Uocchie chine e mane vacante

Attrezzi ginecologici da gemelli di cronenberg

0. Basta il gusto personale a farci dire se una cosa è bella o brutta?

1. Chiaramente, sì. Siamo individui, bipedi senzienti (è vero quasi per tutti), che vivono di storie. Vivono le storie. Hanno occhi, cuore, cervello, sistema nervoso centrale, polmoni, scroto (è vero solo per metà di noi). Siamo pieni di liquidi (roba che abbiamo imparato a schifare). E a volte li buttiamo fuori. Siamo il nostro gusto. E al cuore che accelera il proprio battito – anche quando la testa gli fa razionalmente osservare che non c’è motivo – non si comanda.

2. Chiaramente, no. Perché, non prendiamoci per il culo, il gusto è una funzione delle competenze accumulate. Degli strumenti messi da parte. Uno sull’altro. Uno alla volta.
Buttiamo, quotidianamente e alla rinfusa, gli strumenti in una cassetta che non siamo capaci di tenere ordinata, E,poi, quando ci servono non li troviamo. A volte non ricordiamo neanche di averli.

3. Leggo un librino, semplice e divertente, di Marco Cassini (uno dei due proprietari di Minimum Fax) dal titolo felice (“Refusi”) e dal sottotitolo insulso (“diario di un editore inCorreggibile”, fino a poco prima dell’aggettivo andava tutto bene, neh). A un certo punto, l’autore del librino si lamenta (in realtà non lo fa, gioca a spostare il tiro) della propria incapacità di godersi un romanzo senza farsi distogliere da errori, refusi, pochezze di traduzione, … Viene da dire hai troppi strumenti e non sei più capace di goderti le storie.

4. Il critico sogna di avere un doppio. Si convince che sia possibile stare seduti vicini e poter fruire una storia con due corpi. Uno capace di farsi trascinare dai (e nei) meccanismi narrativi, senza cadere in analisi e narcisismi. L’altro invece razionale e capace di smontare la macchina del racconto analizzando, uno per uno, gli ingranaggi e valutandone le qualità, E questo il vero motivo per cui al critico dà fastidio il “maestro unico”: perché i due saperi – le scienze e le lettere, la testa e la pancia – devono essere staccati.

5. Purtroppo, lo sai, hai due occhi, due orecchie e, là in mezzo, un po’ di massa cerebrale. E anche quando non sei d’accordo con te stesso, ti tocca di accettarti, perché sei un individuo. Pancia e cervello rispondono ali stessi impulsi e si fermeranno contemporaneamente quando quegli impulsi smetteranno di arrivare (e smettila di avvinghiarti alla zona pelvica, ché non meno mica sfiga). Sei uno solo, Lewis Carroll e come la sua Alice. E proprio come la creatura di Carroll, ogni volta che tenti un dialogo interiore, ti tocca dire: “Adesso non serve a nulla fingere di essere due persone! Diamine, c’è rimasto così poco di me che basta appena a fare una sola persona rispettabile!”

6. Ma se il gusto e una funzione dei miei strumenti e i miei strumenti vivono nel mondo reale, allora Goedel lotta contro di me. E io, di andare a stanare Goedel nelle sue perversioni, non ho punto voglia: è pericoloso, quello si è suicidato!

7. Vero.

8. Però, la tentazione di ricondurre tutto a indicatori numerici (vende un casino! Piace a un sacco di gente!) è pericolosa. Miliardi di mosche non possono sbagliarsi: la merda deve essere buona (se hai intenzione di avvicinarti col cucchiaino, fammelo sapere: come già detto, ho imparato a schifare le secrezioni del mio corpo)
Allora forse ‘sta cassetta degli attrezzi dovremmo provare ad aprirla. Dovremmo provare a estrarli, uno alla volta, e a guardarli e descriverli. In questo modo ci ritroveremmo costretti a raccontarne storia e funzioni. E, in questo modo, troveremmo il modo di smettere di guardare con affetto alle cose inutilizzabili, arrugginite e spuntate. Potremmo provare a liberarcene.

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26 pensieri su “Uocchie chine e mane vacante

  1. …e invece a te piace, il maestro unico.

    Il problema, Spari, è che non tutti sono John Berger.

    Separare l’identità del lettore da quella del critico non è un bisogno dei critici o dell’industria, ma alla società. Serve a rendere più riconoscibile e modulabile (una volta si sarebbe detto democratica) l’idea stessa di “attrezzo”, in modo da consetirne un suo uso più funzionale. Non so se mi spiego (risposta: no).

    Il solito massimalista. Adorabile massimalista.

    ms

  2. Il problema, Spari, è che non tutti sono John Berger.

    hai ragione.
    ma questo problema non può essere una scusa. Men che meno la tua.
    A volte mi preoccupi: sventoli la democrazia come se fosse IL valore.

  3. questo blog inizia ad assomigliare a Voyager, premesse di risoluzioni di misteri inesistenti, e poi si cambia servizio fino a che la puntata non è finita.

    …ma non c’è la pubblicità in mezzo, e questo da solo è un buon motivo per non cambiare canale.

    giro tritante

  4. ma perché parlarsi così tanto addosso per dire una cosa così semplice? arriva al dunque che poi ne discutiamo. se vuoi. tira fuori questi benedetti strumenti a cui pensi e parlane. punto. che mica c’è bisogno della premessa artaudiana sul “corpo senza organi” o la suspance didascalico/bonelliana…
    e purtroppo il punto è sempre e solo questo: il narcisismo. non dirmi che tra gli strumenti c’hai anche il pettine. dai.
    già… ce l’hai. lo so. e il mascara.
    e comunque se si scrive del dualismo tra testa e pancia, emisfero sinistro e destro eccecc… e lo si fa come lo stai facendo tu qui, in questo post, con due gocce di chanel n°5… il finale è già più che telefonato.

    ausonia

    col sorriso, eh? lo sai.
    (lo dico sennò poi mi scrivi lae mail)

  5. giro, aus: avete troppe aspettative. Dovreste trovarvi, se non un intellettuale di riferimento, almeno un hobby. Lo so: è difficile. Il tempo è poco e le tentazioni tante.
    Sugli strumenti sto chiedendo una mano. Ravano qua dentro e ci trovo: il pettine, un sacco di cazzoneria, le pagine chiare e le pagine scure, la poltrona, la scarpiera, il wok, la siepe che il guardo esclude, una scarpa destra di cartone, un vecchio numero di playman…
    Oh… E’ un blog. Siate collaborativi. Su le maniche e aiutate a fare ordine. Sennò chiamo l’omino che svuota le cantine: stamattina ha lasciato un biglietto nella cassetta delle lettere.

  6. Acquisiti un certo numero di strumenti tecnici, io pretendo che li conosca anche l’autore (o gli autori), il grafico che ha impaginato, chi ha scritto la premessa, il correttore di bozze…. più è alta la mia competenza, più ho bisogno che sia alta la competenza dell’editore – intesa come casa editrice – (perchè alla fine è sua la responsabilità di tutto: la scelta degli autori e di tutti i collaboratori…)

    Naturalmente si possono accettare carenze in alcuni aspetti, a fronte di grande potenza in altri, o di considerazioni contingenti all’opera (l’autore ha 12 anni, per esempio…).

    Si può stilare una lista di strumenti, ma quello che interessa a me di un critico è sapere cosa cerca.

    Un sistema coerente che inserisca in un percorso ogni opera, e che mi faccia capire l’orizzonte che sta guardando, di modo che io possa condividere o meno la sua Visione.
    Questo non vuol dire che poi io riesca a godere di tutti i dischi o i libri o i fumetti o i film che il Critico considera fondamentali, ma voglio capire perchè li considera fondamentali.

    Questa Visione avrà sicuramente una componenete e un origine soggettiva, ma se ne distaccherà di fronte ad ogni nuovo ascolto, lettura, visione.

    quindi, inizi ad avere una certa età, smettiamola con sta storia del lettore che dice quello che pensa, e con la scusa che è un blog. I blog sono l’unico luogo in cui si possa fare una critica scevra di ingerenze, in Italia. Accettiamolo e andiamo oltre, facci vedere la tua visione, che di ravanare nelle soffitte non me ne frega un cazzo, io voglio sapere cosa vedi dall’abbaino.

    Giorno Tirchio

  7. “quindi, inizi ad avere una certa età, smettiamola con sta storia del lettore che dice quello che pensa, e con la scusa che è un blog. I blog sono l’unico luogo in cui si possa fare una critica scevra di ingerenze, in Italia. Accettiamolo e andiamo oltre, facci vedere la tua visione, che di ravanare nelle soffitte non me ne frega un cazzo, io voglio sapere cosa vedi dall’abbaino”

    eccoci al punto. giorgio. ne abbiamo parlato mille volte, io e te, e di persona. e lo faremo ancora per chissà quanti anni.
    il punto è che nel campo del fumetto: sì è ancora alla descrizione dell’abbaino. e solo dell’abbaino. non c’è nessuna visione massimale. arrenditi. non ce l’anno.

    allora facciamo un passo indietro, al: quali sono gli strumenti?
    sono quelli che, in tutto il mondo, usa la critica dell’arte, la critica cinematografica, letteraria, musicale… prendiamo quelli. esistono già. da decenni. o ne dobbiamo inventare altri adatti per il fumetto? perché in questo campo, i “critic(on)i” sono ancora all’era del bronzo. in ritardo sulla contemporaneità peggio della bonelli.
    il punto è: visto che non c’è da scoprire e da inventare niente, che li usino questi strumenti, ‘sti cazzo di “critic(on)i” che amano tanto straparlare. che li usino e basta. senza inutili e vanitosi preamboli. fine della discussione.

  8. Possiamo fare finta di niente, ma se siamo qui a scrivere è perché la speranza non ha abbandonato i nostri cuori. Vediamo delle potenzialità in questi due buffi signori egocentrici. Mi sembrano persone di cultura, disinteressati e sinceri.
    Ok, non sanno un cazzo di come si fa un fumetto, o vogliono fare finta di non saperlo, ma spero che smettano di pensare che sia possibile e necessaria una netta distinzione tra chi fa e chi giudica.
    Io faccio (poco) e giudico (tutto) e prima di tutto giudico quello che faccio, e più faccio, meglio giudico. Più giudico, meglio faccio.
    Vorrei l’esperienza di questi due bizzarri galantuonimi al servizio delle mie letture, che non ho voglia di leggere tutto e a volte ho voglia di capire perchè qualcosa è un capolavoro (capisco sempre perchè una cagata è una cagata, mi serve capire perchè una cosa è bella).
    e voglio tutto questo gratis, aggiornato spesso e senza uscire da casa.

    Mettetevi a lavorare, scrivete di “Tre Ombre”, di “Rughe”, di “LMVD”. Spiegatemi perchè sono capolavori o perchè non lo sono.
    (fatelo senza citare filosofi ogni due parole, per l’amor di dio)(ho fatto l’itis)

    Non ditemi che lilith è una cazzata, quello posso farlo anche io, e facendo ridere.
    ridere sul serio, intendo.

    Giuro Testamentario

  9. Aus: La maturità di chi fa fumetti ha gli strumenti di analisi che si merita.
    Non cacare il cazzo sui criticoni, perché io sono un lettore e merito rispetto. Anche tu, come autore, meriti rispetto. Ma non aiuto. Non in questa casa: non sono un terapeuta. Poi, diciamocelo, a me non frega un cazzo di essere un servizio per l’autore (figurati: non mi frega nulla di essere un servizio per nessuno).
    Ho un problema diverso. Devo trovare aggregatori affidabili. Gente capace di indicarmi il bello, tracciando percorsi (tutti assolutamente personali, come fa osservare Giorgio). In questo momento non sono capace di trovare intellettuali di riferimento capaci di fornirmi strumenti (già: ancora una volta attrezzi) per muovermi in un sistema del comunicare e delle merci che evolve con gli stivali delle sette leghe. Sono vanitoso (è vero) e mi convinco che non si tratti di un problema solo mio. A questo punto, vuoi muovere il culo e dialogare (anche in maniera accesa e a porcidei, se vuoi) o vuoi stare qua a fare difesa del territorio?
    Se da queste parti cerchi critica, non la troverai. Sono un lettore e uno studioso (o, con totò e peppino, “studente che studia”) di storie con parole e immagini. Di più non so.

  10. Giuro: sulle risate che puoi scatenarmi ho delle aspettative. Per il momento le stai un po’ frustrando.
    Dici: spero che smettano di pensare che sia possibile e necessaria una netta distinzione tra chi fa e chi giudica
    Non vedo nessuna distinzione tra i due ruoli. Solo che, mentre leggo le storie, l’autore non mi interessa. E leggendo pinocchio (mica filosofi difficili da pronunciare) ho scoperto che il giudice non è sempre una bella persona affidabile.
    Credo che la lettura sia un’operazione complessissima. Così complessa da competere, per numero di competenze e di mestieri da mettere in moto, con la realizzazione.
    Poi, è chiaro, ci sono pessimi lettori. Ma ci sono anche lettori molto bravi. A me interessano quelli.
    Più leggo, meglio giudico. Più giudico, meglio leggo
    Sono uno strenuo fautore della cooperazione interpretativa. La storia che fruisco si dipana sulla mappa delle mie competenze e delle mie esperienze. E la mia goduria e’ direttamente proporzionale alla complessità del percorso che affronto sulla carta.
    Limitarsi a credere che il lettore sia un viandante è svilente (e poco rispettoso). Il lettore è (deve essere) un cartografo.
    Oltre le mere questioni tecniche (che sono comunque tantissime), lo strumento più potente che gli si possa dare è uno sguardo oltre la siepe. Di quello sguardo toccherà di parlare. Poi, siccome sono convinto si tratti di una cosa non formalizzabile, che richiede un individualità (e un individualismo) feroce, ti tocca l’egocentrismo. Solo se vuoi giocare, però.

  11. …mi sa che il discorso fare-parlare era una roba di boris, non ricordo più, tutto questo sparpaglìo di tesi mi confonde a volte.

    qui Spari per ora si son sparate cazzate a salve, Mi prendo tutto l’egocentrismo che c’è da prendere, mi piace l’egocentrismo, ma rispondimi con un pezzo articolato su un fumetto bello, per l’amor di dio, invece che cincischiare tra i commenti.

    di risate io non te ne farò fare, si è gia appurato che non cogliamo le nostre ironie. troppo egocentrici probabilmente.

    Gioco Traditore

  12. la democrazia è IL valore? Non scherziamo – non con me: in sè, un’idea del genere è roba da catechismo.

    Tu però ti scordi che la società è “là fuori”. Piena di differenze; piena di conflitti. Ergo: la cultura degli autori e lettori e critici varia di contesto in contesto.

    Il massimalista – temo – in definitiva ha torto marcio: una cassetta degli attrezzi “adamantina” non la troverai mai. Perché non esiste.

    Gli attrezzi sono frutto di micro o macro negoziazioni all’interno di (purtroppo?) limitati gruppi sociali.

    Dopodiché, niente alibi: il macro-gruppo della “cultura fumettistica” ha una cassetta per gli attrezzi che sembra comprata da Lidl.

    Come se ne esce? Siamo qua a fare la nostra parte. Un po’ di mappe in soggettiva. Un po’ di metodologia applicata. Scordati di trovare “cartografi”: il mondo non è cartografabile, e nel fumetto peraltro la ‘cartografia’ è una disciplina alle prime armi.

    Lo dovresti sapere bene: il lavoro è appena cominciato.

    ms

  13. GT : “a me di un critico è sapere cosa cerca. Un sistema coerente che inserisca in un percorso ogni opera, e che mi faccia capire l’orizzonte che sta guardando, di modo che io possa condividere o meno la sua Visione”.

    Ok, concordo sulla funzione del critico come ‘bracconiere’ da seguire. Un po’ meno sul fatto che il suo compito stia nella “coerenza” di sguardo. Se il punto è che ci aspettiamo una “filosofia del fumetto” dal pensiero sistematico, bene, ok: possiamo pure augurarcelo. Parafraso Spari: non vorrei che la sistematicità fosse IL valore (pseudo-esempi: guardate l’assurda parzialità di quelle idee, apparentemente sistematiche, che sono stati i lavori di McCloud o Groensteen..).

    Aus: “il punto è che nel campo del fumetto: sì è ancora alla descrizione dell’abbaino.
    allora facciamo un passo indietro, al: quali sono gli strumenti?
    sono quelli che, in tutto il mondo, usa la critica dell’arte, la critica cinematografica, letteraria, musicale… prendiamo quelli. esistono già. da decenni. o ne dobbiamo inventare altri adatti per il fumetto?”

    Ok, nel fumetto la vulgata critica è ancora all’età del bronzo, concordo. E spesso pare che, per costruire argomenti, serva più mandare a memoria la lista degli spinoff che non confrontarsi con le idee della critica d’arte o letteraria. Però occhio: di strumenti ne servono, sì, di più adatti di quelli! La quantità di strronzate scritte “in nome di” categorie presunte utili, come (per esempio pensando alla teoria/critica del cinema) quelle di montaggio, sequenza ecc, hanno prodotto conoscenze misere e stereotipate: Crepax trattato come “montaggio cinematografico”, invece che come un astrattista, per esempio. De Luca come “brillanti sequenze disarticolate”. Cazzate ideologiche di chi, vittima di altre arti, si è illuso che al fumetto non servisse nessuno strumento ad hoc. E invece, purtroppo (perchè non è per nulla facile), servono.

    ms

  14. ms: no, non intendevo questo.
    la critica dell’arte si basa sulla storia dell’arte.
    la collocazione di un opera (che sia essa letteratura, musica, pittura ecc) all’interno della storia del media di appartenenza e quindi di questa benedetta cartografazione (visto che questo termine vi sta a cuore e vi piace tanto) è già di per sé uno strumento imprescindibile e prezioso (che a sua volta ha la capacità apparentemente inaspettata di fornirtene tanti altri). e se lo usi, questo strumento, sei già a metà strada. di fatto, nella critica del fumetto, a differenza di tutte le altre discipline artistiche, non viene quasi mai usato. o manca del tutto.
    se manca nel lettore: ok (cazzi suoi). se manca nell’autore: ok (cazzi suoi). se manca nel critico: sono cazzi (ma cazzi di tutti però), perché il critico, come lo storico, ha il dovere sacrosanto di informare e nel migliore dei casi educare al bello (si parlava anche di questo, no?). sai… l’analisi critica, la saggistica e quant’altro.

    e poi la poetica. perché in italia non ne parla nessuno? nei fumetti è una sorta di tabù. un termine fastidioso, forse. poetica. chissà. forse la si tira fuori solo nelle grandi occasioni per celebrare i cadaveri: la poetica di pazienza, quella di pratt… e invece è necessario conoscerla. sempre. di qualsiasi autore, dal più mediocre fino a il genietto di turno.
    ora, capisco che parlare della poetica delle sorelle giussani faccia un po’ ridere. ma smettiamola di ridere. e analiziamola. perché anche diabolik ne ha una.
    quindi conoscere gli intenti espressivo-contenutistici di un autore (o di un gruppo, come accadeva per le correnti pittoriche o letterarie) è un altro strumento fondamentale (a mio avviso forse il più potente) che abbiamo a disposizione per comprendere davvero un opera.
    non è un caso, che nei siti di fumetto che si prefiggono di essere di “approfondimento” (mi viene fuori una risata amara), preferisco leggere le interviste agli autori che le recensioni dei critic(on)i che si basano ancora sul “mi piace”, “non mi piace”: articoletti di una rozzezza (sinonimo di: barbarie, grossolanità, trivialità, volgarità, ignoranza, arretratezza, inciviltà, involuzione, dozzinalità)… infinita.
    meglio che sia l’autore a raccontarmi cosa mi voleva dire con quel volume. così, io lettore (in assenza della critica seria – mioddio) poi capisco se c’è riuscito o no.

  15. ms: coerente, famo a capisse, non intendevo un indistruttibile griglia a maglie strette… la coerenza non si può pretendere a monte, è una cosa che si va creando con la ricerca. La visione può e anzi deve modificarsi con l’avanzare della caccia, se rimane immutata, a che cosa serve leggere e vivere?
    Ma dopo un pò ci si renderà conto che il tale critico ricerca la sincerità, a discapito di ogni competenza tecnica, l’altro ricerca l’innovazione a discapito della comunicazione, l’altro ricercherà una mediazione tra queste cose e così via.

    Ora, una Visione c’è l’abbiamo tutti, anche chi legge solo tex da 30 anni, ha una visione molto coerente di quello che cerca nella lettura di un fumetto.

    Forse la differenza tra tra un lettore con una visione e un critico (do per scontate un certo bagaglio tecnico) è proprio il voler essere al servizio dei lettori e degli autori, al contrario di quello che dice Spari, che è un duro e se ne fotte di tutti…

    Al servizio della crescita del media e della formazione di autori e fruitori.
    Questo comporta delle responsabilità, e “cosa ci vuoi fare, 20 anni di tv commerciale”* hanno levato a tutti la voglia di assumersi responsabilità.

    Gioia Triste

    *da “aus in libreria”: la frase che va bene su tutto… effettivamente funziona.

  16. GT: ok per il chiarimento sulla ‘coerenza’. Soprattutto però sono contento perché parli della “funzione sociale della critica”. Nel senso che il critico non può essere un ruolo solipsistico, ma svolge un compito in un dato contesto. Deve “servire” (non solo i lettori), o non è.
    Questa cosa Spari non la capisce, pare. D’altra parte, non si chiama “Spari” per caso…

    Aus: sottoscrivo gran parte di quel che dici. “La critica dell’arte si basa sulla storia dell’arte”. Ok, e invece chi si occupa di fumetto non solo racconta stronzate tipo “l’origine del fumetto è Yellow Kid”, ma fatica a mettere insieme Antonio Rubino con Tatsumi, Jack Kirby con David B. Ecco perchè oggi (perdonami lo spot) l’avanzamento della critica passa per quegli studiosi carbonari che si dedicano al fumetto prima del Novecento, e che sono in grado di connettere caricatura, images d’Epinal, fumetto in una cartografia (se vuoi cambiamo parola) unitaria del visuale, nel cui alveo il fumetto ha preso vita dopo l’avvento della stamp…

    Non sono però daccordo sul fatto che tutto ciò per i critici sia un problema, e per gli autori no. Per una ragione semplice: senza guardare indietro non si va avanti. E come diceva giustissimamente Spari, “il fumetto si merita la critica che ha”, perché è stato quel che è stato. Detto altrimenti: se la cultura del fumetto è infantile, è anche perché:
    – il fumetto è stato TROPPO a lungo infantile e semplicistico, grosso modo almeno tra anni Trenta e Sessanta (e quindi ecco la cultura dei critici di quelle 2-3 generazioni: gente che fatica ad andare oltre le lodi del divertimento infantile)
    – il passato recente (confidiamo nei nostri tempi..) del fumetto è stato di bassa qualità proprio per colpa (anche) di autori che non hanno guardato indietro. Autori che non si sono confrontati con la ricca storia del mezzo, ma con il suo bigino promosso da..i critici ‘nostalgici’! Risultato: se il fumetto popolare si “assomiglia” così tanto (e non era così nell’Ottocento, fino almeno agli anni Venti), non è forse anche un problema di cultura degli autori?

    Aus: poetica? Certo: parliamo di poetica. Magari non per le Giussani (io non parlerei di poetica per gli autori di Happy Days; magari per JJ Abrams?). Ma sì, parliamo di poetica. Non sperare che accada su supporti come FdC o SdF, spero. Oggi come oggi, accade troppo poco: in pubblicazioni universitarie (quando non sono roba da entomologi), su Neuvième Art (quando c’era Groensteen), sul Comics Journal (quando sei fortunato).

    ms

  17. Fra un po’ inizio a parlare di Alice. Ma prima sento il dovere di smorzare una frase che ho scritto e su cui – giustamente – mi state riprendendo ben bene.

    Ho scritto:
    Poi, diciamocelo, a me non frega un cazzo di essere un servizio per l’autore (figurati: non mi frega nulla di essere un servizio per nessuno).

    Non intendevo dire – giuro! – che non è importante “essere al servizio dei lettori e degli autori” e che sono un duro che se ne fotte di tutti.
    Mi sono spiegato malissimo.

    Credo fortemente nell’importanza dei maestri degli insegnamenti e di una pedagogia – anche della lettura – capace di inculcare valori etici ed estetici.
    Se ho fatto capire il contrario, chiedo scusa.

    Però, se parlo di me le cose cambiano un po’… Io mi considero un educatore per i miei figli (che sono pochi: due). Solo per loro. Di mestiere organizzo le direzioni delle tecnologie di aziende che quasi mai erogano prodotti culturali. Non tengo corsi, non dico messa, non ho seguaci.
    Uso un blog – e altre diavolerie tecnologiche – perché la cosa mi rilassa. A metà tra terapia e cassetta di frutta da cui predicare nel parco.
    Le robe che infilo qua dentro sentono di egomania? Certo! E’ un blog personale, mica una testata giornalistica.

    Potrebbe essere tutto, se non fosse che (è chiaro anche a me) un individuo non può limitarsi a vivere di quello che sente di essere, ma deve fare i conti con il modo in cui viene percepito e con le aspettative che genera…

    That’s all folks! Scusancora e si parte con Alice.

  18. “Però, se parlo di me le cose cambiano un po’… Io mi considero un educatore per i miei figli (che sono pochi: due). Solo per loro. Di mestiere organizzo le direzioni delle tecnologie di aziende che quasi mai erogano prodotti culturali. Non tengo corsi, non dico messa, non ho seguaci.”

    quindi tramite questo blog cerchi aiuto per crescere i tuoi figli?
    credevo che la discussione fosse un tantino più articolata e interessante. più complessa, ecco.

    passo.

    aus

  19. Aus: non dovresti scrivere quando sei alterato.Tra la mia frase che citi e la tua risposta quel “quindi” non ci sta per niente: la tua è una deduzione insensata.

    Quello che dici però mi informa di una cosa su di te. Sono convinto che non ci sia nulla di più complesso, di più articolato e interessante che educare dei figli. Poi c’è chi non la pensa così: alcuni creano aberrazioni umane, altri aberrazioni letterarie.

    Passa.

  20. paolo… guarda che pesti merde una dietro l’altra… 😉
    (traduzione: rischio gaffes involontarie)

    ok… questo tipo di confronto è emozionante, e gli accessi, in generale crescono. siamo tutti un po’ pettegoli e morbosetti.
    ma cosa rimane alla fine?

    e quand’è che ci troviamo per scannarci dal vivo?!?!?!
    domani sera sono a rozzano… 😉

  21. Hai ragione, Mic. Ho riletto e c’erano appoggi per un sacco di doppi e tripli sensi.
    Non conosco i segreti di nessuno e non volevo essere cattivo.

    La semplificazione di aus mi ha lasciato basito. Dopo l’eplosione su poetica e arte, mi investe con una frase che MI sembra dichiarare totale indifferenza verso gli umani. Quasi che l’arte, qualunque cosa sia, possa essere più importante di chi deve goderne.
    Non scherziamo.

  22. spari…

    le tue capacità di deduzione… sono un po’ limitate a quanto pare.
    ora non facciamo del “sentimentalismo affettato” (patetismo. così lo capisci meglio) alla ned flanders. per piacere.
    dopo mille insulsi preamboli su quali sono o dovrebbero essere gli strumenti di un lettore o di un critico per “leggere” un opera a fumetti… arriviamo alla montessori…
    sì. sono gaffes. tremende. poi ti puoi irritare quanto vuoi. ma se qualche anno fa un mio professore d’estetica* avesse impostato il discorso come lo stai impostando tu, qui, beh… mi sarei alzato, mi sarei sbottonato i pantaloni e gli avrei mostrato il culo. e ridendo gli avrei urlato: ma ci faccia il piacere!

    quindi consentimi almeno di ridermela, eh?

    passo.

    ausonia

    *lungi da me associarti a un peofessorone di quelli veri. studiosi preparati e con i controcoglioni.

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