Sulle tracce di Alice

Sottoterra

Capitolo 1: Giù nel buco (1/3)

Di tutte le cose da ricercare, la prima è l’ozio.
Ecco. Sediamoci qua.
Sì, lo che fa caldo. So anche che ti stai annoiando, ma il viaggio deve obbligatoriamente cominciare da qui. Il caldo e la noia sono parte del rito di passaggio.
Guarda quelle due bambine. La più piccola,quella con i capelli lunghi e biondi, si chiama Alice e anche lei si annoia. Il caldo le obnubila il pensiero e non capisce cosa ci sia di così divertente nel libro che la sorella tiene sulle ginocchia. Si chiede, addirittura, a cosa possa servire un libro senza figure né dialoghi.
E me lo chiedo anch’io.

autoritratto di Charles Lutwidge Dodgson davanti ai suoi studenti di matematica

Ecco. Ti sei distratto. La bambina ha visto qualcosa e non sei riuscito a capire cosa fosse. Guarda, si alza di scatto e corre verso quel buco. Entriamoci anche noi. Dài! Non farti tirare! Vieni.
Non lamentarti. Stiamo solo precipitando. Lentamente. Molto lentamente. Sulle pareti, immagini fisse – carte geografiche e quadri, appesi con le mollette – su cui posare gli occhi, attenti o veloci. La caduta, forse infinita, ci lascia padroni dei nostri sguardi: li possiamo usare per sfiorare la figure che più ci piacciono o per vagare avanti e indietro.
Lascia stare quel barattolo di marmellata: tanto è vuoto.
Mettiti comodo, ché abbiamo un sacco di tempo. Permettimi di spiegarti perché siamo qui. Parto dall’inizio.
Alice, la bambina bionda, è nata il 4 luglio. Era il 1862 e Charles Lutwidge Dodgson, un diacono poco più che trentenne che insegnava al Christ Church College di Oxford, aveva accompagnato, con l’amico Robinson Duckworth, le tre sorelline Liddell a fare una gita in barca sul Tamigi. Era un giorno felice per Dodgson, uno di quelli da segnare con un sassolino bianco. E lo era sia perché poteva trascorrere il pomeriggio con tre piccole amiche sia perché tra le tre c’era la sua preferita: Alice, una brunetta molto carina, con i capelli corti e la frangetta, che poco rispondeva ai canoni estetici della pittura preraffaellita. Durante la gita Dodgson, spronato e pungolato dalle tre sorelle, aveva improvvisato una storia, dedicandola, appunto, alla piccola Alice.
Dodgson era un tipo strano. Dedito all’insegnamento della matematica, suscitava nei suoi studenti la stessa apatia che può scatenare una giornata assolata di luglio. Era timido e balbuziente, la vittima perfetta per dileggio e sfottò. Nonostante (o, forse, proprio per) il celibato impostogli dal ruolo che si era cucito stretto addosso, Dodgson aveva una passione. Amava, ricambiato, le bambine. Pare non ci fosse nulla di scabroso in questa sua pulsione.
Nell’Inghilterra vittoriana, il mercato del sesso mercenario era ricco e fiorente, con un’offerta talmente segmentata da soddisfare ogni nicchia di consumatori. C’erano bordelli dediti a ogni sorta di uso e pratica sessuale. Ve n’erano perfino di specializzati in sesso con le bambine (il momento e il luogo criminalizzavano questa pratica solo se mossa verso minori di 12 anni e, ai tempi, il menarca giungeva tipicamente solo un paio d’anni dopo).
Ma Charles Lutwidge Dodgson era un uomo perbene: il suo era un amore vero e angelicato, lontanissimo da volgari secrezioni e turpi meccaniche dei corpi. Le bambine, cui prestava le proprie attenzioni, erano gli unici esseri umani con cui si sentiva a proprio agio. Con loro non balbettava. Anzi, diventava uno splendido compagno di giochi e un narratore infaticabile.

(1/3 segue)
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2 pensieri su “Sulle tracce di Alice

  1. Ma… Vediamo che succede.

    Un’altra cosa: mi è scomparsa l’immagine. Mi si chiede di copiarla su splinder per continuare a usarla. Ma ora non riesco più a trovarla!
    Qualcuno può girarmi l’autoritratto di Carroll in mail.
    Grazie

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