Ero convinto di essere guarito

Lo scheletro del cavallo

1. Ne ero convinto. Sul serio. Tutto orgoglioso, mi rotolavo, felice come uno scarabeo che spinge la sua palla di sterco, nella certezza di non avere più bisogno della mia ossessione per i fumetti. Perché – mi dicevo – in fondo sono solo segni su carta: robe stampate, spesso indecorosamente, e prive di senso. La vita va vissuta e arricchita di storie raccolte dappertutto. Mica si può parlare sempre di fumetti.
Perché dovrei perdere il mio tempo inseguendo le ossessioni altrui, troppo spesso più alimentari che comunicative?

2. Perso in questo ragionamento, mi dicevo anche che ho molte altre cose che mi interessano: le storie, le tecnologie, le forme muliebri, l’organizzarsi delle società…
Non riesco più a leggere romanzi, al cinema mi addormento, non riesco a giocare un videogioco per più di due ore, la tecnologia mi affascina per le potenzialità e mai per il suo concretarsi in prodotti e servizi, la corioretinopatia si è portata via un po’ di vista in questa primavera di cosce scoperte, mi producono disagio tutte le forme di religione organizzata, mi fanno schifo tutti i partiti di destra e tutti i politici di sinistra…
Bel modo di dimostrarsi attento ai propri interessi.

3. I fumetti invece ancora mi piacciono.
E, come diceva Paolo Conte, non si capisce il motivo.
E’ umiliante.

4. E ci penso continuamente. Mentre faccio altro. Mentre penso ad altro. Inconsapevolmente (ma mica sempre). Mi chiedo il motivo di questa ossessione e credo di averlo capito.
Il fumetto è una pulsione bassa. La tensione di un narratore verso la violazione dei codici. Si fanno fumetti per mischiare le carte, per usare mezzi che gli altri non hanno ancora usato. O per usarli in modo diverso.
La storia del fumetto è una lotta impari contro le forme e i formati. Contro il formato voluto dai rivenditori, le volontà degli editori, le segmentazioni del pubblico, le aspettative del lettore, …
Il fumetto è questo punto di rottura, cui tendevano e tendono – talvolta inconsapevolmente – Toepffer, McCay, Feininger, Herriman, King, Rubino, Tofano, Kurtzman, Gandini, Lauzier, Magnus, Feiffer, Spiegelman, Scòzzari, Baru, Ware, Peeters, …

5. Esiste poi un altro fumetto fatto di normalità e media. Di rispetto dei vincoli, delle forme e dei formati.
Il fatto che il fumetto che mi interessa e quell’altro fumetto si chiamino allo stesso modo mi è insopportabile.
Come mi è insopportabile l’assurdo paradosso che vuole che i due fumetti vivano in simbiosi, avendo bisogno l’uno dell’altro.

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8 pensieri su “

  1. Leggere fumetti ad occhi chiusi nella notte per vedere,
    se è così difficile morirne.
    Chiamale se vuoi, passioni.
    La stessa cosa vale per la figa.

  2. D’Inkiostro, quà non si capisce un cazzo. Che cher fosse un pirla l’avevo chiaro ma gli altri anonimi chi sono? L’ultimo (il trè) deve essere un morto a servizio di bonelli o di giondò.
    Un altro anonimo (il quattro)

  3. quarto: cher è un pirla. Va bene. Ma è il mio pirla! Ti proibisco di paragonarlo a #3 che non è mio e non lo so mica se è vivo o morto.
    Solo una cosa… Chi è giondo?

  4. Bella cazzata, spari.
    Tutto buono, quasi fino alla fine.
    Poi ti confondi e parli di cose che, a naso, manco leggi più o se lo fai, lo fai con disattenzione.
    Il fumetto, grazie a dio, è uno.
    E’ gento come te che lo divide in quello che va bene (leggasi, quello che ti piace) e quello che non va bene (quello che non ti piace).

  5. No, #7.
    Non è una cazzata. E’ una questione centrale. S’incista nelle motivazioni degli autori e dei lettori.
    Certo chiamiamo fumetto quello che fai tu e quello che fanno quelli che sono capaci, ma non significa che si debba necessariamente tollerare questa imprecisione semantica.
    La violazione delle aspettative – mie, tue, dell’editore, del direttore responsabile, del direttore editoriale, dei lettori, dei distributori e dei rivenditori – è al centro di tutti i punti nodali della storia del fumetto. Perché è vero che la storia è un processo (e quindi non può essere valutata a botte di salti quantici) ma anche nei processi si riconoscono degli stati.
    Pensaci (è facile, anche per te).
    Per aiutarti ti faccio un esempio geografico (scatenandomi su uno dei mondi produttivi del fumetto che conosco meno: quello nipponico), tentando periodizzazione.
    1. Hokusai viola il formato dominante di forma narrativa sequenziale dei suoi tempi (incisioni su legno in fila per raccontare storie, nell’ambito della corrente più articolata ukiyo-e).
    2. L’importazione di un formato editoriale inglese (Punch Magazine) scatena la tradizione punchi-e.
    3. L’importazione di strisce usa (sicuramente bringing up father ma ce n’erano altre che non ricordo) modifica i formati di racconto ritmato su 4 vignette.
    4. I cartoni fleisher e disney scatenano osamu tezuka.
    5. La volonta di smarcarsi dalla semplificazione di segno e i ritmi di pubblicazione produce il gekiga
    6. …

    Ognuno di questi eventi produce una rottura rispetto alle aspettative di chiunque e – poco dopo, direbbe l’acceso utilizzatore di didascalie fumettistiche – attiva uno dei formati destinati a diventare dominanti. Prima la volontà di raccontare utilizzando al meglio quella commistione di parole, immagini e grafica (e, come conseguenza l’innovazione, che spessissimo tiene anche decenni dopo) poi la ripetizione.
    Entrambe fumetto? Il dizionario dice di sì. Ma il dizionario è una macchina per delimitare le appartenenze.

    Due cose:
    1. Guarda che non lo so mica se le risposte che do alle domande che mi pongo sono giuste. Potrebbero essere stronzate (e potresti avere ragione tu… non ti illudere, però: hai torto marcio). Ma sono certo che il fatto di rifiutare la domanda, nascondendosi dietro “è gente come te…” fa schifo. Perché rappresenta il tuo arroccarsi nella parrocchietta del vulimmose bene dei fumettisti. Accetta la domanda e tenta una risposta.

    2. #7, se dici chi sei, magari riesci a essere più incisivo nelle dichiarazioni di appartenenza. Però, se dici chi sei non puoi più dire quello che pensi perché vivi in un mondo in cui il montanellismo è un valore: bisogna sempre avere le stesse opinioni di tutti quelli che ti ascoltano.

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