tendi a considerarlo un punto di arrivo. Io, per esempio, ne sono stato (e ne sono) molto onorato. Ne sono stato anche molto orgoglioso. Sto cercando di superare questa fase. Un libro, oggi, non può essere un obiettivo o un traguardo. Ne sono convinto. I supporti atti a ospitare i progetti – anche in forma meditata, rielaborata, strutturata, eccetera – sono tantissimi.

3. La qualità media dell’editoria mi pare dignitosa. Probabilmente è anche più alta di quanto fosse solo venti anni fa. Sono i picchi a essere stati livellati: si scostano pochissimo dalla media.
Trovo pochissimi libri che valgano la pena di una lettura integrale: un capitolo, un’introduzione, una prefazione, una conclusione… Giornali da leggere da copertina a copertina non ne conosco. E così film che non mi rendano apprezzabile il fast forward, dischi che non richiedano l’uso del tasto skip, …

4. Per sentirmi vivo, per tentare di capire quello che mi succede attorno, sono costretto a saltare dalla pagina di un libro al canale di una stazione, da un filmato in un archivio alla rubrica di una rivista, dalle pagine di un portale ai post di un blog. Poi, completamente incasinato, mi fermo e parlo con gli amici e con i conoscenti. Non arrivo mai da nessuna parte, ma mi pare di aver assunto la consapevolezza che il libro (inteso come oggetto intero e indivisibile) sia oggi un manufatto – un oggetto sociale, direbbe qualcuno – utile ma non imprescindibile. E comunque uno degli oggetti sociali possibili.

5. Per capire se c’è qualcuno con cui confrontarmi su questa sensazione mi guardo attorno. E, siccome, sono incoerente fino al midollo, mi rivolgo – per prima cosa – ai libri.
Ne guardo tre (tra quelli che sto leggendo, saltando da una parte all’altra, in questi giorni).
Il primo è Che fine hanno fatto gli intellettuali? di Frank Furedi. Il sociologo è scandalizzato da due cose: la prima è che ci si possa laureare senza aver letto un libro dall’inizio alla fine; la seconda è che quando racconta questa aberrazione, gli altri accademici lo tacciano di chiusura mentale. Triste dirlo, ma in questa diatriba ci sono accademici che hanno ragione.
Il secondo è Come parlare di un libro senza averlo mai letto di Pierre Bayard. Si tratta di un saggio di cui si è molto scritto alla sua uscita francese. Ora, leggibile da molte più persone nella sua edizione italica, potrà essere oculatamente ignorato dai recensori. La tesi di Bayard è che la cultura di un uomo non si misura dal numero di libri che ha letto, ma dalla capacità di collocare i libri che non ha letto nel campo del sapere, tra gli altri libri. E spiega come farlo.
Il terzo dovrebbe essere, almeno nelle intenzioni, il più distante dalla cultura bibliocentrica: Sans papier, ontologia dell’attualità di Maurizio Ferraris. Mi piace molto la semplicità con cui parla di oggetti sociali che possono essere testi, documenti e tracce. Mi piacciono gli assunti e rischio di abbassare la guardia. Però, a un certo punto, la centralità del libro riemerge, vestita di apocalisse. La carta non finirà mai perché è l’unico modo certo per preservare i testi. Il maelstrom indotto dall’evoluzione tecnologica continua rende incerta la leggibilità di qualsiasi supporto digitale nel tempo. Un file si perde come lacrime nella pioggia. Scripta – su carta – manent.

6. Allora abbandono la carta e mi sposto altrove. Leggo i post di un blog che parla molto di tecnologia: quello di Luca De Biase, direttore di Nova 24. Mi aggiro tra intuizioni interessanti, notizie di rilievo sull’evolvere dei supporti e degli strumenti, acquisizioni e fusioni societarie, … Tutto bene, ma anche là qualcosa stride. Sotto l’influenza di Nick Hornby (che cura una rubrica sulle letture su “the believer”), a De Biase scappa il post settimanale sui libri comprati e i libri letti.

7. Dove sto sbagliando?

Annunci

12 pensieri su “

  1. Spari, anche tu in un anelito di falsa modernità ripudi la storia? Un’altra bella mente persa sotto al rullo della globalità e dei new media.
    Adesso inizierai a scrivere di XML e WEB 2.0?

    Il bibliotecario di Alessandria

  2. bibliotecario: mi pare una buona idea. Farò così.

    scrittore fantasma: grazie, ma ho smesso (è la risposta standard che do a chi mi fa domande standard… altrove si direbbe spam)

    Chiara: non so. A bruciapelo mi viene il giudizio tranchant. Un bravo studente che studia. Le cosa con sfar e sfar e trondheim mi piacciono (socrate – con quella magnifica pagina iniziale – e potron minet, che però è il pezzo di un ciclo e solletica la mia dipendenza da serialità). Il riduttore di velocità mi ha emozionato quando l’ho letto. Isaac il pirata mi ha preso per sfinimento (il primo mi sembrava pieno di idee, gli altri tre che ho preso non me li ricordo più e non sono neanche certo di averli letti: a che volume è arrivato?)

  3. Belin, quante belle cose che hai scritto.
    Quindi mi taccio su quasi tutto per non rovinarlo e vorrei rifletere sulla carta.
    Ancora più oggetto del libro che essa costruisce.
    Sparirà? Non sparirà? Avremo veramente schermi organici pieghevoli a basso costo? con un wifi che ci scarica il giornale quotidiano ed una memoria da qualche terabite per conservarci tutto? (le vendono già da un bel po’, non è fantascienza)
    Non è vero che scripta (su carta) manent. La biblioteca di Alessandria lo dimostra e c’è un problema. Lo scritto è analogico e come nel gioco del passaparola, si modifica di riscrittura (salvataggio) in riscrittura. Ciò che leggiamo oggi NON è quello che fu scritto nel 1300.
    Sono convinto che non sia vero che il supporto digitale è effimero. Non lo possiamo sapere perché non passa mai il tempo necessario per dimostrarlo, tra una modifica e l’altra. Certo i floppy erano assurdi, si piegavano, i diskette avevano componenti meccanici che li graffiavano, gli hard disk testine che stavano a pochi micron da un disco che girava a velocità folli. Bastava una distrazione del controller per distruggere tutto. Adesso arrivano le memorie dove nulla si muove. Vedremo, ma già per poche decine di euro posso avere tre copie del mio lavoro su tre oggetti diversi. Non meno effimero di un librio di carta, che brucia ed ammuffisce e si sbiadisce se lasciato al sole. Ci sembra che la carta sia più robusta perché ha già dimostrato di resistere al tempo, ma NESSUN Tex supererà l’anno 2100, se non quelli curati dai restauratori.
    La carta sopravvive solo perché stampata in tante copie oppure perché rara e quindi collezionabile, preziosa, degna di essere conservata.
    Cos’è che “manent”? la riproduzione. Ecco che la carta ci sembra eterna perché ogni singola scrittura viene riprodotta (clonata?). Che si faccia lo stesso con le memorie; ed un vantaggio:
    un giorno, che saremo tutti morti, ci saranno memorie tridimensionali che in un metro cubo conterrano TUTTO lo scibile umano. 10 metri cubi, dieci scibili umani

  4. Di Cristophe Blain è molto molto molto bello Carnet d’un Matelot.
    La storia raccontata con illustrazioni (splendide) del suo servizio militare nella marina francese. Racconta molto meglio in questo modo che per fumetto. Probabilmente le Reductor de Vitesse è speciale proprio perché ambientato su una nave immensa ed è la marina, e il viaggio, che lo hanno nutrito di storie da raccontare. In Isaac, sempre ambientato in viaggio con una nave, manca l’esperienza diretta di un periodo storico che non è il suo anche se c’è un tentativo di immedesimarsi nel protagonista. Un artista che viene strappato dalla città e messo su una nave ostile, dove col disegno si guadagna la stima dei barbari (in pratica il racconto di come è nato Carnet d’un Matelot). Donjon, si deve pur far qualcosa per vivere, ed essere divertenti è più che sufficiente.

  5. X Paolo: volevo leggere Gus e pensa che alla fiera di Amor di libro di Varese c’è tutto uno standino ( tavolino ) con un sacco di cose interessanti ho notato lì alcune cose di Blain… ma Gus l’ho visto su Fumo di china

    X anonimo 5 e 7: cercherò questo carnet mi hai incuriosito.. magari in Francia. Grazie a tutti e due

    Chiara

  6. Si, #5 e #7 sono io D. mi sono scordato l’iniziale finale (ha ha)
    Chiara, Carnet è in formato cartonato edito da Albin Michel. Mi sarebbe piaciuto in una edizione più curata e meno anonima.
    Prendilo in mano e sfoglialo, o ti piace molto (come a me) o non ti dice niente, una delle due.
    Ricorda un po’ i romanzi illustrati di Futuropolis, tipo Teorema (Pasolini illustrato da Baudoin). Belli ma potevano fare molto di più (parlo della forma).
    Sembrano molto meglio Carnet Polaire e Carnet de Lettonie, che però non ho mai avuto sotto agli occhi (Casterman)

    D.

  7. te l’ho detto che Furedi è un rompipalle “rigorista”, ma molto figo?
    L’ho capito iniziando a leggere il suo libro. Che non ho finito.

    matt

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...