Provincialismi

Lo sai. Sono un ragazzo di provincia. Cresciuto nella periferia al cubo del lazzaretto di Senago, non sono mai riuscito a entrare in sintonia col mondo. Adoro le città. Amo gli edifici che si stratificano, crescendo a metastasi e cercando di nascondere – malamente e con risultati discontinui – strutture, storie e tradizioni. Adoro l’asfalto, il traffico, la folla trafelata, l’apertura delle porte scorrevoli dei treni della metropolitana e i centri commerciali. Là in mezzo, ci sto benissimo. Certo, le vacanze si fanno al mare o in montagna. Ma non cercare di tenermi troppo lontano dalla cappa di smog che ricopre il mio ambiente. Potrei sentirmi male. Altro che ventolin.

Quando ho capito che avrei trascorso una settimana spalmato tra Dortmund e Cracovia, ho sentito l’usuale brivido da goduria che di si infila sotto il cuoio capelluto, cercando un varco alla base del cranio.
Ho fatto i biglietti, riempito il trolley (biancheria, camicie e spazzolino da denti) e salutato gli affetti.
Ora sono a casa e ripenso alle cose che mi hanno stupito. Sono proprio un provincialotto.

1. Dortmund è, se possibile, anche più brutta di Duesseldorf. Una distesa di centri commerciali – chiusi da un pezzo, negli orari in cui riesco a muovermi da quelle parti – attorno ai quali si sviluppano poche case. In giro, la sera, non c’è nessuno. I pochi che si avventurano per strada, si rintanano nei ristoranti. Cenano presto – troppo presto – com’è tradizione da quelle parti. Dopo cena, ho cercato di bere un cuba libre. Tanta coca e poco rum. Me lo segno. Cambio locale e riprovo con un mohijto: va anche peggio.

2. Per andare a Cracovia si viaggia nel tempo. Arrivi all’aeroporto e prendi un taxi per raggiungere la città. Strade rabberciate alla meglio e edifici da abusivismo edilizio. Sembra proprio la periferia di Milano degli anni Settanta. Me la ricordo bene: ci sono cresciuto.

3. Arrivi in città (a Cracovia, s’intende) e scatta il decennio successivo. All’ingresso un cartelline annuncia il concerto dei kraftwerks. In giro (la città non è niente male) sono gli anni Ottanta. Devo, Talking Heads, Depeche Mode, Queen, Duran Duran… Alla rinfusa, i suoni del periodo mi si infittiscono nelle orecchie. Musica ovunque: albergo, ascensore, bar, ristorante… A volte il suono proviene da una macchina; altre da cover band terrificanti.

4. La televisione tedesca è pessima come la ricordavo. Poco meglio di quella italiana. Quella polacca mi regala un gioiello. Vedo un frammento di dottor house ma non capisco niente perché c’è qualcuno che – con la stessa intonazione di chi legge le previsioni del tempo – parla su tutti gli attori. Di sera, chiedo a uno dei miei ospiti. Mi spiega che, data la pessima qualità del doppiaggio polacco, si è sviluppata una tradizione di “lettori”. Succede che un tipo, legga la traduzione di tutto quello che dicono i personaggi dello spettacolo importato. Mi dice che con i sottotitoli uno si distrae e non guarda più le immagini.

5. Mi figuro come possa essere un film porno con il lettore che, con tutta l’enfasi di cui è capace, legge gemiti e incitazioni. Sono un ragazzo di provincia. Rido, da solo. Intanto, i miei commensali stanno tessendo le lodi del papa buono che ha distrutto il comunismo.

6. A Cracovia si mangia benissimo e ci sono sette sedi universitarie. Le strade sono piene di ragazzi che hanno tutta l’aria di dover dimostrare di vivere la Cracovia da bere. L’alcol fluisce copioso e i corpi oscillano. Pericolosamente. Il cuba libre che bevo ha un ottimo rapporto coca/rum. Purtroppo il rum è orribile e la coca annacquata. Una ragazza procace, accanto a me, ordina una Metaxa…

7. A Dortmund, in aeroporto, mi infilo in bagno. Mentre mi lavo le mani getto un’occhiata alla macchina che distribuisce i preservativi. L’animo provinciale accusa il colpo. Strabuzzo gli occhi e lascio cadere la mascella. E’ un manifesto alla ricerca di efficienza produttiva applicata all’industria del sesso. E io l’ho visto. E sei fortunato, perché l’ho immortalato per te. Eccolo!

Travel Pussy

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