Immagini lucchesi

lucca dall'alto

Immagina Lucca. Con le sue mura. Con i suoi abitanti. Con i suoi ristoranti, a volte anche ottimi, e i suoi ristoratori, a volte insopportabili.
Immagina Lucca. Con il suo festival finalmente ricondotto nel centro della città e con lo tsunami di folla che si riversa tra quelle alte mura. Con i giocatori, quelli dei games, che mi indispettiscono. Con i cosplayer che continuo a trovare insopportabili. Con i collezionisti con la mancolista nella mano destra e la speranza in fondo al cuore che sono anche peggio.
A Lucca ci sono stato per tre giorni e ne porto a casa immagini che rischiano di diventarmi molto care.

Lo sconforto negli occhi della traduttrice del primo dei comics talks. Ho il sospetto che Brian Talbot e Brian Wood non abbiano capito di che cosa si sia parlato quella sera. Sicuramente il pubblico della sala magnus sta ancora chiedendosi il perché dell’ostinato rifiuto a tradurre le risposte dell’inglese e dell’americano.

Paolo Bacilieri che si guarda attorno tra lo smarrito e il sornione e mi mette di buon umore con la sua sola presenza.

Lo sguardo esasperato di ausonia che mi chiede “Non hai letto PHPC?” e, mentre cerco di sfuggire alla domanda, mi pianta scocciato tra le mani il libro, sfoggiando una sicurezza che mi affascina tantissimo e dicendomi: “Non puoi leggere fumetti nel 2007 se non hai letto PHPC!”

Il “Sono qui per vincere!” di Lorenzo Sartori alla comic battle.

L’aria di casa della self area.

I fumetti di Federica Del Proposto.

Puma dei cani che mi aiuta a fotocopiare Nubi 2 nella versione art attack e Luca Vanzella (self comics) e Andrea Pasini (cani) che, nella self area sotto lo sguardo vigile di Lorenzo Sartori (cani), mi aiutano a montare le fotocopie. Ti rendi conto? Il dilettante della fanzine che viene assistito nell’assemblaggio dai maestri di cerimonia di due delle più importanti realtà dell’autoproduzione italica.

Francesca Ghermandi che è bellissima ed è naturalmente simpatica.

Claudio Calia ed Emiliano Rabuiti che sperimentano una combinazione di birra e campari tutti soddisfatti della scoperta.

Boris Battaglia in incognito, con figlio, moglie e cane, che c’era sempre qualcuno che mi diceva: “ho visto uno col cane che sembrava Boris ma non poteva essere lui: guardava il figlio giocare allo stand della multinazionale del topo”.

La frase ricorrente di Matteo Stefanelli: “scusatemi ma sono afono”.

La stroncatura negatami da Fumo di China che, a firma Fabio Licari, parla bene del mio librino sottolineando di passaggio la mia spocchia.

Le cartoline, distribuite dagli hamelin per promozionare il nuovo festival Bilbolbul, che fanno capire che l’autore cui quest’anno saranno dedicati mostra e convegno è l’immenso Gianni De Luca.

La naturale cazzoneria di Pasquale La Forgia.

La strada basculante su cui pedalavo per tornare all’hotel Napoleon dal Velvet, locale in cui si teneva la festa di self comics e del cui gin tonic ho un po’ abusato.

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44 pensieri su “Immagini lucchesi

  1. …e buona che era!
    la nuova bevanda si chiama:
    “Sbirz!”.
    alla salute!
    un abbraccio
    emiliano
    p.s. quando sentirò in giro per l’Italia ordinare lo sbirz, allora chiederò il copyright, che sarà equamente suddiviso col calia e con andrea pasini, il nostro ispiratore.

  2. Ciao Interdonato, non ci conosciamo di persona, credo, ma io da parte mia ho letto attentamente la fanzine telematica “Nubi” e varie cose dal tuo blog, perché incuriosito dall’uscita del tuo libro “Spari d’inchiostro”, che non ho letto ancora.
    Mi fido però del giudizio di Licari, quantomeno sulla “spocchia”! 🙂 (Si fa per scherzare, non t’offendere). Ma che c’hai contro i cosplayer e i giocatori di ruolo? Io non sono né l’uno né l’altro, ma vivaddio, a ciascuno le sue passioni. Mi pare che anzi in Italia i veri integrati siano i lettori di manga, che si ritrovano fra di loro a vari livelli per attuare insieme vari tipi di pratica di condivisione, e i veri otaku italiani (“autistici” del collezionismo, anche qui, lo dico ironicamente e gioco d’enfasi) siano i tanti che, come tu noti, con mancolista alla mano vanno alla ricerca di chincaglierie editoriali per tappare i buchi delle loro raccolte. Eppure anche loro hanno tutto il diritto di fare quello che fanno, se ciò li soddisfa a livello emotivo e intellettuale.
    Mi pare insomma che se i cosplayer o chi altri non ti piace stiano alle fiere del fumetto e dei giochi come Lucca (“comics and games”, nomen omen…), il problema è più che altro tuo… non vedo perché attaccare così… ma insomma, questi sono i miei punti di vista, poi fammi sapere che ne pensi. Intanto ti saluto e ti rinnovo la mia stima! Che era già implicita, sennò non sarei nemmeno stato a leggere i tuoi interessanti post.
    Marco Pellitteri

  3. Un tenerone.
    Davvero puccettoso.

    Rispondo con una googolata in tema:
    “Ci consoliamo facilmente delle disgrazie dei nostri amici, quando servono a mettere in mostra la nostra tenerezza per loro”
    (La Rochefoucault)

    😉

    ms

  4. Hola Marco (guarda che qui quello milanese come una cotoletta sono io – vabbé, non è vero – quindi dovrei essere io quello autorizzato a chiamare gli altri per cognome),
    Licari ha ragione da vendere. Sono spocchiosissimo e assai fiero della mia puzza sotto il naso (era un po’ che non ne ricordavo l’esistenza a chi passava da queste parti: ehi, non mi sono mica rammollito!).
    Perché se dico che trovo insopportabili cosplayer e collezionisti cerchi di mettermi nella posizione di chi viola i loro diritti più elementari?
    Hanno il diritto di fare la loro cosa e io mi sento in diritto di trovarli insopportabili.
    Mi causa repulsione fisica l’odore delle stalle e cerco di non entrarci.
    Mi fa schifo il tifo calcistico e cerco di minimizzare i miei contatti con i tifosi.
    Mi fanno schifo quelli che puzzano di sudore in metropolitana e mi ci allontano.
    Mi fanno schifo i fascisti e non ci discuto.
    Mi causano disagio i cosplayer che mi passano accanto con i loro dannati spadoni di gommapiuma.
    Mi causano disagio gli assicuratori, i banchieri e gli accademici.
    Eppure qualche volta mi tocca di interagirci (alcuni sono anche cari amici – tra i banchieri e gli accademici e non tra i cosplayer).
    Non mi sento in colpa e non ho intenzione di guarire.
    p.

  5. Allora ciao PAOLO 🙂
    Guarda, non so quanto possa durare lo scambio telematico perché spesso è deleterio. Volevo segnalarti semplicemente che, pur libero ciascuno di dire la sua, chi si occupa di fumetto e dei mondi a esso affini secondo me potrebbe provare a lavorare su sentimenti di maggiore empatia con coloro che in vario modo sono pure lettori di fumetti. Magari non di Satrapi o Ware, ma comunque lettori. Il fatto che un cosplayer – il quale è tale perché prima è stato, ed è tuttora, lettore di fumetti o spettatore di anime, o videogiocatore, o combinazioni delle tre attività – si vesta da Sampei ragazzo pescatore per me è un fenomeno a cui guardare con curiosità, e la persona è da rispettare comunque, visto che non fa male a nessuno. Ti consiglio quindi il bel libro del tuo/nostro amico Luca Vanzella, che oltre ai Self Comics si è acutamente occupato anche di cosplay in “Cosplay Culture”.
    Quanto alla tua fine strategia retorica del rincaro (cosplayer, stalle, tifosi, fascisti…), insomma, non mettiamo insieme cose che non c’entrano le une con le altre… E poi siamo sinceri, non è che se uno ti fa antipatia senza che ti abbia fatto qualcosa di male, puoi dirlo sic et simpliciter, perché ti va. Cioè, tecnicamente puoi, e infatti l’hai fatto, ma non mi sembra che in questo modo si lavori in termini costruttivi. L’insofferenza che hai per i cosplayer (e per altri gruppi limitrofi, sai, quelli che vanno in giro con gli spadoni rivestiti di gommapiuma) potrebbe essere tramutata in un tentativo di dialogo per fare scoprire a Sampei e a Lady Oscar qualche opera di Craig Thompson o di Joe Sacco o di M.A. Martin. Ma vuoi mettere al prossimo Lucca Comics assegnare un premio cosplay a un tizio vestito da Brian the Brain?
    Un’ultima cosa, dimmi che ne pensi: dato che ti fa schifo chi puzza in metropolitana devi essere stato contentissimo che questa Lucca Comics si sia svolta in varie sedi. Perché quello che ho notato in tutte le edizioni alle quali sono stato (prima di quella del 2007) era l’odore forte nei padiglioni, provocato dall’accumulo di umori corporei, condensa, e aria viziata. Ma la colpa non era tanto delle persone quanto dell’areazione. Ci può certo essere chi si lava meno di te, ma pazienza.
    Grazie per il puccettoso a ms, chiunque sia.
    Ciao
    Marco Pellitteri

  6. Marco, il puccettoso era rivolto all’amico Spari, che si è sdilinquito in un post dooolce, pieno di amore per amici e compagni di strada.
    Per un rude come lui, voleva essere un insulto.

    ms

  7. Hey! Ho l’ideona!
    L’anno prossimo partecipiamo tutti al campionato di Cosplay Artistico!

    Qualcuno può fare Jimmy Corrigan. MicGin fa la Stefi della Nidasio. Il buon Boris, che gli piace sbevazzare, potrebbe travestirsi da Upside-Downs di Verbeek.

    E poi facciamo ancora di meglio, “un tentativo di dialogo per fare scoprire a Sampei e a Lady Oscar qualche opera di” Picasso, Duchamp, Rauschenberg o Michaux, che a me mi fanno tanto ridere.

    Io mi travesto da Guernica di Picasso, ok? Spari fa i “sacchi” di Alberto Burri.

    Chi cacchio fa Kandisky?

    Un bambino (sempre più) disperato

  8. Minchia, ma siete proprio snob! Guardate che già il buon MicGin si è vestito da Aristocratico uno o due anni fa alla festa cosplay organizzata dal CFAPAZ in occasione dell’inaugurazione delle nuova sede. Io ero il presidente della giuria… quindi Michele e la sua banda vi hanno preceduti. Fra l’altro uno dei cosplayer della prima ora già nel 1998 o ’99 si era vestito da Corto Maltese, però molti (cosplayer e fumettari “doc”) lo cambiavano per Capitan Findus, quindi l’anno dopo si vestì da Capitan Harlock, evidentemente più noto e amato. E’ la J-pop, bellezza.

    Marco Pellitteri

  9. un’ipotesi di dialogo: comic talks + conferenza di luigi bernardi obbligatoria all’ingresso a lucca

    p.i.

  10. Non capisco la posizione di chi vuol far leggere un tipo di fumetto a chi legge un altro tipo di fumetto.
    Se un legge Lady Oscar perchè deve leggere Joe Sacco?
    Vuol forse dire che chi legge Lady Oscar è ignorante?
    E’ una posizione che non sopporto.

  11. questa deviazione sui cosplayer e sul contrasto di fondo tra aree socialfumettistiche è ormai un classico.
    ma è ormai una querelle superata.
    questa lucca nazional popolare ha ormai messo d’accordo tutti.
    la manifestazione è ormai questa e funziona. e c’è spazio per tutti.
    Marco, scrivi cose condivisibilli, ma l’atteggiamento di Paolo è innanzitutto personale e quindi c’è solo da prenderne atto.
    In secondo luogo è però anche una sorta di demarcazione del territorio.
    Il suo territorio è in parte diverso da quello in cui scorrazzi tu.

    (sono io che voglio bene a tutti e due)

    ps che nostalgia quella serata… mi piacerebbe vestirmi da tex prima o poi… ma anche da partigiano…

  12. @miliano:
    i fancesi nella birra ci mettono una merda simile al campari, un po’ più dolce, che chiamano chassis.
    il risultato è una cosa simile allo sbirz.
    chiamanla piconbiere
    imbevibile. e niete di nuovo.
    didattico stracci

  13. me, poi, una bella festicciola di sperma e spumante ce la farei eccome con cosplayer come giorgia vecchini francesca dani o maria emiliozzi. altro che schifo.
    e se a loro ci fa piacere mi vesto pure da barbapapà.

    ancora vostro
    stracci travestito da critico

  14. Marco:
    Secondo me c’è un errore di fondo.
    Non sono un sociologo. Non sono un evangelizzatore.
    Del bene della comunità del fumetto poco m’importa.
    I cosplayer mi sembrano interessanti come fenomeno sociale (e infatti di Vanzella ho letto la tesi prima che diventasse libro) ma non intendo né studiarli né viverli.
    Il fatto che ci sia uno con la pelle dipinta di blu, le ali di gommapiuma e le lenti a contatto giallo, non mi infastidisce (anzi, un po’ sì perché sono un bel po’ perbenista).
    Il fatto che mi si debba buttare addosso mi tedia. Credo sia difesa dei miei spazi vitali.
    Non sono un analista dei fenomani sociali.

    Il fatto che per paralare di fumetti uno debba essere un sociologo mi appare inusuale. Il problema è che nell’analisi dei testi a fumetto i sociologi hanno preso il posto dei semiologi.

    Che vogliamo farci: sono un tenerone puccettoso molto poco affettuoso.
    That’s all…

  15. Primadonna Isterica (riferito a chi firma, non al padrone di casa, avevo gia` cercato di spiegartelo, ma te niente) che facciano confusione con Paolo Interdonato e` una prerogativa dei lettori di questo blog o proietti qualcosa di te stesso su chi ti legge? a proposito chi e` il bambino disperato, e poi Duchamp si scrive con la cappa, dukamp, invece mi fa piacere che costantini e` ragionevole per una volta sono d’accordo con lui, se uno si veste come lady oscar non capira` mai un cazzo di joe sacco…no, forse non e` questo che ha detto

    dai, rissa rissa rissa

  16. niente male la polemichetta.
    Spari, sembra i “vecchi tempi”: “non ci sono più i post di una volta”, ecc., ecc.

    Concordo con gianluca. E non con michele. Anche la difesa dei “valori” di un campo è un metodo che non mi convince.

    I territori diversi esistono, ed è una cazzata pensare che i conflitti culturali si possano sanare a tavolino o dall’alto, imponendo (la scuola? la politica?) all’uno di fare (o far leggere) l’altro.
    Non dimentichiamo che i cosplayer e i lettori di joe sacco vengono da tradizioni non solo fumettistiche, ma anche da gruppi sociali diversi. E che rivendicare l’appartenenza ad un fumetto o all’altro è anche rivendicare la propria identità ecc.., e blablasociologici che ci (?) piacciono tanto.

    E quindi che problema è? A Paolo i cosplayer non piacciono. E allora?
    Michele: secondo me mescoli i diritti “da lettore” con quelli “da professionista” (quali sono alcuni tra noi). O sbaglio?

    Poi, vabbe’: sui cosplayer ho detto la mia su “nubi”. E anche se era una specie di gioco, mi convince di più parlare di indigeni contro civilizzati, che non di più/meno ignoranti. E certo non per fairplay.

    Ah: mi piace un sacco l’affermazione di paolo: “Del bene della comunità del fumetto poco m’importa”.
    E io che pensavo che questo fosse un blog sulle politiche culturali per il fumetto di domani…

    ms

  17. Ormai ho capito che “ms” è il buon Matteo Stefanelli! Ti ho riconosciuto dall’indigeni/civilizzati, che avevo letto su Nubi.
    Qualche nota cumulativa…
    – Non mi pare proprio che oggi i sociologi abbiano sostituito i semiologi nel parlare di fumetti, anche se per certi aspetti mi sembrerebbe ora! 🙂 La differenza fra i due tipi di approccio è che i semiologi (e i linguisti, e gli studiosi di letterature) studiano soprattutto i testi, e i sociologi soprattutto i contesti. Cioè, a me interessa soprattutto cosa fanno le persone intorno a quei testi. Poi naturalmente un approccio non esclude l’altro, e infatti è molto difficile studiare cosa fa un cosplayer, e capire per bene il tutto, se non si sa anche almeno un po’ che cosa legge, cosa gli piace ecc.
    – Per quanto riguarda la contrapposizione (o la contiguità?) fra indigeni e civilzzati, mah, Matteo, così mi pare molto “baricchiana”… istituisce una sorta di scala di valore, o comunque la suggerisce. Però mi interesserà vedere come e se la svilupperai in modo più compiuto.
    – Quando ho suggerito che sarebbe bello che un cosplayer leggesse Sacco o autori non manga, è perché secondo me più si conosce e meglio è. Lo stesso vale per chi di norma legge graphic novel “colti”, sarebbe bello ogni tanto leggiucchiare, anche solo per sapere cos’è, uno shojo manga di quelli mielosi… certo, forse confondo fra le esigenze di un “professionista” (qualsiasi cosa voglia dire, nel nostro campo) e “lettori e basta” (ma lo si è mai davvero?): il mio obiettivo ideale è sapere un po’ di tutto – e leggere naturalmente per lo più le cose che mi piacciono, come tutti – mentre quello di chi vuole solo leggere, è quello di leggere solo le cose con cui trova affinità.
    Rimane il fatto che non mi pare siano i “gruppi sociali” a essere diversi fra chi fa cosplay e chi legge Chris Ware, è invece una serie di fattori che non pescano necessariamente dalla composizione dei fattori sociodemografici e dal retroterra culturale degli individui o dei gruppi. Pescano invece dalla storia individuale dei singoli, ed è questa storia individuale, simile in tante persone, che poi ha permesso le condizioni di nascita di determinate comunità e/o sottoculture. Va be’, comunque questo è un discorso che rischia di diventare sociologese e non sia mai che io vi debba irritare con tali fesserie…
    – Ciò detto, vorrei vedere se magari anche la Dani o la Vecchini dopo 10 ore vestiti da Siren o da Venusia non puzzino come un Salvatore qualunque vestito da nonno di Heidi… (la cosa bella è che le cosplayer bone per lo meno scelgono costumi piuttosto parchi di tessuto, quindi…).
    – A Gianluca: dicevo solo che – l’ho scritto pure sopra, scusate se mi ripeto – che un cosplayer che legga fumetti altri può avere un’idea più globale di cosa sono i fumetti, di cosa possono dire e di cosa di fatto dicano; e lo stesso si dà per chi legge altri fumetti: sapere cos’ha fatto negli anni Settanta Osamu Tezuka o cos’ha scritto negli Ottanta Hoshino, non è male per uno che ama il bel fumetto.
    – Paolo: penso ti si sia buttato addosso il cosplayer sbagliato… ma forse il discorso degli spazi vitali ha un suo senso, perché in effetti ho notato che moltissimi amanti del fumetto, che lo vivono come lettura, come dialogo con gli autori, come contemplazione letteraria, come stimolo di riflessione e di godimento estetico (penso tutti, qui), si sentono profondamente infastiditi da altre forme di fruizione di fumetti e forme limitrofe, quando queste avvengano in spazi considerati “propri”. E’ una dinamica psicosociale notevole, ma penso vada superata, perché le cose si trasformano. Se foste andati alla Bordighera del 1965 magari sareste usciti annoiati a morte, l’accento di ricerca era relegato a qualche conferenza, c’era soprattutto una montagna di nostalgici… oggi almeno alle fiere ci sono un sacco di persone diverse, di varie età, con tanti gusti, le fiere sono festival dell’immaginario, il fumetto era la spinta propulsiva all’inizio, ora è uno dei vari campi, è inutile pensare di essere giocatori titolari che stanno per essere messi in panchina, perché non è così; è solo che il gioco si è fatto a più voci e ognuno dice la sua. Mi pare che siano più che altro molti fra i rappresentanti del fumetto a volere che gli altri stiano zitti.
    Marco Pellitteri
    (La differita delle mie risposte è data, come penso le vostre, dal fatto che mi connetto ogni tanto).

  18. ma i civilizzati non possono essere indigeni? a me sembra di si. Se vivono nella civiltà.
    Non è che Stefanelli volevate dire selvaggi? Ma forse qualcheduno si sarebbe offeso.
    Però a far così non finiamo più. Eppoi, come fa ms a dirsi d’accordo con Costantini, seppoi (o prima) mi fa una distinzione tra valori: gli indigeni sono selvaggi ,non sarebbero civili secondo lui. Contrapporre gradi di civiltà non è diverso da contrapporre più e meno ignoranti. nel migliore dei casi è snobismo, nel peggiore razzismo.
    A meno che volesse fare lo strutturalista e dirci che la cultura si forma attraverso lo scontro.
    Ma allora doveva scegliere altre categorie.
    Sennò Tutta l’atropologia buttata a cesso.

    vostro
    Martin Coccai

  19. yeah,
    è partita la deriva sociologica. Capita. In fondo, in Italia “siamo tutti allenatori della nazionale” 😉

    [battuta snob: un punto per Coccai]

    Qui si chiacchiera (e spesso bene), mica si fanno conferenze. Occhio a non sbagliare “mira” (lo dico anche me) quando si parla.

    ms

  20. Matteo, ognuno esprime le sue opinioni secondo quello che è e secondo quello che fa, non è che si debba/possa per forza tarare lessico e contenuti perché questo è un blog; oltretutto mi pare sarebbe un po’ condiscendente verso chi al blog partecipa. Si sta chiacchierando, ma i contenuti non sono sottoponibili a controllo da qualcuno dica questo sì e questo no, che c’è, fai l’arbitro? Penso dovresti limitarti ad argomentare le tue opinioni invece di fare commenti su quelle altrui. Ognuno pensi a sé, che il proprietario del blog pensa a tutti.
    Marco Pellitteri

  21. eppoi, Matteo scusa, per far finta di interessarsi allo strato sociale cosplay giusto per riuscire a trombarsi lady oscar o fujico, ci vorranno mica titoli accademici, no?

    rimartin riccocai

  22. Spari: come vanno le statistiche del blog oggi? Oggi non c’è nessuno su quello da MelissaP. né da Sofri, eh?

    Coccai e Marco: non mi stavo sottraendo a esprimere opinioni. Stavo solo prendendo tempo (il tempo di leggere e scrivere…).

    E comunque.
    Coccai (ciao, piacere: chi sei?): l’idea di parlere di “indigeni” è e resta una metafora, non un paradigma.

    Visto che solleciti spiegazioni, lo faccio (anche se superare le 10 righe in un blog mi fa sentire in colpa..: Marco, guarda che parlavo solo di netiquette). Volevo immagini che rendessero in modo un po’ più plastico del solito una dinamica culturale che, nei discorsi da bar, rischia di essere caricaturizzata.

    Il punto non era spiegare chi “ha ragione” tra autori di fumetto indipendente e cosplayer (e per questo ieri dicevo che apprezzo l’onestà di Spari, quando dice che “del bene della comunità del fumetto” gliene frega poco). A me, invece, piaceva l’idea di raccontare con un’immagine un po’ provocatoria come mai c’è una visibile distanza tra loro. E di cosa è fatta questa distanza. Detto in sociologhese: quali questioni sono in ballo (IMHO, naturalmente) sullo sfondo del rapporto tra cultura fumettistica e mutamento culturale.

    Nello scegliere le immagini mi pareva giusto anche giocare un po’. Spero sia chiaro cosa è Nubi: una fanza in cui si è liberi di giocare intorno a qualche idea. Con tutti i limiti del gioco. L’importante è che siano spunti brillanti, o almeno un po’ utili. Usare parole che evocano dibattiti sulla “civilizzazione” mi pareva una provocazione (ripresa dall’amico GBA, che la usa in un contesto leggermente diverso) utile. Certo non per chiuderla lì, ma per stimolare un po’ di sane prese di posizione; e piccole risse anche in blog pieni di facinorosi…

    [ci sono riuscito con Coccai: un punto per me]

    Prendendo sul serio la provocazione, e qualche reazione su di essa, starei però più attento – e dico la mia sia a Coccai che a Marco – a ai rischi di cadere nei tranelli della retorica giornalistica: per me indigeni non sono selvaggi. E selvaggi non vuol dire né ignoranti né stereotipati “buoni selvaggi” alla Tarzan.

    La questione credo vada un po’ al di là: dal mio punto di vista (che è una osservazione di un fenomeno, né per difendere un campo, né per sostenere mediazioni ‘politiche’ all’interno della comunità..) vedo in scena due diversi rapporti con le forme di produzione dei saperi (“fumettistici”, of course). Gli indigeni hanno un rapporto diretto col territorio, con la terra, e ne sono una più diretta “emanazione”. E i civilizzatori non sono funzionari di regimi orwelliani: i civilizzati non sono delle lavagne ‘scritte’ dall’ideologia di regime, ma un diverso strato culturale, che vive il cambiamento attraverso pratiche e forme istituzionali, più che incarnandolo.

    Credo che i cosplayer siano in linea di tendenza più indigeni che civilizzati. E qui finisce il contributino del gioco sulla fanzine Nubi.

    Certo, credo anche che – al di là di chi vorrebbe ridurre tutto a “ignoranti vs. intellettuali”, che resta una cazzata buona per il bar – esista eccome, dentro al ‘sistema culturale del fumetto’ (e a Angouleme o Lucca lo si vede bene) una dinamica di conflitto culturale fra diversi gruppi sociali. Per chi ama un altro lessico : sembra di vedere una negoziazione all’interno della cultura fumettistica che in questa fase ha ancora, talvolta, forme drammatiche: l’insulto, la provocazione reiterata, lo stigma…

    Che questo conflitto (o negoziazione) non sia un fenomeno di superficie, mi pare importante riconoscerlo. Che oltre a venire da lontano, sia anche radicato in gruppi sociali, andrebbe ammesso senza troppi patemi.

    Che poi a qualcuno questo produca preoccupazione (fra chi teme lo scontro ovvero una “spaccatura” della cultura fumettistica, e chi teme una deriva del sistema ovvero una ‘atomizzazione’ culturale)… beh, parliamone, no?

    ms

  23. Mamma, mamma, ma chi sono tutti ‘sti immigrati stranieri qui? Una volta qui c’erano solo una decina di nevrotici…
    Perchè adesso arrivano anche quelli che non vogliono più fare semplicemente a botte?

    Un bambino disperato

  24. Continuo a non capire. Marco Pellitteri dice cazzate veltroniane buone per qualche libro tunoè tuonoblu quel cazzo che è. Stefanelli invece dice che i cosplayer hanno un rapporto diretto con la terra. Quindi i cosplayer sarebbero i contadini. Ma allora i cosplayer sono il popolo. E voi fumettari i borghesi che quel popolo vuole normalizzare. Ma i cosplayer non si normalizzano mica, sono tanti, sono popolo e senza di loro vi scordate festival come quello lucchese.
    tutto il potere ai cosplayer.
    giorgia vecchini come la luxembourg.

    martin coccai

  25. coccai, in parte ci prendi in pieno: far notare a Spari i rischi di certe posizioni, un po’ da intellettuali borghesucci.. è divertente.

    Se non si fosse capito, provocarsi a vicenda è uno sport spesso interessante (o almeno così pare a me), da queste parti.

    Poi beh, giorgia vecchini è un bell’esempio. Un “caso di studio” non male. Ma di un tipo che non ha più molto a che fare con l’approccio ‘indigeno’ dei cosplayers. A farmelo notare, peraltro, sono stati alcuni cosplayer: ormai costei si sta auto-istituzionalizzando, vendendo – pare – paccottiglia autografa… Il che rende il suo cosplaying una mera simulazione di pratiche di consumo standardizzate e molto più ‘fredde’ dell’energia del cosplaying stesso. Del suo cosplaying “ci fa i soldi” (‘sempre meglio che lavorare’…), ovvero sta abbandonando lo status di fan-performer, passando a quello di una specie di attrice semiprofessionale. Malignando: da “consumatrice attiva”, a “prosumer furbetta”?
    Si starà forse civilizzando? 😉

    “Tutto il potere ai cosplayer”…dove l’ho già sentita…avete mai visitato Japan Expo?

    ms

  26. Giorgia Vecchini non è la sola cosplayer che ha scelto di provare a guadagnare sul suo ruolo di cosplayer brava e bella; addirittura Francesca Dani ha un sito in cui si deve diventare “members” (ah ah) per accedere alle sue foto osé… ritratta come cosplayer. Concordo con quanto detto da Matteo a proposito della trasformazione in prosumer. Tanto che i cosplayer “indigeni”, per usare la metafora, sono arrabbiati con queste cosplayer venali perché “inquinerebbero” la purezza e spensieratezza del cosplay visto come divertimento.
    A Coccai dico solo di moderare i termini. E’ fin troppo facile dire che uno spara cazzate quando non si ha di fronte la persona, oltretutto senza conoscerla. Capisco la goliardia, ma fra persone che si conoscono, non fra estranei. Per la cronaca, l’editore di chiama Tunué.
    Marco Pellitteri
    PS Comunque apprezzo l’acredine dell’insulto in sé: dare a chicchessia del veltroniano è piuttosto pesante.

  27. marco questo blog è così. anch’io mi sono incavolato diverse volte.
    ci sono due tipi di anonimi che provocano: da una parte qualche fuori di testa che lo fa con cattiveria pura, che sarebbe da segare; dall’altra alcuni individui in realtà brillanti: ti prendono per il culo e devi accettare, respirare un attimo e coglierne l’ironia.
    qua funziona così insomma…
    rassegnati 😉

    mg

  28. Sì, Michele, hai ragione, ma avevo ben capito l’andazzo. Rimane il fatto che le buone maniere sono uno dei fattori che mi invogliano a continuare le discussioni. Quindi per me questa è esaurita e mi congedo; ero entrato nel blog prima per avere informazioni su “Spari d’inchiostro” e poi, letti per caso alcuni commenti su Lucca Comics, segnalare un parere a Paolo Interdonato sulla questione dell’insofferenza da parte di vari fan di fumetti verso la frangia più passionale di fan di manga e anime.
    Saluti, a tutti. Paolo, spero di leggere presto il tuo libro!
    Marco Pellitteri

  29. Cosa vuol dire sperare di leggere un libro?
    Un libro si va in libreria lo si ruba o lo si paga e ce lo si porta a casa e ce lo si legge. Oppure si va a chiedere alla propria bibliotecaria di metterlo nei prossimi acquisti della biblioteca di quartiere e di fartelo sapere subito appena arriva.
    Insomma se voglio leggere un libro non capisco che c’entra la speranza… a meno che…
    lo volevi in omaggio!

    martin coccai

  30. martin coccai fai parte del secondo gruppo.
    però una bastonata sul cooopppppino qualche volta ti farebbe bene…

  31. Cazzo!
    Ti sembrerà strano ma anche a me qualche volta capita di rimanere lontano da connessioni di rete per qualche gg.
    (sfighe varie nei gg scorsi)
    Adesso sono appiccicato a un link ridicolerrimo (e infatti è la seconda volta che cerco di rispondere).
    Osservo che vi siete litigati in mia assenza.
    E io chi sono? Il figlio della serva?
    Che non capiti più.
    Abbraccio
    P.

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