La posta di Spari

il postino di van gogh

A proposito di quanto dico qui, #7 commenta:

Bella cazzata, spari.
Tutto buono, quasi fino alla fine.
Poi ti confondi e parli di cose che, a naso, manco leggi più o se lo fai, lo fai con disattenzione.
Il fumetto, grazie a dio, è uno.
E’ gente come te che lo divide in quello che va bene (leggasi, quello che ti piace) e quello che non va bene (quello che non ti piace).
#7

No, #7.
Non è una cazzata. E’ una questione centrale. S’incista nelle motivazioni degli autori e dei lettori.
Certo chiamiamo fumetto quello che fai tu e quello che fanno quelli che sono capaci, ma non significa che si debba necessariamente tollerare questa imprecisione semantica.
La violazione delle aspettative – mie, tue, dell’editore, del direttore responsabile, del direttore editoriale, dei lettori, dei distributori e dei rivenditori – è al centro di tutti i punti nodali della storia del fumetto. Perché è vero che la storia è un processo (e quindi non può essere valutata a botte di salti quantici) ma anche nei processi si riconoscono degli stati.
Pensaci (è facile, anche per te).
Per aiutarti ti faccio un esempio geografico (scatenandomi su uno dei mondi produttivi del fumetto che conosco meno: quello nipponico), tentando periodizzazione.
1. Hokusai viola il formato dominante di forma narrativa sequenziale dei suoi tempi (incisioni su legno in fila per raccontare storie, nell’ambito della corrente più articolata ukiyo-e).
2. L’importazione di un formato editoriale inglese (Punch Magazine) scatena la tradizione punchi-e.
3. L’importazione di strisce usa (sicuramente bringing up father ma ce n’erano altre che non ricordo) modifica i formati di racconto ritmato su 4 vignette.
4. I cartoni fleisher e disney scatenano osamu tezuka.
5. La volonta di smarcarsi dalla semplificazione di segno e i ritmi di pubblicazione produce il gekiga
6. …

Ognuno di questi eventi produce una rottura rispetto alle aspettative di chiunque e – poco dopo, direbbe l’acceso utilizzatore di didascalie fumettistiche – attiva uno dei formati destinati a diventare dominanti. Prima la volontà di raccontare utilizzando al meglio quella commistione di parole, immagini e grafica (e, come conseguenza l’innovazione, che spessissimo tiene anche decenni dopo) poi la ripetizione.
Entrambe fumetto? Il dizionario dice di sì. Ma il dizionario è una macchina per delimitare le appartenenze.

Due cose:

1. Guarda che non lo so mica se le risposte che do alle domande che mi pongo sono giuste. Potrebbero essere stronzate (e potresti avere ragione tu… non ti illudere, però: hai torto marcio). Ma sono certo che il fatto di rifiutare la domanda, nascondendosi dietro "è gente come te…" fa schifo. Perché rappresenta il tuo arroccarsi nella parrocchietta del vulimmose bene dei fumettisti. Accetta la domanda e tenta una risposta.

2. #7, se dici chi sei, magari riesci a essere più incisivo nelle dichiarazioni di appartenenza. Però, se dici chi sei non puoi più dire quello che pensi perché vivi in un mondo in cui il montanellismo è un valore: bisogna sempre avere le stesse opinioni di tutti quelli che ti ascoltano.

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18 pensieri su “

  1. infatti! ad esempio ci sono quelli che dicono che è anche hentai quando si usa la proboscide di un elefante o un formichiere

    cher

  2. In realtà non ho problemi con il nome, è il tuo blog che è scomodo. Roberto Recchioni.
    Ora veniamo al punto: hai fatto un bellissimo ragionamento che mi sento quasi di condividere. Paccato che non ci capi una minchia con quanto dicevi nell’altro intervento.

    Alla fine, il senso dell’altro intervento, a cosa si riduce… al fatto che per te esiste il fumetto buono e quello cattivo.
    Peccato che il fumetto sia un media, UN media. Che poi produce cose interessanti o meno, buone o meno.
    Non esistono “i cinema”. Esiste IL cinema, che poi si declina nelle sue varie accezioni.
    Ora ripempimi pure di raffinate elucubrazioni e contorti ragionamenti per confutare quello che è, innegabilmente, un dato di fatto.

    RRobe, il tuo affezionato n.7

  3. Quanto sul “violare” i vicoli invece, la penso alla tua stessa maniera.
    Anzi, ti dico di più: non è nemmeno un diritto di un fumettista farlo, è un dovere.
    Che poi tu non veda dove o come viene fatto nel fumetto popolare (territorio molto più difficile di quello del fumetto d’avanguardia o underground), spiacente, ma è un problema tuo.

  4. solo una cosa da poco:
    esistono “i cinema”
    ci proiettano i film.

    n’antra cosa
    i vicoli
    quelli, li violo io

    forse voi fumettisti popolari violate dei “vincoli”
    e, sono convinto che i maestrini della minchia come Spari non lo capiscano, però non è che magari, anche di là, nel tuo confessionale (che leggo con inspiegabile frequenza), invece di fare cicisbeismo, ce lo spieghi a quelli tardonetti come me?

    con tutta l’antipatia che ti puoi immaginare

    boris

  5. e comunque, quello che veramente è interessante non è quello che si declina in varie accezioni, ma ciò che si coniuga in eccezione.

    con rinnovata disistima
    boris

  6. Mi sa che avete ragione tutti.

    Oltre “ai cinema” ci sono anche “i fumetti” sono quelli che si comprano. E ci sono dei fumetti belli e dei fumetti brutti.
    Quelli brutti, però, io non li leggo, perché costano tanti soldini che non voglio spendere.
    D.

  7. Rrobe, sono contento tu abbia dato un volto a #7.
    Riassumo gli eventi:
    1. La frase (mia) che ti ha indispettito è
    Esiste poi un altro fumetto fatto di normalità e media. Di rispetto dei vincoli, delle forme e dei formati.
    Il fatto che il fumetto che mi interessa e quell’altro fumetto si chiamino allo stesso modo mi è insopportabile.
    Come mi è insopportabile l’assurdo paradosso che vuole che i due fumetti vivano in simbiosi, avendo bisogno l’uno dell’altro.

    2. Le frasi che mi sembrano chiave nel tuo discorso sono:
    a. Peccato che il fumetto sia un media, UN media. Che poi produce cose interessanti o meno, buone o meno.
    b. Che poi tu non veda dove o come viene fatto nel fumetto popolare (territorio molto più difficile di quello del fumetto d’avanguardia o underground), spiacente, ma è un problema tuo.

    3. Hai esploso il contenuto di queste due frasi in un post sul tuo blog (http://prontoallaresa.blogspot.com)

    Ora, tutto bene. Ma… Emergono due temi. Il primo si riferisce alle appartenenze, il secondo al mezzo.
    Sono due questioni centrali su cui sto cercando di lavorare (è uno dei progetti personali di cui dicevo nel post dello YAWP) e temo che il risultato delle mie pensate mi richiederà un sacco di tempo e di pagine (di carta o internet non so dire). Siccome mi preme risponderti, dovrò accontentarmi di un’approssimazione e una sintesi.

    La questione dell’appartenenza si riferisce alla necessità di costruire barricate che ci contraddistingue un po’ tutti. E ha delle ripercussioni forti sulla definizione che diamo di fumetto e sugli studi e sui discorsi che facciamo intorno a esso (la sua storia, i suoi confini, le periodizzazioni, le analisi critiche, …).
    Per quale motivo parlando di normalità e media starei parlando di fumetto popolare contrapponendolo al fumetto d’avanguardia o underground?
    Gli autori di fumetto che ho citato sono Toepffer, McCay, Feininger, Herriman, King, Rubino, Tofano, Kurtzman, Gandini, Lauzier, Magnus, Feiffer, Spiegelman, Scòzzari, Baru, Ware, Peeters, …
    Li conosci? Herriman e King facevano strisce quotidiane e pagine domenicali per il mercato dei giornali statunitensi. Rubino e Tofano pagine con le rime baciate sul corriere dei piccoli. Kurtzman comic book, Magnus tascabili neri da edicola. Baru fa albi cartonati…
    Ho parlato di formati dominanti e di violazione delle aspettative. Perché, quando parlo di fumetto fatto di normalità e media ti senti tirato in causa?

    La questione del mezzo è forse anche più interessante. Perché parli di un contenitore, enfatizzando la sua natura di strumento e di linguaggio, e poi lo utilizzi sempre come fine, come scopo.
    Perché fai fumetti? Perché vuoi farli.
    Prova a rispondere a questa domanda: Chi pianta chiodi nel muro perché vuole usare il martello?
    A me vengono solo tre risposte: a. bambini; b. persone annoiate e poco intelligenti; c. persone che sono obbligate a farlo per mestiere (per esempio per il controllo di qualità).
    Il fumetto è un linguaggio! Il fumetto è un medium!
    Perché devo accettare queste verità dogmatiche?
    Vogliamo parlarne con un po’ più di serenità e ripartendo dai fondamentali.
    Back to basics

    Un’altra cosa. Quando mi dici che fare fumetto popolare (qualunque cosa sia) è più difficile di fare fumetto underground (qualunque cosa sia), mi stai raccontando i tuoi problemi di autore. Mi dispiace, leggo e non ho tempo da perdere. Autore, spostati e fammi fare il mio sporco mestiere di lettore.

    Ciao
    P.

  8. E’ perché di “formati dominanti” hai parlato che mi sono sentito tirato in causa.

    p.s.
    che il fumetto sia un linguaggio non è una “verità dogmatica” ma una mera constatazione di fatto. Non altro.
    Negarlo sarerebbe come dire che l’acqua non è baganta.
    Il resto davanti alla birra.

  9. Ma un linguaggio può essere uno strumento.

    Perché parlo? e perché uso quelle parole per farlo?

    Per piantare un chiodo posso usare anche una pistola ad aria compressa.

    Il mare è il mezzo, il surf è lo strumento, lo scopo è andare da un onda all’altra.

    D.

  10. comunque, a proposito di mere constatazioni di fatto, mi sembrava che la semiotica da anni (circa la metà degli anni sessanta) non identificasse più nel linguaggio il carattere intrinseco del fumetto, ma lo considerasse solo uno dei suoi tanti aspetti.

    bah!

  11. Eccerto, D., che un linguaggio è uno strumento. (è che c’è in giro un sacco di gente che cita mcluhan come se fosse una collezione di aforismi e senza averlo letto).
    Il mare non è il mezzo. Il mare è il supporto.
    Quando parli non usi un linguaggio ne usi un po’. Combini parole, ti muovi, sei vestito in un dato modo… Sei (voce del verbo essere, non il numero).

    abbraccio
    P.

  12. certo che c’è differenza. Al mezzo, appunto, ci passo o mi ci fermo attraverso. Al supporto ci passo o ci sto sopra.

    stracci
    critico senza niente da criticare

  13. Mmmm, non ne sono così sicuro, sulla stare sopra o esserci dentro.
    Non è polemica, ma dato che non ne so niente, chiedo lumi.

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