Ancora sulla sequenza

Un processo regolamentato come quello che cerca di insegnarmi una qualsiasi accademia del fumetto seriale genere una fortissima specializzazione dei mestieri. E parlando di specialisti, non mi riferisco alla nemesi medica o ai professionisti della scolarizzazione che Ivan Illich ci ha insegnato a odiare: parlo proprio di vittime dei tempi moderni. Ometti, in tuta da lavoro, che imparano così bene ad avvitare quei due dadi che, poi, smettere non gli è proprio possibile. Alienati, insomma.
A tutti noi che per vivere dobbiamo lavorare capita, quando ci stiamo dedicando ad attività particolarmente sgradevoli, di passare notti terribili ossessionati dalla ripetitività delle nostre azioni (a me, qualche volta, capita anche col sudoku).
Cosa sogna lo specialista di clean up?
In un mondo produttivo di specialisti, la costruzione di un fumetto diventa il risultato di passaggi di risultati intermedi da una fase alla successiva.
Chi disegna processi dice che questi passaggi di semilavorati si chiamano hand-over. Quasi a voler enfatizzare ulteriormente il fatto che non si deve mescolare il sangue tra i mestieri e che la mano destra non deve sapere quello che fa la sinistra.
Non stupisce, allora, che il risultato (programmabile, ripetibile, misurabile, controllabile, conforme e omogeneo) del processo di realizzazione del fumetto sia quasi sempre un patchwork che denuncia chiaramente la provenienza di ciascuno degli elementi. Leggendo fumetti possiamo spesso tentare l’esercizio (gli specialisti parlano di reverse engineering) di ricostruire i semilavorati che hanno condotto a quel risultato. E infatti, nelle scuole di fumetto, quello è un tipico esercizio: scrivi la sceneggiatura di questa pagina a fumetti.
Ora, però, vorrei farti osservare una cosa. Le idee da sottoporre al direttore editoriale della casa editrice sono fatte di parole. “Devi essere capace di sintetizzarle in poche righe”, dice l’insegnante dell’accademia. E io ci credo. Il soggetto è ancora fatto di parole. Nella sceneggiatura, qualcuno si aiuta con rapidi schizzi, ma, ancora una volta, si tratta soprattutto di parole.
Esiste un allontanamento coatto e irrisolvibile dal momento in cui la storia viene ideata in forma di parole e quello in cui finalmente trova disegni che vogliono raccontarla. E questa distanza è insanabile tanto nel processo quanto nei mestieri.

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Un pensiero su “Ancora sulla sequenza

  1. ora si, concordo.

    in “Writing Comics” di Alan Moore, c’è una riflessione sul problema delle “poche righe” :
    la descrizione di un personaggio si deve poter delineare, secondo consolidati canoni di efficenza editoriale, con 15 parole.
    Naturalmente un personaggio descritto da 15 parole è uno stereotipo con 3 pulsioni base, e una contraddizione comportamentale… per poter meglio gestire le incoerenze delle sceneggiature…

    coso

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