Quello che non ho

Appena Matteo Stefanelli (ms) ha proposto, nei commenti qua sotto, il primo degli attrezzi del critico, sono corso alla mia cassetta per dedicarmi a minuziosa ricerca. Dannazione! Non c’è! Che fare? Disperare? Farsene prestare uno dagli amici? Simulare e mentire?
Bhoff…

Dài. Facciamola semplice.

Ms dice: “Separare l’identità del lettore da quella del critico non è un bisogno dei critici o dell’industria, ma della società. Serve a rendere più riconoscibile e modulabile (una volta si sarebbe detto democratica) l’idea stessa di “attrezzo”, in modo da consentirne un suo uso più funzionale”.
Ms sta dicendo che la critica la si fa con indicatori numerici misurabili in maniera documentabile e ripetibile. Fortunatamente sono un lettore e non un critico, se no mi offenderei.

Ecco. Un critico è un tipo fatto così. E’ guidato da metodologia. E non da metodo. E a me, onestamente, pare un’aberrazione non solo linguistica.
La cosa che Matteo difende, ammantandola di democrazia, a me sembra dannosa. Mi pare sia quell’ossessione che ha fatto sì che strumenti utili divenissero strumenti unici. Quelli della semiotica, prima, e della sociologia (mica tutta, quella vestita di statistica e statistica morale), poi.
Lo strumento che usano maggiormente questi signori è il preservativo. Una barriera di lattice che impedisce loro di impollinare le storie e, dall’altro lato, di farsi contaminare (anche in un periodo in cui meno del 5% degli italiani dice di temere le malattie trasmissibili sessualmente). Gente che guarda l’oggetto dei propri studi, misurando e analizzando tracce e indizi. Il crimine è già avvenuto, il cadavere della storia è fermo sul tavolo. Lo si deve guardare al microscopio, sezionare col bisturi, cospargere di reagenti. L’autopsia ci consentirà di sapere tutto degli ultimi minuti di vita di questo morto. Poi lo si potrà tumulare.

Un minuto di silenzio.

Occhei. Il preservativo non lo voglio. Quando leggo mi accollo i miei rischi e la storia deve essere viva. Tra le perversioni che mi contraddistinguono, la necrofilia non c’è.

Advertisements

6 pensieri su “Quello che non ho

  1. mah,
    suonerà simile a quanto farebbe il nostro amatissimo Silvio. Però te lo meriti, mio caro:

    – non ho affatto proposto uno “strumento” (dove lo hai visto? Ti ho solo detto: la distinzione lettore/critico non l’ha inventata Dio, ma la società. E alla società – che tu lo voglia o no – serve fare distinzioni). Voglio vedere anche io questo strumento: prestami i tuoi occhiali al più presto. [ah già, sei mezzo cecato. Ora si spiega. Ehi: non era uno “strumento”, era un UFO..!]

    – non ho idea di quale sostanza tu abbia ingerito per farmi dire che “la critica la si fa con indicatori numerici misurabili”. ?!? Geniale calembour, considerando che per lavoro mi occupo proprio di “indicatori sociali non misurabili”. Naturalmente, ti chiedo di fornirmi ampie quantità di quella sostanza: adoro le esperienze visionarie.

    – dice: “sociologia (mica tutta, quella vestita di statistica e statistica morale)”. Eh?? Cos’è la statistica morale?? Quella che usa solo i numeri primi?? Hai ecceduto con lettura di Paolo Giordano?

    – dice: “Lo strumento che usano maggiormente questi signori è il preservativo”. Sono daccordo. E sai anche che svolgo un bizzarro doppio lavoro: in uno fabbrico preservativi (mi devo guadagnare il pane; e poi aiuto il pianeta a trombare senza sovrappopolarsi troppo); nell’altro, prendo i miei rischi e cerco il corpo a corpo, lasciando i preservativi a casa (mi fermo qua, prima di sbracare sui miei test anti-AIDS…). Avessi saputo che mi stavi scambiando per un entomologo, ti avrei subito ricoperto di mazzate (o preferisci il ricatto?). Te la spiego così, che magari capisci: nel mio ambientino, in università, c’è un casino di gente che usa il preservativo; io lo uso di rado, e persino critico chi ne abusa (gentaglia: si offendono pure!). In un certo senso, sono quello “eticamente irresponsabile”.. Ho imparato come si mette, e so usarlo (anche quello extrastimolante, yeah!). Ma siccome non lo amo troppo, lo uso – diciamo – solo quando richiesto dalla controparte (studenti, boss, clienti). Cazzo, Spari, tu che ti autoproclami peccatore non capisci nemmeno quando ne hai un altro davanti?

    m- secondo me l’abbiamo già fatto/detto/scritto su questo blog anni fa. Ma lo ripeto: non hai la minima idea di cosa sia un metodo. E infatti ti metti a far manfrine su “metodologia e metodo non sono la stessa cosa”. Ma soprattutto: non sei in grado di riconoscere la funzione sociale (il suo ruolo, il suo “servire a qualcosa”) del metodo analitico, che è quella roba che fa il 75% dei ‘metodi’ usati in ambito accademico. A me non piace più quello di altri. Mi va bene John Berger, così come il metodo “autoptico” (come diresti tu). Purtroppo per te, anche quello è uno di quei dannati strumenti che stanno nella cassetta. Non nella tua? Cazzi tua 😉

    Massimalista. Ennesimo episodio. Anzi: puntata Speciale Natale!

    😉

    ms

  2. ms: e bbravo il mio monopolio statale. Hai fatto la smentita e chi sono io per contobattere? (minacci anche delazioni e ricatti e ho i miei peccatucci: sta’ attento, però, che faccio outing e poi ti sbrano).
    Su metodo e metodologia, se paghi però (perché lo faccio professionalmente), ti faccio un corso. Così riesci a parlarne con cognizione di causa.

    abbraccio
    p.

  3. Ho appena finito il fumetto ‘La solitudine dei numeri primi’.
    Giudizio? Che merda!!!!

    Roberta Latroia

  4. paolo, forse l’errore che stai facendo, forse, consiste nel tentativo di abbracciare la materia con un’unica e magica cassetta degli atrezzi, che, infatti, dopo diverso tempo dalla sua evocaziona, non salta fuori.

    non è che non ci possa essere. è che il fumetto non è una categoria rigida e quando se ne parla occorre contestualizzare.

    forse tu stai contribuendo a fare chiarezza su un punto: cosa dovrebbe essere un critico.

    i tuoi ragionamenti mi confermano che io non sono un critico. in effetti ho sempre cercato di respingere questa definizione. come te sono un lettore, un lettore forte, ma ho scelto di essere anche studioso e divulgatore. e poi, se è lecito dirlo, ci lavoro pure con ruoli organizzativi e socio-aggregativi.

    ecco perché posso permettermi di dire di un’opera: “non mi piace, ma è utile a”. Mettiamo per esempio che si commissioni ad una persona o ad un soggetto con delle competenze la stesura di una bibliografia per una biblioteca che deve rinnovare il proprio fondo di fumetti. Se l’incaricato è serio, provvede a disutere con l’interlocutore le finalità dell’aggiornamento, target, budget etc. E poi si sceglie. Non sceglie il critico, ma sceglie una o più persone che conoscono le opere in circolazione, sanno definirle, ne conoscono le potenzialità, sanno aggregarle per genere, formato etc.

    Questa attività non rientra nell’ambito della critica, anche se si incrocia con essa nel momento in cui la critica certifica la presunta qualità di un’opera, contribuendo alla sua notorietà e quindi influendo sulla sua diffusione.

    La critica ha come ruolo quello di dare una propria interpretazione delle opere.
    Se è così, occorre intanto mettersi d’accordo che i fumetti non sono tutti uguali e che valutare LMVDM e Lilith con lo stesso metro non ha molto senso.
    Servono appunto cassette degli atrezzi senza dubbio simili, ma con anche strumenti diversi. Forse servono anche riferimenti storici diversi.
    Lilith è produzione industriale, anche se con una forte connotazione autoriale. Quindi interessano indicatori molteplici, tra cui, per forza di cose, la diffusione dell’opera. Perché un lavoro di questo tipo ha scritto in fronte: voglio raggiungere almeno 35.000 lettori. E qui non si può prescindere anche da analisi sociologiche che abbiano come oggetto i lettori. Qui l’arte dell’autore è funzionale allo scopo.
    LMVDM è un’altra cosa. Per esempio è un ulteriore approdo di un percorso personale dell’autore, che si racconta, si svela, si decostruisce e ricostruisce. Ausonia parlava di poetica. Gipi per esempio ha costruito una poetica basata sul ricordo autobiografico. E questa poetica è presente da sempre in buona parte dei suoi lavori, da Cuore. La grandezza di Gipi sta nell’aver reso universali i suoi ricordi, abituando il lettore, costruendosi e ricostruendosi assieme ad esso, sino a permettersi due libri che solo dieci anni fa non sarebbe stato possibile neanche immaginare (gli ultimi due).
    Qui entrano in gioco indicatori anche diversi. Perché per esempio è diverso il modo di usare il disegno, così come quello di costruire il testo.

    Mi fermo qui.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...