Non avrei dovuto

Tazza

“Comportati da uomo saggio. Ignoralo”. Così dicendomi sono riuscito a evitare di schiacciare il bottone send nella finestra dei commenti di quell’altro blog.
E poi, per l’ennesima voplta, mi sono fumeto l’opportunità di fare silenzio. Eccomi.

Lo so. L’utilizzo dei commenti è nella natura dei blog. Se hai voglia di rispondere a un post e di istaurare dialogo, li devi usare.
Confesso di non essere un attento lettore di blog: ne leggo pochi e quasi nessuno di quelli che seguo parla di fumetti. Però qua a destra c’è un bottoncino con un numero che si incrementa. Periodicamente lo schiaccio e vedo quante persone hanno navigato queste pagine, per quanto tempo, se è la loro prima volta da queste parti e da dove vengono.
Il “da dove vengono” mi piace molto.
La maggior parte dei lettori di questo blog ci arrivano facendo una richiesta diretta (forse hanno il link tra i preferiti: c’è un sacco di gente strana in giro). Molti usano motori di ricerca (soprattutto google) e cercano cose che con le mie chiacchiere hanno pochissimo a che fare.
Qualcuno ci arriva da altri siti.
“Le figure e le cose” è linkato da pochissimi posti e, quindi, quando compare un indirizzo nuovo, incuriosito, vado a fare un giro. Il più delle volte è qualcuno che sta rimarcando la mia idiozia.
Sorpresa. Sorpresa. Il link nuovo arriva da Diego Cajelli (blog che, per inciso, conosco e di tanto in tanto leggo). In un post dal titolo “Non posso mica capire tutto…” mi dà del cerebro-onanista. Magari ha anche ragione, ma non lo sapremo mai. Perché non condividiamo lo stesso codice linguistico. Possiamo raccontarci concetti elementari, se appena si tenta l’astrazione smettiamo anche solo di tentare di capirci.

Avrei dovuto rispondergli nella finestra dei commenti del suo blog. Ci avevo anche pensato. Però mentre scrivevo (sono molto veloce alla tastiera – come può confermare chiunque abbia mai chattato con me – e, nei blog, scrivo sempre di getto, senza sapere dove sto andando a parare) mi sono accorto che non stavamo parlando della stessa cosa.

Allora torno di qua e analizzo il disagio di Cajelli. Un punto alla volta.

a. disarma il tuo nemico:
Scrive “Mi piace molto quello che scrive Paolo, prima su Spari di inchiostro, ora su Le figure e le cose. […]. Voglio più bene a Boris Battaglia, ma questa è un’altra storia…”
Me ne chiedo il motivo. Un po’ come se scrivessi: “Qualche volta leggo quello che scrive Diego, prima su Napoleone, ora su Dampyr… Voglio più bene a Roberto Recchioni, ma questa è un’altra storia…”
Un’annessione incomprensibile. Io e Boris siamo amici, beviamo birre insieme, litighiamo e ci sfanculiamo molto, facciamo blog che parlano di robe diversissime e facciamo due fanzine che, per scelta, si affacciano l’una sull’altra. Per la maggior parte del tempo non so cosa Boris stia facendo. E viceversa. E anche quando facciamo – entrambi per hobby – cose intorno al fumetto di solito, le facciamo quasi sempre da soli (o, nel mio caso, con altri).
La costruzione di uno schieramento è un potentissimo strumento per identificare il nemico.
O questo, o Diego intendeva “Paolo e Boris sono gli unici due critici militanti presenti sul suolo patrio ed è normale parlare di loro insieme”.
Questo sarebbe un enorme attestato di stima (che credo di non meritare, né per qualità né per quantità), nella stessa settimana in cui Daniele Brolli mi ha identificato quale unico responsabile di un progetto editoriale che continuo a considerare “raffinato”.

b. agita le mani.
Per spiegare cosa dico, Cajelli fa un lungo discorso su numeri e operatori, tutte cose per le quali sembra muovere pochissimo affetto e con cui dimostra poca dimistichezza. Dice che le questioni di cui discuto da qualche tempo corrispondono a chiedersi se il 9 ha voglia di essere elevato alla terza e altre delizie.
E non lo capisco. Vuole forse dirmi: “stai ponendoti quesiti senza senso”?
Uno strano giro di parole.

c. disegna una grossa freccia.
Uno dei trucchi preferiti dai consulenti è quello della grossa freccia rossa. Funziona così: dividi la slide power point in due parti; a sinistra scrivi una serie di verità inconfutabili; a destra metti il messaggio che devi far passare; indifferente al fatto che non ci sia nessuna relazione tra quello che hai scritto a sinistra e il messaggio chiave, disegna una grossa freccia rossa – puntata verso destra – tra le due scatole.
Il cliente guarda rapidamente l’elenco a sinistra e, devastato dalla noia scatenatagli da un lunga presentazione, sposta immediatamente lo sguardo, colmo di fiducia, sul messaggio di destra. E lo compra.
Questo trucco (che funziona, giuro) viene evidentemente usato anche da alcuni sceneggiatori di fumetti seriali (anch’io, a volte, durante la lettura di 96 pagg. letali, sarei disposto ad accettare qualsiasi cosa, purché la si piantasse).
Infatti Diego, dopo aver agitato le mani, inizia a parlare di un’equazione che non mi appartiene.

d. usa un sacco di parole.
Da quelle parti pagano a battute? (qui non pagano: sono solo logorroico)

A una cosa così non si dovrebbe rispondere. Se non fosse che, a un certo punto, nei commenti arrivano due risposte illuminanti.
A Rrobe (che propone di distinguere tra opere di “autori completi” e “disegnatore/sceneggiatore” – che, con ogni evidenza, sono "autori incompleti"), Cajelli risponde: “Adesso, con calma, dopo che hanno finito di discutere degli alluci, aspettiamo che ci arrivi anche la critica.“
Ad Ausonia (che, bontà sua, dice che il mio non è un discorso scandaloso), evidenzia: “Per come sono fatto io, preferirei dicesse: Se è seriale mi fa cagare. E punto. Ma non può dire che gli fa cagare perchè nel seriale ci sono dei sistemi e delle norme di produzione. Sarebbe bello, bello e impossibile, che magari dedicasse uno sguardo alle differenze che ci sono nell’uso delle regole e dei sistemi all’interno del seriale.”

Mi diventa chiaro che ho usato male il blog. Ho giocato con la frammentarietà dei post perché volevo mantenere un po’ di ambiguità e sono passati frammenti che ognuno – anche Diego – si è composto a modo suo. Toccherà chiarire.

Siccome amo le chiusure trancianti. Non ho detto che il fumetto seriale è merda. Ho detto che tutto il fumetto – nella stragrande maggioranza dei casi – è merda.

(Sostituisci le due occorrenze di merda con "narrazione inefficace che miscela parole, immagini e piattaforma in modo poco consapevole")

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9 pensieri su “Non avrei dovuto

  1. Sempre a contraddirmi. Specie quando sono di cattivo umore.
    Nel blog di Diego Cajelli, ho aggiunto questo commento:

    Sono un vulcano di contraddizioni. Avevo deciso di non rispondere.
    Poi però ho postato – di là – una cosa che risponde punto punto al tuo discorso.
    E ancora sentivo la necessità di fare chiarezza ulteriore. E allora, eccomi.

    La faccio semplice perché è semplice
    Mi interessano i racconti con le figure. Mi interessano quando parole, immagini e supporto (lo chiamo così e non “piattaforma”, così ci perdiamo un pezzo di senso ma ci capiamo meglio) interagiscono al meglio – nel modo più efficace – per raccontarmi una storia.
    Questa efficacia (o la sua assenza) è indipendente dal processo produttivo.
    Possiamo trovarla (o rilevarne l’assenza) in albi seriali, in autoproduzioni o in libri; in prodotti che hanno coinvolto più autori o uno solo.
    Purtroppo trovare questa fottutissima efficacia è difficile. Perché la maggior parte di quello che chiamiamo fumetto è merda (nelle produzioni seriali, nelle autoproduzioni e in quei cosi chiamati graphic novel).
    Credo che la convivenza inefficace sia connessa alla pochezza narrativa della gran parte dei narratori visuali. Narratori che, appoggiandosi su un processo devisualizzante, hanno perso (o non hanno mai conquistato) la capacità di tenere insieme parole e immagini.

    Diego, ti augura che un giorno io possa dedicare “uno sguardo alle differenze e che ci sono nell’uso delle regole e dei sistemi all’interno del seriale”.
    Significa: “Ma lo sai a che ora mi sono svegliato stamattina? Faccio una fatica becca a fare ‘sto mestiere e tu mi tratti così”.
    Sarò senza cuore, ma della fatica di chi racconta storie me ne fotto..

    “Il fumetto è un linguaggio” è la frase potentissima che l’autore di fumetti brandisce per significare “il fumetto è tutto ciò che facciamo noi che facciamo fumetti, esprimendoci in quel linguaggio”.
    Ma se tentassimo di spostare il punto di equilibrio? Se provassimo ad affermare: “il fumetto è tutto ciò che noi lettori leggiamo come fumetto”?

  2. Ti ho risposto “da me”, ma è buona educazione risponderti anche qui.

    Vi ho “uniti” nello stesso pezzo perchè, parlando di critica, siete i miei due pezzi da 90. Sì, è un attestato di stima, sincero.
    Boris mi piace di più, per temi e linguaggi, ed è una questione di percezioni mie, credo…
    Non volevo creare nemici o schieramenti, non ho intenzioni virali nei confronti di nessuno.
    Ho letto quello che hai scritto qui e quello che hai scritto da te.
    C’è un problema, ed è un problema di approccio nei miei confronti.
    Sbagliando quel tuo approccio, sbagli completamente il rapporto con me e con quello che faccio.
    Perchè parli di “fatica” di “mestiere” di “lavoro”, dando per scontato che su un seriale siano unicamente quelle le cose a cui io do un valore?
    Io non sto mettendo avanti un lavoro, del denaro, della faaatica o la nottata. Non c’è un “tengo famiglia” dietro al quale mi nascondo.
    Oppure, sei tu a dirmi che nel momento stesso in cui prendo dei soldi per fare un fumetto, non sono più autorizzato a pensare in termini di narrazione, di arte, di passione o di comunicazione?
    Il tuo disagio, verso quella grande parte di fumetto seriale che reputi merda, l’hai attribuito alla presenza di schemi e di regole.
    Io ti dico che non è così.
    Ma fino a quando sbaglierai il punto di vista verso il seriale, non potrai mai capire quel disagio.
    Ora tu mi dirai che non te ne frega un cazzo di capirlo, e pace.
    Di nuovo, dal mio punto di vista, è “facile” per un critico del tuo (del vostro) spessore, analizzare un opera nata in assenza di “regole” e “schemi”, e il contrario?
    Quali strumenti usi per guardare dove regole, schemi, politiche e sistemi sono presenti?
    Ora tu mi risponderai che non ti frega un cazzo di quelle cose e pace.
    Ma, se fumetto è tutto quello che il lettore reputa tale…
    Ti rendi conto che per guardare Naruto o Blanketts ti servono due paia di occhiali diversi?
    Vogliamo usarli?
    O vogliamo continuare a prendere per il culo chi fa i clean up?

    Diè!

  3. (rispondo anche di là)
    Credo di aver capito. Dici che c’è un problema di approccio e punto di vista nei tuoi confronti.
    Credo di aver capito e credo di avere una risposta semplice. Molto semplice.

    Il mio punto di vista sul fumetto seriale non può essere sbagliato. Per il semplice fatto che è il mio e che è un punto di vista.

    Poi, siccome non mi piace lasciar cadere il discorso (e – sfortuna – sono anche logorroico), chiarisco usando più frasi, ma dovrebbe bastare quella.

    Stai cercando un critico capace di storicizzare, capire le esigenze di produzione, analizzare i contesti di fruizione e guardare anche le storie montando connessioni pericolose ma stabili.
    Io non sono quella roba là.
    Non ne ho lo spessore, la gamma di competenze e la voglia.
    Conosco uno (uno solo) che assomiglia molto a quella strana bestia che vai cercando e mi pare che la sua capacità di mettere insieme la storia, l’industria, i modi espressivi e la società non vada d’accordo con l’abilità di leggere le storie. Anzio, ho proprio la sensazione che questo mio amico, che capisce benissimo il contesto di produzione e quello di fruizione, non capisce né il racconto visuale che ha letto né come si relaziona con gli atri racconti.

    Credo di saper leggere i fumetti, Anzi, fanculo l’understatement!, credo di saperlo fare proprio bene. Ma non sono interessato alla storia dell’umanità filtrata da quell’industria. Probabilmente non sono neanche capace di conquistarla quella vista d’insieme.

    Prendo Naruto e ci vedo un character cross mediale straordinario. Riesco a intuire come possa essere utilizzato per fumetti, cartoni animati, videogiochi, cards, … Mi sembra una property sviluppata meravigliosamente.
    Se leggo il fumetto (ne ho letti solo tre episodi – ché fortunatamente Chiara, 8 anni, sa leggere e ha continuato lei a raccontarlo a Davide, 5 anni), scopro il lavoro di un autore immaturo, poco capace di sostenere il racconto, giocato su trovate banali e spesso grevi. Magari poi migliora, ma ho poco tempo e non ho alcuna pulsione alla comprensione di tutto ciò che è fumetto.
    Mi dico che di Naruto non me ne frega niente. Non sto dicendo che è sbagliato che l’autore di Naruto sia ricco e spietato come il Conte di Montecristo (anche perché, visto che a Davide piace, contribuisco alla sua ricchezza). Sto dicendo che quell’ottimo prodotto, che si innesta meravigliosamente nell’industria dell’intrattenimento, dà luogo a un fumetto che è merda: non merita la mia attenzione,

    Quanto alla tua retribuzione, mi è indifferente.

    Quando leggo un fumetto (seriale, episodico, d’autore, autoprodotto, graphic novel, manga, patim e patapà), l’autore non c’è. Il suo mestiere l’ha già fatto. Avesse la decenza di togliersi dai coglioni. Perché ora fatica e mestiere da mettere in scena sono miei.
    Io, il lettore, mi sovrappongo – con tutto ciò che mi appartiene – alle intenzioni dell’opera e dell’autore.

    Leggo! Connetto! Interpreto! Uso! Abuso!
    E, siccome gli autori non sono mai i tuoi amici alieni che provengono da Zeta Reticuli, il racconto è una macchina colma di buchi da riempire. E in quella finestra d’ambiguità intrinseca a ogni forma di comunicazione (è proprio grazia agli errori occorsi copiando le informazioni che evolviamo), ci sguazzo. Si chiama cooperazione interpretativa o – come dice Jane Yolen – saku taku no-ki.

    Poi, occasionalmente, gli autori di molti dei miei racconti preferiti producono o hanno prodotto decine di pagine al mese e vivono o hanno vissuto molto bene del proprio lavoro. Magari lavorando per Disney, Bonelli, Marvel, DC; Kodansha, Shueisha, … Ma questo non mi riguarda.

  4. (double)

    Vedi?
    Riusciamo a non capirci benissimo anche oltre le 15 righe.
    La forma mi piace da matti, la costruzione del plot/periodo pure, è il messaggio che non riesco a capire.
    O meglio, capisco, come avevo capito anche prima del tuo ultimo messaggio.
    Comunque, non è detto che un punto di vista, in quanto proprio, non possa essere sbagliato.
    Mi dicono che le linee Inca-Nazca si vedono meglio a 800 metri di altezza, e che se ci si passeggia sopra non si vede un bel niente.
    Per cui, si torna al punto che non ti interessa.
    Vabbè, pazienza.
    Pace.
    Ora ho capito che non avevo capito molto più di quello che pensavo di non aver capito.

    Diè!

  5. dialogo e conflitto[..] Harold Bloom, che è un fottuto reazionario, sostiene nel Canone Occidentale (Bompiani,1996) che il testo esista, non tanto come credeva Barthes per dare piacere, quanto per dare alto dispiacere. Che poi è solo un modo provocatorio per dir [..]

  6. appunto… avete un approccio completamente diverso, però mi colpisce l’atteggiamento di diego. si sente in qualchhe modo coinvolto, sente di dover reagire. ma a cosa? a chi?
    un’altra dicotomia che vi separa sta nel processo produttivo. tu ne sei fuori. lui ne è all’interno.
    ovvio che i punti di vista siano così diversi.

    (sono io che vi conosco bene entrambi)

  7. Mi dicono che le linee Inca-Nazca si vedono meglio a 800 metri di altezza, e che se ci si passeggia sopra non si vede un bel niente.

    Me lo ricorderò la prossima volta che mi viene in mente di aprire il pacco di amazon usando le chiavi di casa. Anche se rompono il nastro adesivo, non sono state progettate a quello scopo. Le intenzioni dell’autore (e del fabbro) prima di tutto. Terrò a freno la fregola e ricercherò lo strumento più idoneo: il cutter.
    Non vorrei macchiarmi del crimine “PdV errato”.

    Sai che c’è, Diego? Ho la sensazione che la frequenza troppo serrata con la sceneggiatura ti abbia indotto un male professionale (io ne ho diversi). Il mio PdV non è una MdP (come amano scrivere i critici cinematografici). La mia vita non è un piano-sequenza.

    In più, sono orbo.

  8. ma la cooperazione interpretativa, dato che è cooperazione, fra chi avviene? Fra il lettore e il prodotto?
    Se sì, dato che il prodotto è stato prodotto da qualcuno, l’autore c’entra qualcosa?

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