Quinto luogo comune: il fumetto è una sequenza di immagini

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Questo forse non è un luogo comune. A me sembrano fumetti anche cose fatte da una sola immagine, ma posso tollerare che qualcuno inserisca il senso profondo del racconto a fumetti nella giustapposizione di immagini. Va bene.
Quello che non riesco proprio a tollerare è che questa sequenza abbia prodotto un credo dogmatico tra i più beceri. Già, perché dire che il fumetto è sequenza non significa solo riferirsi a quell’oggetto stampato su carta, ma anche ai suoi modi di produzione. Mi tocca però di chiederti di seguirmi in un giro un po’ tortuoso.
Nel disegnare il funzionamento delle organizzazioni si fa largo uso di frecce perché i processi che governano le aziende sono rappresentabili – con qualche semplificazione accettabile – come sequenze di attività. Un passo alla volta.
L’industrializzazione del fumetto e la necessità di produrre storie a cadenza e periodicità specifica ha determinato la definizione di un processo per la realizzazione delle storie. Un passo alla volta.
Facci caso,
Qualche mese fa, è uscita in edicola una serie di dispense che si propone di insegnare ai suoi acquirenti a“disegnare, scrivere, raccontare il fumetto” secondo il metodo dell’Accademia Disney. Proprio così: Accademia, con l’iniziale maiuscola.
Ho comprato il primo numero.
Che ci vuoi fare? Sono un consumista compulsivo. Se tu pubblichi una puttanata che mescola parole e immagini, io la compro.
E dentro, proprio come mi aspettavo, c’era la descrizione, passo passo, di un articolato processo industriale: si parte dal idea, si passa al soggetto, talvolta al trattamento, poi si procede con la sceneggiatura – che ha regole precise al limite della pedanteria –, quindi i layout, le matite, il clean.up (il clean up?! Cosa fai di mestiere? Il clean-up! Ah… io il consulente: sempre meglio che asfaltare le strade!), gli inchiostri, il lettering e la colorazione. Bah…
Intendiamoci. Non ho nulla contro i processi. Mi ci guadagno il denaro con cui compro scarpe e formaggio e sono un coscienzioso padre di famiglia.
Mi viene solo da osservare che la definizione di processi, così meravigliosamente documentati, ha lo scopo principale di rendere programmabili, ripetibili, misurabili e controllabili sequenze specifiche di attività con lo scopo di realizzare risultati conformi ed omogenei.
Non so tu, ma a me la lettura di storie conformi e omogenee causa tedio. Sul mio nuovo cellulare ci sono i sudoku e, quando voglio consumare tempo, mi dedico a quelli. Costano anche meno.

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22 pensieri su “Quinto luogo comune: il fumetto è una sequenza di immagini

  1. …i processi produttivi disney sono mututati direttamente dall’animazione, del resto è stato il vecchio Walt a codificarli tra i primi… sono effettivamente eccessivi applicati al fumetto, ma non sbagliati a priori.
    non capisco questa diffidenza (riscontrabile spesso nel pensiero di Boris, e ora un pò anche qui)
    per il processo che in qualche modo porta alla produzione di fumetti… le fasi della produzione non sono e non devono essere fisse e indistamente applicabili ad ogni opera, ma è innegabile che abbiamo una loro funzionalità.
    Si possono fare tre pagine disegnando in corso d’opera e tirarne fuori un capolavoro, ma questo non perchè non vi sia un un idea, un soggetto, una sceneggiatura, ma solo perchè la brevità ti permette di tenere tutto a mente.
    una storia di 200 tavole ha bisogno di una ferrea disciplina da parte di chi la sta realizzando, e una pianificazione è l’unico modo che solitamente un autore ha per obbligarsi a portare a termine un lavoro che magari tiene impegnati per un anno.
    Diventa fondamentale se gli autori sono due o più… o disdegnamo a priori quello che non è prodotto da un solo autore?

    che questi processi poi abbiamo in qualche modo a che vedere con la sequenzialità eisneriana… non è che tu l’abbia spiegato… cioè sembra una associazione di idee dettata da un omofonia piuttosto che frutto di un ragionamento.
    forse sono io che non ho colto il ragionamento.

    coso

  2. coso caro, arrivi a temi che mi stanno molto a cuore e a cui, un po’ alla volta, cerco di arrivare anch’io. Non cerco di giustificarmi perché sto giocando alle ambiguità (non avrei tagliato là le affermazioni se non avessi voluto chiudere con equivoci e possibilità di dialogo).
    Dici una cosa che però mi piacerebbe chiarissi.
    ..i processi produttivi disney sono mutuati direttamente dall’animazione, del resto è stato il vecchio Walt a codificarli tra i primi…
    Non lo sapevo e mi piacerebbe mi dessi qualche riferimento (titolo di libro che dovrei leggere o link). Devo confessare che la cosa mi sembra assai strana. Per vari motivi:
    1. Perché la sceneggiatura nel cinema è arrivata (negli anni Venti del secolo scorso) con il produttore esecutivo e con la necessità di controllare i costi (non a caso esistono centinaia di riprese della scena di Luci della città in cui Chaplin cercava di trovare il modo di esprimere il malinteso della fioraia cieca). Ero convinto che il fumetto a striscia avesse modi di produzione non derivati dal cinema e assai più simili a quelli del feuilleton.
    2. Perché ho la sensazione che il fumetto alla disney sia sempre (o quasi sempre) stato un prodotto collaterale al core business (che si è modificato negli anni) e gestito con licenze date ad altri attori. Sai se esistono articoli o libri che raccontano i modi della produzione alla del/goldkey?

    Ah… Vabbene i disney, ma perché i processi produttivi bonelli, marvel, dc, astorina, … assomigliano così tanto a quelli disney? (mi sembra che gli unici modelli di produzione – e, accidenti!, dovremmo parlare di progettazione – siano quelli del manga… e anche in questa percezione leggo implicazioni interessanti)

  3. alla fine si cade sempre lì, fumetto buono e fumetto cattivo. io, credo che l’unica possibilità sia nel talento del singolo e che difficilmente un prodotto aziendale (più managerizzato è, peggio è) possa produrre qualcosa di valido. con le dovute eccezzioni, ovvero l’autorucolo spinto dal suo blog che si crede un genio del cazzo, e lo scrittore/disegnatore che riesce a dare una sua impronta pur all’interno di strutture consolidate.

    piuttosto credo che blog come questo, o quello di boris, che sotto una patina di cinismo nascondono un amore viscerale per questa forma di racconto che state cercando di definire, parlino in realtà non di fumetto (chè è roba ingenua e prodotta in serie), ma di un’altra cosa che deve ancora nascere, che a volte nel fumetto si intravede, ed è poi quella che ce ne ha fatto innamorare. ho ragione?

    il ritorno di bob bazzecola

  4. aspetta, forse ho esagerato, diciamo che le fasi di progettazione cinematografiche non ho la più pallida idea di come si siano sviluppate, ma agli albori dell’animazione Ub Iwerks sosteneva che l’Animatore doveva disegnare tutti i fotogrammi, al massimo avere qualche assistente, e invece Walt creò il processo produttivo “aziendale” standardizzando i vari passaggi (da qui immagino derivi il clean-up che ti scandalizzava, perchè è una fase che ha senso solo nell’animazione). Queste cose le so perchè ero li mentre Ub e Walt litigavano.

    ora sui sistemi produttivi delle strisce alla del/goldkey… non so niente, ma io credo che questa sclerotizzazione dei vari passaggi sia relativamente recente. comunque basta chiedere al Boschi, ci dice tutto lui.

    Sull’omogenizzazione dei passaggi produttivi… non lo so, ma forse non è vero che sono così uguali… per esempio il “Metodo Marvel” (non so se è ancora usato da qualcuno, ma credo fosse comune negli anni d’oro) consisteva nel buttare giu un canovaccio, far fare le tavole al disegnatore e poi aggiungere i dialoghi sulle tavole finite, adattandosi all’azione… dipende un pò di cosa stiamo parlando.

    coso

  5. Bob,
    non sto incaponendomi su una distinzione tra fumetto buono e fumetto cattivo.
    Non voglio dire che i singoli – anche quando innestati in processi produttivi ferrei – non abbiano qualità.
    Non voglio dire che chi non lavora in una major sia più bravo. (secondo me, tra i più bravi di tutti in italia c’è un tipetto che fa robe bonelliane anche su storie altrui: paolo bacilieri).
    Hai ragione quando dici che non voglio parlare di fumetto.
    Voglio parlare di un’altra cosa, che mi ostino a chiamare fumetto e che è fatta di efficace collaborazione tra parole, immagini e piattaforma (ohibò, ho tirato in ballo – in un commento – un tema che vorrei divenisse centrale per questo blog).
    E quella roba esiste da centinaia di anni. A volte non la chiamiamo fumetto. A volte è stata rimossa da una storiografia fanzinesca

  6. “Mi viene solo da osservare che la definizione di processi, così meravigliosamente documentati, ha lo scopo principale di rendere programmabili, ripetibili, misurabili e controllabili sequenze specifiche di attività con lo scopo di realizzare risultati conformi ed omogenei. 
Non so tu, ma a me la lettura di storie conformi e omogenee causa tedio.”

    Poco fa sembravi lamentare il fatto che il fumetto non è più un MASS medium, e ora schifi la produzione industriale?

  7. Uhé, coso!
    Io con Ub e Walt non c’ero. Però c’era il mio amico Armando. E’ una persona affidabile e mi ha raccontato tutto.
    Le regole dell’animazione e del movimento sono state definite da un gruppo di animatori e non è stata una cosa così eroica. La storia dei disegni principali e degli intercalatori ci sta tutta, ma non ha nulla a che fare col clean up (credo).
    Il clean up non mi scandalizza: è un mestiere. Io faccio un mestiere che richiede approccio strutturato e, in alcuni momenti specifici, “creatività”: non ma la meno con l’arte e la letteratura.
    Il metodo marvel merita attenzione e studio, ma leggendo riviste come write now sembra che non sia più diffuso così largamente.

  8. bene, allora direi che il discorso si fa interessante.
    vuoi un altro luogo comune (magari ce l’avevi già in programma): il mercato del fumetto popolare serve da “traino” per il mercato del fumetto d’autore.
    ciao

    bob bazzecola

  9. no no, non penso che walt folgorato dalla luce divina abbia di punto in bianco tirato fuori le tavole delle leggi della produzione del cinema d’animazione, penso che sia stato semplicemente il suo approccio aziendale a determinarne l’affinamento… che naturalmente si è anche notevolmente modificato in base agli sviluppi tecnologici… di cosa stavamo parlando?

    il metodo Marvel spero proprio non sia più usato… era solo per dire che il metodo non è poi così uniforme-uniformante, o meglio, il metodo per fare fumetti ha alcune caratteristiche che gli sono proprie, a prescindere che le usi un azienda, un artigiano o un artista… sono le finalità che fannno la differenza.

    salutami tanto Armando, saranno 78 anni che non lo vedo!

    coso

  10. coso parla a caso, torna a casa coso, chiuso in chiesa coso si scusa…

    eh, hai voglia quante c’è ne sono…

    coso

  11. Il fumetto non è una sequenza di immagini, se qualcuno lo crede sbaglia.
    Torna a pensare alla risoluzione temporale.
    Il fumetto è time resolved, ed è una scrittura.
    Una sola immagine di Here è time resolved, è BASATA sulla risoluzione temporale ed è una immagine sola.
    La differenza tra una vignetta ed un fumetto per me è stata sempre molto semplice. Nella vignetta disegno un attimo, nel fumetto disegno più attimi, che sono necessari ad un racconto.
    Se qualcuno vuole convincermi che una singola immagine racconta lo può fare, ma comunque resta sempre una eccezione, l’uno percento dei casi che come proverbio vuole, conferma la regola.

    D.

  12. il fumetto è stato creato come pagina finale dei quotidiani per i bambini (e anche quando non lo era del tutto aveva sempre un piede nell’infanzia) ed è in questo contesto che ha dato i suoi frutti migliori: Popeye, Little Nemo ecc.
    Non appena si allontana da quel contesto può diventare sì più sofisticato, ma perde la sua indespensabilità, e non sarà mai più così dirompente.

    una mamma disperata

  13. il fumetto per bambini è “indespensabile”?

    Già, perchè quello per adulti è una vergogna: l’arte, cheppalle.

    Munari e McCay indespensabili.
    Picasso e Mattotti inutili.

    Evviva : ottimi criteri, mamma disperata.

    ms

  14. nonono, hai sbagliato tasti:

    Picasso e McCay indespensabili.
    Munari e Mattotti inutili.

    Una figlia sconvolta

  15. Anch’io sono convinto che possano esistere fumetti di una sola vignetta (tradotto: non sposerei le idee di McCloud in toto) però allo stesso modo penso che l’aver definito la sequenza di vignette come lo strumento centrale della narrazione a fumetti sia di grande importanza e possa aiutare a smascherare tantissimi usi “abusivi” dei mezzi espressivi del fumetto che avvengono in contesti culturali considerati più “alti” e quindi (chissa perchè) più rispettabili. Se leggo le dichiarazioni del fotografo Gabriele Basilico (famosissimo nella rappresentazione di paesaggi urbani) che dice di essersi accorto di come abbia più valore non la sua singola foto ma la sequenza di immagini che ha scelto come rappresentativa della sua esperienza della città, capisco (mi sembra di capire) che quel “valore” tutto narrativo di cui lui parla è un portato (inconscio o meno) dei meccanismi del fumetto (anche se una parentela di questo tipo non è mai resa manifesta dall’autore). Di esempi del genere naturalmente ce ne sarebbero da fare a decine.

    Lobo

  16. mi sembra un’ottima idea, Lobo. Bosognerebbe parlarne con Basilico: chissà che dice.

    ms

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