SdImp (036 / 040)

copertina di John Doe 48

036. “Eprouvette” de l’Association, con i suoi tre volumi e 1500 pagine in dodici mesi, è la pubblicazione intorno al fumetto più rilevante tra quelle uscite negli ultimi anni. E’ bellissimo “Eprouvette”, anche se l primo volume del trittico si apre con una clamorosa bugia illustrata. Dice (cito – e traduco – a memoria): il fumetto è un’arte in ritardo; tutta l’arte è morta ma il fumetto no; perché il fumetto non ha avuto… il postmoderno.
Cazzata!

037. John Doe 49. E’ vero sono un lettore distratto Specie quando leggo fumetto seriale italiano. Però sono anche un lettore abbastanza colto. Nen leggevo John Doe da un paio d’anni. Ho preso questo numero perché sono suscettibile e se mi si dice che parlo di cose cui non dedico neanche il più distratto tra gli sguardi un po’ mi incupisco. La lettura dell’albo vola. E poi vola anche il fascicolo. Perché quelle pagine, scritte da Recchioni e disegnate da Rosenzweig, sono dosate col metronomo del bonelliano. Ognuna di esse, come insegna Alfredo Castelli, si apre con un punto di domanda e si chiude con un punto interrogativo. O viceversa. Il fumetto usato come un linguaggio e ogni pagina una frase. Ogni frase si chiude con una parola pungolante. Detto in altri termini, ogni pagina è il paragrafo di un romanzo (o la scena di un telefilm). E nell’ultimo quadro la battuta arguta. Perché quando fai bonelliani, ti dedichi al fumetto con l’invidia del racconto televisivo. E, nel caso di Recchioni, con una gestione dei dialoghi estratta di peso dal cinema degli anni Ottanta. L’arguzia dialogica di John Doe non presta orecchio a Elmore Leonard (e neanche a Quentin Tarantino); si accontenta di Mario Cobra: il crimine è una piaga e io sono la cura.

038. Ma non è un problema di Recchioni- La questione è connessa al formato e investe tutti gli autori che ci si dedicano. Lo tsunami Tiziano Sclavi ci aveva illuso che fosse possibile raccontare un fumetto fantastico complesso. In realtà Sclavi era (oggi non più) un mago dell’intertestualità. Puro genio postmoderno messo al servizio di una cultura bizzarra e vastissima. Da Sclavi una generazione di sceneggiatori ha tratto trucchi e tecniche. Ma niente genio e pochissima cultura. Impossibile tenermi appiccicato alla sedia se le storie in cui vivi sono riletture postmoderne di terza o quarta mano.

039. E c’è un’altra questione poi: il fumetto di realtà. Assecondando lo slogan del romanzo a fumetti, non si parla d’altro. Ma la storia del sistema di narrazioni che chiamiamo fumetto è stata caratterizzata da un’attenzione spasmodica al reale anche quando parlava di altri mondi possibili. Negli USA il fumetto seriale riesce sempre a non scordarsi del mondo in cui vive il lettore. Le strisce e i fumetti di supereroi riescono spesso a mantenere un contatto con la realtà sociale, politica e culturale. Pensa a Daredevil, ad Authority, agli Ultimates, … (non sto chiaramente montando un discorso qualitativo). Anche in Italia c’è stata una stagione di fumetto popolare attento al mondo. Da Diabolik ai tascabili neri, da Valentina Melaverde a Martina e da Mister No a Ken Parker. Poi basta. Che cazzo è successo? Perché ho la sistematica sensazione che allo sceneggiatore di bonelloidi non sia consentita la lettura del quotidiano.

040. “Credo che una letteratura cominci a migliorare quando i lettori diventano più esigenti, meno conformisti, e capaci di reazioni forti di fronte a un libro” (Alfonso Berardinelli, 1985)

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35 pensieri su “

  1. questo però è un post dei tuoi classici a cui hai messo i numerini per fare scena, dai…

    io non sono più uno sceneggiatore bonelloide e non mi sento ancora uno sceneggiatore diaboliko e quindi parlo con due piedi fuori e mezzo dentro all’ambiente di cui parli (sì, ho un’anatomia un po’ strana). Anche io sento – da lettore – questa mancanza di riflessi del nostro mondo all’interno fumetto popolare italiano (da autore un po’ meno, ma io sono sicuramente più di levello come lettore che non come autore)

  2. Caro Spari, mi fai un piacere da amico? Butta via 2,70 euro e compra Dylan Dog 250. Poi mi(ci) dici cosa ne pensi.
    Io ne penso che Bonelli dovrebbe vendere la casa editrice e licenziare tutti. Va bene fare la Caritas dell’autore per fumetto italiano, ma almeno permettimi il “soddisfatti o rimborsati”. Io quei 2,70 li voglio indietro.
    Quello che è divertente, in questo DD, è la tirata sui “dirigenti”.
    Ma non si rendono conto che (come GPII nella celeberrima canzone dei Litfiba) stanno dalla parte sbagliata della barricata?
    D.

  3. TRUFFA!
    Non bastano dei numeri per far bella la casa!!
    Ridateci gli spari d’impulso o ridaceti i soldi!!!!

    (la frase di berardinelli è proprio scontata)

  4. A me sembra che questa breve discussione in particolare sui testi di Jhon Doe sia un po’ di retroguardia.
    Certo, da una parte possiamo dire che qualunque numero di JD (o di Zagor, per dire) vende molto ma molto di più di qualunque graphic novel.
    Dall’altro si può dire che i numeri dei fumetti seriali sono in continuo calo mentre quelli dei libri in continuo anche se contenuto aumento.
    Ma se guardiamo il prodotto in sè, a me sembra che sia datato comunque.
    Il postmoderno di Dylan Dog, durato grosso modo sino ai numeri 70/80, ha probabilmente chiuso il ciclo del fumetto popolare del secondo dopoguerra.
    Tutto quello che esce ora, a prescindere dai gusti e dalla qualità (io mi immergo con piacere in Dampyr, Magico Vento, Gea e JD) rappresenta gli ultimi bagliori di un passato che non tornerà più, almeno se proseguirà questo sviluppo tecnologico che consente di disporre di un numero variegato e consistente di piattaforme comunicative.
    Quindi, a che serve ridimensionare o esaltare JD?
    Vi piace? leggetelo. Non vi piace? non leggetelo.
    Vi occupate di fumetto a tutto campo? è opportuno che ne seguiate le vicende. Siete specializzati in fumetto seriale? dovete leggerlo. Vi interessano i lavori sperimentali, di tendenza, d’avanguardia, anche internazionale? lasciatelo perdere. non c’entra niente con quello di cui vi occupate.
    Siete studiosi del linguaggio? JD è un epigono post moderno, interessante perché realizzato da una casa editrice non certo leader di questo formato, ma che ha un suo pubblico che lo segue.

    e via relativizzando…

    Mic Gin

  5. Quindi, a che serve ridimensionare o esaltare JD?
    Vi piace? leggetelo. Non vi piace? non leggetelo.

    Ha scritto queste frasi.
    Ergo è uno scemo.
    Con gli scemi non c’è discorso.

  6. ed ecco che puntualmente il blog scade in una palestra di insulti.

    clap clap clap clap

  7. @403: è vero. è una truffa. Ho spacciato altro per spari dìimpulso. A mia discolpa posso dire solo che è nato nello stesso modo.

    @all: avete ragione tutti sulla frase di berardinelli. Sto vivendo una fascinazione per i suoi scritti (e soprattutto per le sue teorie sul saggio) e mi lascio prendere la mano.

    #3, 4, 5, 7 e 8: i vostri sono commenti anonimi. Ritenetevi cancellati.

    MicGin: Non ho capito niente (o, per lo meno, quello che mi sembra di capire non mi piace: ma sono abituato ad avere dispiaceri e questa casa non è un albergo).
    Mi sembra che nella cose che scrivi manchino solo “nella misura in cui” e “le convergenze parallele”.
    Io volevo dire:
    – tiziano sclavi ha spostato il modo di raccontare fumetto sulle regole auree dell’intertestualità. Gli riusciva perché era (è?) un uomo colto. Un altro esempio di autore che si comportava così è Neil Gaiman (altro maestro dell’intertestualità).
    – Poi Sclavi ha smesso di mostrarmi (a me, il lettore) rispetto.
    – la successiva leva di sceneggiatori italiani di stampo bonellide replica le meccaniche del narrato di scuderia ed emula la miscela di rinarrazioni sclaviane.
    – questo gruppo di autori, di cui John Doe è prodotto paradigmatico, non ha la stessa erudizione e intelligenza di Sclavi (e bada che non sarebbe un male se non fosse che il gioco e le regole imposte sono le stesse)

    Questo volevo dire.
    Tu, cosa volevi dire?
    Perché nel tuo elenco non è previsto il lettore curioso e ostinato?
    Quello che quando legge storie non si occupa di niente. Non è storico, adepto del fumetto seriale o delle sperimentazioni, sociologo, massmediologo o cazzobuffo. Quel lettore esiste (te lo garantisco). Perché lo (mi) vuoi classificare?
    Per difendere John Doe, poi? .

    Ciao
    P.

  8. Il mio parere da ione coglio è che valutare e paragonare fumetti sul numero delle vendite non ha senso.
    Sarebbe come valutare la bellezza di una donna dal numero di persone che la riconoscono. Rosi Bindi sarebbe tra le prime dieci in classifica. Lo sappiamo perché ce lo dice Spari che interpretando uno bravo e famoso dice: il 99 percento del fumetto è merda.
    Un po’ come per chi andrà in Paradiso. Ci vanno in sei ma c’è chi è convinto di essere salvo solo perché blatera da una finestra a qualche milione di persone.
    John Doe l’ho letto per due anni. Alla fine del primo iniziava ad annoiarmi alla fine del secondo ha finito di annoiarmi. Il fumetto seriale annoia, qualsiasi fumetto seriale annoia, è nella sua natura.
    D.

  9. appunto D. le vendite sono semplicemente un parametro utile in alcune circostanze. infatti ho scritto che il fenomeno dei fumetti in libreria è oggi più significativo rispetto a quanto accade nelle edicole, nonostante numeri ancora lontanissimi. e che ovviamente in buona parte non possono essere che così.

    MicGin

  10. ho scritto che è una discussione inutile fatta così.
    Poi ovviamente ognuno dice quello che vuole. anche gli anonimi sfigati.

    quel che volevi dire tu e che hai spiegato nel commento 9 mi trova completamente d’accordo.
    ma nel post principale mi davi l’impressione di aver scritto per reazione, perché in qualche modo punto sul vivo.
    a me non me ne frega nulla di fare delle gerarchie di qualità e spiegare che sclavi è più importante e bravo di bartoli e recchioni.
    se mai, mi interessa spiegare perché esiste oggi anche JD e provare a ragionare sul perché DDog si trova in una crisi creativa forse irreversibile.
    Anch’io sono rimasto deluso dal 250, ma sono rimasto impressionato dallo sforzo produttivo.
    Mi sembra che il maggior utilizzo del colore sia la risposta editoriale alla crisi del fumetto da edicola.
    Ma il punto è se il fumetto da edicola può avere un futuro e che futuro può avere questo specifico circuito editoriale.

    MicGin

  11. E’ importante poi quando scrivi al 039: Perché ho la sistematica sensazione che allo sceneggiatore di bonelloidi non sia consentita la lettura del quotidiano.

    Forse l’editore ritiene che il suo lettore non voglia ritrovarsi il quotidiano nei fumetti che compra in edicola. Intendo penso quello che intendi tu: il vero quotidiano, quello che si vive sul serio.
    Ma il quotidiano c’è comunque. In quasi tutte le testate bonelliane il quotidiano è uno sfondo teatrale, utile a fare da cornice alle storie. I riferimenti sono numerosissimi: il traffico, l’inquinamento, la vita di coppia, i rapporti di lavoro e tantissimo altro.
    Ma questi elementi sono ridotti a simulacri evocativi.
    Poi il discorso andrebbe declinato testata per testata. Infatti sono convinto che ci sia più quotidiano nel Tex ristampato oggi da Repubblica che nei DDog di questi ultimi anni.

    MicGin

  12. hey! Sei il solito apodittico.
    E allora rilancio.

    1- il narratore bonelloide non legge quotidiani o settimanali, ma (se va bene) Ciak e Filmtv. Se è ‘anternazzionale legge pure Premiere. Oggi però legge di più di 20 anni fa. Peccato siano solo i diari di banco degli amici (detto blog). Come si illuda di raccontare al mondo di oggi, non si capisce.

    2- il narratore bonelloide vive il sogno che la Forma Bonelliana sia un mantra, un idealtipo, un Ente filosofico in grado di rappresentare il “Raccontare”. E non solo di farlo in modo migliore di tanti altri (un Ruju o un Recchioni si credono più “saggi” di un Andrea Bruno o di un Mattotti), ma anche a-storico. La Forma Bonelliana per loro non è un oggetto immerso nella Storia, ma un’idea immutabile. Come loro stessi, forse. Chissà.

    3- il narratore bonelloide è l’altra faccia della medaglia del narratore marveloide. Quello là si sbatte un casino per cercare di usare i personaggi e le regole marveloidi per provare a interfacciarsi col presente. A questo qua piace giochicchiare con le regolette e gli schemini bonelloidi (altri non ne conosce), e se magari je riesce – siccome è un tipo furbo – butta lì un paio di ammiccamenti a qualcosetta di cui ha sentito al tg o dagli amici. C’è sempre la possibilità di dire “sono un animalista convinto, e secondo me questo è un grave problema oggi”. Come non riescano a distinguere il qualunquismo dall’impegno, è un altro mistero.

    4- per il narratore bonelloide, la massima prova di impegno a documentare il mondo e le sue trasformazioni, è proprio essere postmoderno. Chissenefrega dei problemi delle nuove forme della criminalità (Daredevil), delle derive nelle grandi istituzioni pubbliche (Ultimates), o del potere in genere (Authority). Per il narratore bonelloide è importante dialogare su Gaiman e Bendis, scherzare su Lost e Grande Fratello, giocare con 24 e Heroes. A prescindere dal perchè e per come queste altre cose esistano, e cosa abbiano dato, e cosa possano suggerire come piste per raccontare in altri contesti. Eh già: come il narratore bonelloide riesca sistematicamente a dimenticarsi di vivere in Italia, è davvero curioso.

    mast

  13. Il narratore bonelloide non è una categoria uniforme al suo interno.

    Ecco i nomi di alcuni di loro attivi nell’ultimo anno:
    Moreno Burattini
    Gianfranco Manfredi
    Luca Enoch
    Carlo Ambrosini
    Guido Nolitta
    Mauro Boselli
    Tito Faraci
    Paola Barbato
    Claudio Chiaverotti
    Giancarlo Berardi
    Alfredo Castelli
    Claudio Nizzi

    Mi sembra che i punti 1-4 di mast siano dei luoghi comuni che non reggono se andiamo a guardare cosa raccontano alcuni dei narratori di cui sopra.

    Invece penso sia unificante il formato, pur nelle sue varianti.
    E sia unificante anche un certo modo di produrre questi personaggi, che comunque alla fine omologa il prodotto nonostante le forti differenze filosofiche (e qualitative, mi permetto) che possono esserci tra un Magico Vento e un Tex attuale.

    MicGin

  14. Tra l’altro, quanti narratori bonelliani oggi in servizio hanno meno di 35 anni?
    Non è che conterà anche questo scarsa presenza di giovani con idee nuove?
    Quanto un Lorenzo Calza, che è giusto attorno ai 35 anni, ha perso in originalità e acquisito in professionalità andando a bottega per anni da Berardi?

    MicGin

  15. l’intervento di mast mi stava entusiasmando fino a che non ho letto quello di micgin, che mi ha fatto l’effetto di una manganellata nelle palle data con educazione

    Disincanto Frustrato

  16. ehilà.
    Aggiungo un paio di cose:

    5- micgin dice che il “quotidiano” “c’è comunque” nel fumetto bonelliano. Vero, come negarlo? Ma il problema verò è che parlare di ‘quotidiano’ – un’idea a dir poco generica – non serve certo a a valorizzare il bonelliano né a polemizzare pro o contro cose diverse come Authority o Jessica Abel. Mi pare un’idea inservibile per capire le differenze culturali tra fumetto bonelliano ed altre forme. Infatti, un conto è generica presenza di temi ‘contemporanei’, altro è l’allusione a questioni di attualità, e altro ancora l’esplicito lavoro su di essi. Altrimenti facciamo una inutile marmellata con dentro Palestine, Nana e Tex, e andiamo afinire che Boselli è un interprete della realtà al pari di Joe Sacco, cose che nessuno penso voglia sostenere.

    6- troppa attenzione alle differenza tra un Nizzi e un Castelli, una Barbato e un Berardi, temo ci allontani dal punto in questione. Che è la “salute” e la funzione oggi della Forma Bonelliana (et similia), come diceva Spari al 038 e 039. Ed è qui che viene il magone. Non solo perchè i bonellidi paiono avvitati su se stessi e sul solo piano fantastico “di genere”, più che interessati a confrontarsi con la realtà (vedi anche solo Authority, Daredevil e svariati lavori jap; oltre che tanti cosiddeti romanzi grafici). Ma anche perchè nell’ambito della serialità prende sonore sberle da tutti i vecchi concorrenti internazionali : serie tv, molte serie francesi, troppe serie di supereroi… Una tempo leggere Dyd (ma anche Nathan Never, in fondo) era leggere serialità pio meno d’avanguardia. Oggi leggere John Doe è leggere serialità di buona fattura. Un po’ come la differenza tra vedere la fiction del RIS e la serie CSI: tutto ok per una mezzora spensierata, ma una volta entro la Forma Bonelliana accadeva di restare persino stupiti, spiazzati, sfidati.

    mast

  17. mast
    c’era niente di stupente, spiazzante, sfidante, nella forma bonelloide. neppurmanco venti anni fa.
    eravamo più giovani. più creduli. bastava forse una storiella come Morgana a farci credere di stare leggendo una cosa intelligente e spiazzante.
    Era fuffa allora. E’ fuffa adesso.
    Tex faceva cagare quello di papà bonelli come fa cagare quello di Nizzi.
    E’ che allora a mangiar pane e merda il popolo era più abituato. Adesso nella merda devono ficcarci gli effetti speciali.
    Ma è sempre la stessa sbobba.

  18. Però sta anche crollando il “nuovo fumetto francese”. L’errore è stato serializzare? Vogliamo solo piatti unici e magari un dolce prima del caffé.

    D.

  19. Cioè, D, stai dicendo che ha ragione jc menu quando indica in collane come poisson pilote l’inizio della fine e l’inginocchiarsi del “nuovo fumetto francese” al 48cc (il cartonato di 48 pp a colori)?

  20. Peste!
    Boris, non sono per niente d’accordo.
    Sto rileggendo le storie di tex dell’epoca glbonelli. E’ evidente che se vogliano essere seri e non infantili il disegno sia povero, poverissimo, e l’immaginario tradisca un’immagine di terza mano di cosa era veramente il west.
    Ma proprio sul mito del west, glbonelli gioca parlando di giustizia, inventando un eroe assolutamente insolito che “raddrizza” i torti con un coraggio e una durezza morale incredibile. quella non è merda per il popolo ma è cibo calorico che ti fa andare avanti, sperare e sognare.
    alcuni decenni di tex hanno contribuito a formare la coscienza di un certo numero di italiani.
    penso che dylan dog abbia avuto una funzione simile.
    ora questi prodotti non hanno più la stessa diffusione e quindi il loro ruolo è ridimensionato. qui si dice spesso che è la qualità di questi prodotti ad essere in discussione.
    io mi chiedo se non sia il prodotto stesso ad avere dei problemi.
    in questo senso il colore potrebbe essere una risposta non adeguata e tardiva. forse.
    MicGin

  21. caro chef D. del piatto unico,
    permettimi di dissentire.
    A me dei piatti unici o delle portate in serie me ne frega poco.
    Quando sono seduto a tavola voglio cibo gustoso, e come lo progettano i cuochi in cucina mi frega poco.

    Quel che voglio dire è che se si continua a mettere i problemi sul tavolo in termini di “la serializzazione ha fatto del male” (come quel che dici rispetto alla Francia), non andiamo molto avanti.

    Esempio: una volta Dyd era quantomeno “assai avvincente & originale”, e Supercar o Miami Vice, lo erano anche loro, a volte anche meno. Oggi DyD o Tex o Julia prendono solo sberle da CSI, Lost o Sopranos. Il che mi pare evidentemente un problema né di budget né di media (fumetto vs. tv), ma eminentemente creativo e formale.

    Sul Tex di una volta visto come caso di serialità bonellide di elevata qualità, e coraggio quasi “d’avanguardia”, concordo solo in parte. Ma di certo passare a guardare indietro ci torna a portare fuori strada. Qui il problema del post di Spari è che JohnDoe è di buona fattura, me manca di creatività “spessa”. E il probelam non è solo suo, diciamo “intrinseco”, ma riguarda molto probabilmente la Forma Bonelliana, che pare sempre più una forma (format&formato insieme) arretrata. In questo senso, guai a spiegare il Tex di oggi con quello di ieri…

    mast

  22. mic
    quello che dici spiega tante cose sugli italiani, e aumenta le responsabilità della famiglia bonelli.

    Spari
    a quella cosa lì
    Thierry Groensteen
    ci dedica un intero capitolo
    molto molto critico verso gli editori tutti
    nel suo ultimo libro (La bande dessinée. Un objet culturel non identifié, editionsdel’AN2, 2006).

  23. Boris: La prima volta che ci incontriamo io ti porto plates bandes di menu (o il numero del comics journal in cui dice le stesse cose in una lingua comprensibile) e tu mi porti il libro di groensteen (e me lo racconti con parole alla mia portata).

    Ci ho messo un po’ per capire la battuta sulle responsabilità della famiglia bonelli. (ero anche tentato di metterci una didascalia)

    A proposito di serializzazione. Ieri, nel solito negozio di fumetti, la mia commessa preferita aveva scovato dei vecchi volumoni kitchen sink dedicati a eisner. Sto leggendo e rileggendo storie di spirit (stampate grande, che per me – in questi giorni – è un gran pregio) e devo dire che quella serialità funziona anche quando è ingenua (ma forse eisner e feiffer ingenui, in quel periodo, non riuscivano proprio a esserlo). Vogliamo provare a confrontare la grandezza dell’eisner vincolato dai ritmi produttivi dell’inserto (7 pp di spirit la settimana) con quella (secondo me minore) del graphic novel (qui è lecito perché lo usava lui per definirsi).
    Nel mucchietto c’era anche “the art of will eisner”, fatto all’inizio degli anni 80 (quindi al gn si riserva pochissimo spazio). E c’è un capitolo dedicato agli anni in cui faceva pubblicità e albi didattici. Appena lo leggo, probabilmente ci torno su.

  24. Scusatemi…
    Posso dire che al vostro ragionamento e alle accuse di Mast manca un pezzetto?
    Così come tra il dire e il fare c’è di mezzo “e il”, tra l’orrendo autore bonelliano e il fumetto che poi esce in edicola c’è di mezzo un’intera redazione.

    Egli.

  25. ok torniamo a spari

    non è il caso di allargare il campo?
    è consentita una lettura del quotidiano agli autori italiani in generale?
    Gli autori italiani desiderano leggere il quotidiano, al di là di utilizzarlo come fondale scenografico?

    Butto lì una considerazione: non è che troppo spesso i nostri autori giocano di rimando, copiando stili, modi, tecniche, testualità di altri linguaggi o di altri paesi?
    Si può fare un buon fumetto italiano senza partire da un proprio specifico?
    Un esempio: Gipi parte da un proprio specifico biografico e sociale. Ci sono voluti anni e anni ma oggi rappresenta un’idea di fumetto italiano anche all’estero.
    Molti altri autori italiani invece riproducono, copiano, replicano, citano, giocano con film americani, stili da cartonato francese, telefilm etc etc
    Possono venir fuori anche ottimi prodotti di intrattenimento, ma spari vuole ben altro, giusto?

    MicGin

  26. scusate, partivo da questa frase di spari ma non è venuta riprodotta:
    Da Diabolik ai tascabili neri, da Valentina Melaverde a Martina e da Mister No a Ken Parker. Poi basta. Che cazzo è successo? Perché ho la sistematica sensazione che allo sceneggiatore di bonelloidi non sia consentita la lettura del quotidiano

  27. Egli: hai ragione se stai dicendo che la colpa non è dei soli autori ma di tutti quelli che – in misura diversa – insistono sul processo di produzione di quelle cose. Però non mi sembra di essermene dimenticato. Chiarisci meglio cosa intendi, per favore?

    MicGin: Stai dicendo che il problema del distacco dal quotidiano non è solo degli autori di fumetto popolare? Hmmm… Interessante e probabilmente molto vero.
    Mi fai degli esempi per vedere se ho capito?

  28. D’accordo.

    Esempi anni ’80. Buona parte degli autori di Orient Express, dai Saudelli ai Giardino non hanno certo affrontato il quotidiano italiano. Poi non per questo sono mancati i capolavori, vedasi il Che di Magnus.
    Al contrario Frigidaire, in particolare all’inizio, è stata gigantesca nel rappresentare gusti, ansie, tendenze e espressioni del mondo giovanile di allora.

    Esempi anni ’90. Linus ha lasciato solo alla satira il compito di raccontare l’attualità. Non ha penso quasi mai voluto giocare la carta del fumetto. Al contrario l’ha fatto Cuore, con i lavori di Mannelli, Gipi, Scalia, che hanno avuto solo il torto di essere racconti brevi quasi mai poi raccolti in libro.
    Comic Art ha pubblicato fumetti d’attualità solo perché proposti da determinati autori, come Pazienza.
    Blue (che c’è ancora oggi) è stata presente in questo ambito a tratti. Per non citare sempre Gipi, ricordo Ribichini e la Scarpa.
    Mondo Naif ha avuto un ruolo importante, ma poi i suoi stessi autori non sono adeguatamente cresciuti assieme ai loro lettori e la rivista ha perso gradualmente il suo mordente. oggi esce quando può ed è ridotta a valido catalogo di possibilità da tradursi in libri.

    oggi. Becco Giallo c’è d’ufficio e guarda caso riesce anche a vendere libri (di solito) non certo di qualità raffinata (con tutto il rispetto per gli autori). Gli altri operano secondo altre logiche. Kappa, 001, BD, Eura, San Paolo e tutti quei pochi altri che producono fumetti italiani cercano innanzitutto buoni lavori legati a generi di intrattenimento e se si occupano di temi veramente legati al reale lo fanno perché questi sono rappresentati da autori già affermati.

    Penso che il libro a fumetti aiuti ad occuparsi d’attualità, a interpretare il quotidiano.
    Ma penso appunto che il problema non sia solo del fumetto seriale.

    MicGin

  29. hai ragione, c’è questo rischio. ho tenuto insieme un po’ tutto.
    ma so che qui ci sono interlocutori intelligenti 😉

    micgin

  30. Uno sta via un attimo e guarda che cosa succede.
    Spari: Il Poisson Pilote (secondo me e non so cos’ha detto JCMenu in proposito) ha avuto il difetto di formattare i “loro” fumetti e renderli invisibili quando messi di costa insieme a tutti gli altri.
    mast: mi stai dicendo quello che ti pi
    La serializzazione di DOnjon è tutt’altra cosa rispetto a DD e Bonellidi vari. Il motivo lo sappiamo tutti e basta dire Blutch per capirci.
    Leggo il gionale di bonelli nell’ultimo Dampyr (si, l’ho comprato all’edicola di un apese di 20 anime in montagna, insieme a Topolino) Dylan Dog Color Fest. Leggo gli autori, so già che storie NOIOSE scriveranno. Noia a colori cavoli che bello.

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