Io e il mio wok: Salsicce e peperoni


Questo assomiglia terribilmente al mio wok

Mi piace usare il wok in maniera impropria. Come un asiatico non farebbe mai. Del resto il mio wok è di ghisa e pesa come un’incudine. Mica un oggetto canonico.

Siccome sono un barbaro e quando smetto di usarlo lo lavo, ungo d’olio (extravergine di oliva) il mio wok. Lo scaldo. Ci butto dentro una cipolla tagliata a pezzi non troppo grandi (insomma, tritata ma non troppo). Dopo un po’ (la cipolla nel wok non si dora), ci aggiungo i peperoni. Come sempre privati dei semi e delle escrescenze bianche interne e tagliati a fettine.
Copro e lascio cuocere, a fuoco basso, per 15 minuti.
Poi ci aggiungo la salsiccia tagliata a pezzi di una decina di centimetri. Aggiungo il vino (mezzo bicchiere di bianco) e lascio evaporare a fuoco vivo. Altri dieci minuti con la fiamma bassa e il wok coperto.
Infine aggiungo mezzo cucchiaino di zenzero tritato, faccio saltare un ultimo minuto e metto nei piatti.

Incredibilmente il piatto è molto più leggero di quanto la combinazione di ingredienti suggerirebbe e il sapore riesce a essere addirittura delicato.

Per quattro persone: due peperoni e 4 o 5 etti di salsiccia fresca di maiale.

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12 pensieri su “Io e il mio wok: Salsicce e peperoni

  1. il baracchino di via morgantini, quello aperto tutta la notte per i tassisti le mignotte e io, quella roba lì ce la ficca nei panini. Una delizia. Accompagnata da mezza beck’s. Roba che fa assaggiare l’infinito a tutta la gente di bocca buona. Come me.

  2. No Boris, non te la lascio passare. La Beck’s no, un’altra birra sì, ma quella schifezza amara e metallica… Il panino del baracchino e il mischione da wok di Spari sì. A Genova di notte stanno dei caravaserragli che vendono orridi panini di porchetta gommata e mezza minerale a due/tre euro: meglio aspettare che aprano i forni e prendere la fugassa.
    Ah, spiega a Paolo chi erano Griffith e Mazzinghi, poiché il ragazzo scarseggia di nozioni pugilistiche…
    M.G.

  3. Non ne vedo l’attinenza. Ma.

    Mazzinghi.
    Sandro. Grandissimo e sfortunatissimo campione superwelter. Lo preferisco di gran lunga al più famoso Benvenuti. Con cui si scontrò e perse ai punti in un incontro leggendario (17 dicembre 1965) per il titolo mondiale. Dicono, i maligni, che Benvenuti vinse quell’incontro, dominato ininterrottamente da Mazzinghi, per una esagerata benevolenza dei giudici.
    Così Mazzinghi perse il titolo che si era conquistato nel 1963 stendendo, alla nona ripresa, il campione Dupas al vigorelli di Milano. Incontro che mio nonno mi avrà raccontato in mille salse. Un giorno ci faccio un film.
    Ma il motivo per cui sono affezionato a questo pugile riguarda il maggio 1968, quando nello stadio Meazza, davanti a 60.000 spettatori paganti il gladiatore di Pontedera stravacca al tappeto il coreano Ki Soo Kim. E diventa nuovamente campione del mondo.

    E’ un anno fondamentale per me il 1968. Forse perché ci sono nato.
    Vabbè, caro Spari. Leggiti almeno il più bello dei libri scritti da Mazzinghi. Pugni amari. Se lo trovo tra i miei scatoloni te lo presto.

    Griffith è nero, malato di demenza senile, vive in qualche ospizio newyorkese con una pensione di 300 dollari al mese.
    Era bello, nero, fortissimo. Gay. Amava i cappelli da donna e i pantaloni attillati. Amava i ragazzi ispanici. Ma era cosa da non fare sapere in giro.
    Marzo 1962. Griffith incontra Benny “kid” Paret. Poco prima dell’incontro Paret gli aveva gridato: “hei frocio! Stasera mi fotto te e tuo marito!”. Liberace in quegli anni aveva fatto causa a chi gli aveva dato dell’omosessuale. Quelli dichiarati in Usa erano tre: Ginsberg, Vidal e Baldwin. Scrittori, mica pugili.
    Quella sera Paret para con la faccia una gragniuola di 47 pugni senza soluzione di continuità.
    Alla dodicesima ripresa è morto.
    Frocio a chi?
    Sibila Griffith mentre lo portano via.

    Mio caro MG. La Beck’s alla spina è amara, molto. Ma non ha retrogusto metallico.
    A me piace.
    Con il panino peperoni e salsiccia del baracchino di via Morgantini è il massimo.

  4. Caro Boris, ti spiego.
    Venerdì sera mi sono rivisto un pò di spezzoni di match di Benvenuti e tra questi i tre leggendari con Griffith e i due contro Mazzinghi. Mosso dall’entusiasmo (eh sì, mi beo per piccole cose) ho mandato un sms a spari, convinto che potesse condividere. Non sapeva neanche chi fossero, la bestia. Solo Nino da Trieste aveva sentito nominare e per ragioni poco attinenti al ring.
    Anyway. Mi permetto una piccola correzione. Mazzinghi lasciò il titolo dei medi junior a Benvenuti il 18 giugno 1965 a San Siro, è vero. però perse per ko, messo giù da un magnifico e tremendo montante di Benvenuti. Mazzinghi era arrivato a quel combattimento in condizioni, fisiche e psicologiche, non ottimali. perché aveva dovuto seguire la moglie malata (che poi sarebbe morta poche settimane prima dell’incontro). Ed il toscano, che non aveva certo il talento e la tecnica di Benvenuti, se non sorretto da adeguata condizione palesava dei limiti, come si vide in quel match. Ma per la rivincita, che si tenne al Palaeur a Roma nel dicembre dello stesso anno, Mazzinghi arrivò tirato a lucido e disputò un combattimento straordinario, impostato sul ritmo, mettendo così in difficoltà il triestino, che era fortissimo e completo, ma che amava prendere delle pause. Inoltre il toscanaccio si tenne sempre a media e corta distanza, evitando i jab di Benvenuti. Sì, secondo molti (tra questi mio padre) Mazzinghi aveva vinto.
    Il match del 1968 a San siro con Ki Soo Kim è uno dei più incredibili della storia del pugilato, su livelli d’intensità non distanti o superiori ad Arcari-Adigue, Valdes-Monzon, Alì-Frazier (il combattimento di Manila) e il pazzesco Mugabi-Hagler.
    Ma se esiste un’estetica del pugilato, per il contesto, per le facce dei pugili durante e dopo il match, per le foto ed i filmati che ci sono rimasti, beh, quello di Mazzinghi col coreano si conficca sul podio.
    Su Paret e Griffith il tuo racconto è splendido ed ineccepibile. Ho avuto l’occasione di rivedere gli ultimi round; il finale è impressionante, Griffith era in trance e si era tramutato in una belva. Quello che non ho mai capito è perché dall’angolo di Paret non abbiano tirato l’asciugamano.
    Tra l’altro, come ho spiegato a Paolo, il lancio della spugna effettuato da Amaduzzi sottrasse Benvenuti ad un futuro su sedia a rotelle quando Monzon lo disintegrò nel secondo match, quello di Montecarlo. Il bello è che Benvenuti, invece che ringraziare, s’incazzò e ancora oggi sostiene che “ne aveva ancora”…
    M.G.

  5. Merda.
    La memoria senza supporti esterni non è il mio forte.
    Ti ringrazio per la puntualizzazione.
    Sul perchè non gettarono la spugna per Paret mi sembra di ricordare che qualcosa dicesse Philonenko nella sua discutibile ma indispensabile storia della boxe. Appena lo ritrovo, verifico e poi ti dico.

    Carlos Monzon fu un personaggio degno di racconto epico. Immagino che nemmeno di lui Spari sappia n’accidente.
    Sai, carissimo MG, che mi sta venendo voglia di scrivere una storia della boxe strutturalista. Anzi, costruttivista, così se la legge anche Paolino.

  6. Il libro di Philonenko (edito da Il melangolo) è indispensabile, forse più saggio di filosofia “allargata” sulla boxe che testo storico, ma anche pieno di lacune e di esclusioni misteriose. Io m’incazzai quando mi accorsi che non nominava Bruno Arcari, un titano che a Genova conta più di Eraldo Pizzo e dell’uomo che ha inventato la focaccia e, per inciso, il più grande pugile italiano con Loi e Benvenuti. Così abbandonai la lettura; riprenderò andando a vedere cosa dice su Paret.
    Eh, una storia costruttivista della boxe ad uso e consumo del bestioso Spari sarebbe mica male, magari illustrata da Fabian Negrin.
    Boris, sembra incredibile ma Paolin sa chi era Carlos Monzon. Forse perché recitò in alcuni spaghetti-western.
    M.G.

  7. L’anziano sordomuto toscano Gabriele Filistrucchi incontra Sandro Mazzinghi nel 1965.

    Sono passati molti anni da quando ho smesso di combattere, ma i miei tifosi sono rimasti fedeli nel ricordo di quei meravigliosi momenti. Ricordo che ricevevo pacchi e pacchi di corrispondenza e fra questi c’era sempre la firma di un certo Gabriele Filistrucchi il quale oltre ad esprimere la sua simpatia non nascondeva un giorno il desiderio di conoscermi. Bene,a distanza di molti anni, Sabato scorso accompagnato dall’amico e grande appassionato di pugilato Michele Baschieri mi è venuto a trovare e non vi dico l’emozione che ho provato quando si è presentato, anche se era la prima volta che ci incontravamo era come se ci fossimo conosciuti da una vita. Ho deciso di scrivere queste poche righe per ringraziare dell’affetto che ancora oggi ho da tutti coloro che come Gabriele Filistrucchi mi hanno accompagnato nel cammino della mia vita.

    Sandro Mazzinghi

    http://www.superman-sordo.it/multimedia/2008/foto_grafica/personali/gabry/ricordi/gabry_tarzan.asp

  8. A Roma io c’ero. Vinse Mazzinghi. Il vedetto della giuria mi fece infuriare.
    Luciano

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