Terzo luogo comune il fumetto è letteratura, anzi letteratura disegnata

penna e calamaio

Letteratura disegnata è il grazioso nome che Hugo Pratt aveva deciso di appioppare al fumetto. Gli piaceva proprio. Un amico che lo ha conosciuto e che, per mestiere e volontà, fa fumetto. Mi ha raccontato che Pratt era personaggio estremamente fisico. Stava là ed era grande e grosso, mangiava come un sasquatch, era il mattatore della tavola e, nella borsa, aveva una pistola.
Lo guardavi e percepivi un uomo vivo e vitale. Felice. Uno che mangiava, beveva, dormiva, scopava e, tra le altre cose, faceva fumetti. Questo amico, un po’ alticcio ma assolutamente consapevole e affidabile come sempre, mi diceva: “Vedi? Noi fumettisti siamo gente triste. Chiusi su noi stessi, passiamo le nostre vite incatenati a un tavolo da disegno. Trascorriamo la maggior parte del tempo soli a guardarci dentro. Invece Pratt c’era! Era quello che tutti avremmo voluto essere. Faceva fumetti ed era vivo. E lo vedevi: pesava centoventi chili! Cazzo!”
Quando uno come Pratt ti dice – dileggiandosi – che lui fa il “fumettaro”, tu ci credi. Poi lo capisci se si sente in dovere di prendere le distanze dalla merda, aggiungendo che fa “letteratura disegnata”. E, ancora, ci credi.
Non puoi fare altro. I suoi centoventi chili ti sovrastano.
Io, per un po’, ci ho creduto.
Pratt è un gigante. Sempre.
Tanto quando fa l’isola del tesoro e i racconti brevi di Corto, quanto quando si dedica a pagine fittissime di balloon in cui ha tracciato veloce un paio di facce, quando firma pagine disegnate dagli assistenti, quando non ha più nessuna voglia di raccontare.
Pratt è un gigante. Comunque.
Lui e i suoi centoventi chili.
Letteratura disegnata è una boutade da dopocena che, se non fosse che è stata pronunciata da un gigante, non meriterebbe neanche di essere commentata.
E’ un motto di spirito.
Non chiarisce nulla. Non porta da nessuna parte.

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4 pensieri su “Terzo luogo comune il fumetto è letteratura, anzi letteratura disegnata

  1. Aldilà della solita questione sulle definizioni attorno al fumetto, che teoricamente nobilitano o riabilitano a seconda dello “schieramento”. (questione credo inutile e a binario morto…
    Se ho capito bene nel 2° luogo comune si mette in discussione il fatto che il fumetto sia o non sia arte…
    Poi però nel 3° luogo comune ci scappa secondo me il 4° (che è più trasversale).
    Tipico del “mondo artistico” è proprio la pratica di dare comunque valore a qualcosa perchè l’ha fatta qualcuno che è riuscito a imporsi egli stesso come personaggio. Poi poco importa se dietro al personaggio ci sono meriti tangibili (indubbiamente il caso di Pratt) o meno.
    Si rischia così di andare a toccare una vecchia e annosissima questione. L’opera d’arte esiste in se o solo come appendice mozzata dello specifico artista?
    E’ necessario essere un colosso di 120 kg per essere un grande, passatemi il termine, autore? E se la merda d’artista fosse la mia che non conto un cazzo, varrebbe qualcosa?

    PS. non so se quello che ho detto ha un senso, ma è stata una giornata lunga.

  2. Duccio,
    ma io nelle storie ci credo. E’ l’arte che mi pare concetto ineffabile. Le storie (o più propriamente le narrazioni) si ascoltano, si abitano e si amano. Indipendentemente dall’artisticità vera o presunta delle stesse. Mi capita di emozionarmi di fronte a cose come blade runner, la serie tv dexter, e il comic book di fables. Sono arte?
    Non me ne frega niente. Non ho neanche opinioni in merito. Ricordo un’amica – di quelle colte, che insegnano nei templi del sapere – che, dopo aver affermato che l’uomo alla finestra di ambrosi e mattotti era un harmony, mi ha detto che mattatoio 5 era arte perché scostava il velo e faceva percepire la realtà.
    Il fatto che questa intellettuale (una che vive del suo pensiero e studia da mattina a sera) avesse trovato, nella stessa serata, un oggetto culturale cui accostare un fumetto per muovere disprezzo e una metafora per spiegare un concetto astratto mi ha lasciato ammirato.
    Sono un uomo semplice: mi lavo le mani prima di spostare il velo ché ho paura di sporcarlo (e sicuramente non è mio); un cristone di 120 chili che racconta benissimo storie è un gigante (specie se chi ti racconta aneddoti su di lui è un mingherlino con gli occhiali).

    Quanto al binario morto: è proprio là che voglio arrivare. Ma essendo un ozioso, lento e verboso, ci sto mettendo molto più tempo di quanto ne hai impiegato tu per mostrarlo.

  3. Paolo, è curioso. Domenica sera, casualmente, ho sbattuto dentro a Dexter. Lo sai, lo sai bene, appartengo all’ancient regime dei trastulli visivi, guardo (guardavo) film, lunghi e tosti, non telefilm o serie televisive (e mi annoio pure poco, al contrario di te…). Mi ha folgorato, tanto che ieri sera ne ho divorato altri due episodi. Te ne volevo parlare, perché ci sono mooolte connessioni da attivare. Ma appunto, è arte? Già, chissenefrega. E’ roba che funziona, in qualsiasi modo la vogliamo chiamare. Che poi non ci siano paradigmi di riferimento che aiutino (?) ad incasellare Dexter e i suoi fratelli, che non si trovino i codici, magari validi o utilizzati per il cinema di Wenders o i romanzi di Vonnegut, beh, ancora meglio.
    In attesa di espanderci sul tema, mi raggomitolo su una bitta di Molo Giano e ti tengo in fresco un bel Pigato. Un abbraccio.
    M.G.

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