Capitolo 1: Giù nel buco (2/3)

Nel 1855, lo stesso anno in cui aveva iniziato a insegnare, Charles Lutwidge Dodgson aveva scoperto il proprio amore per la fotografia e si era dedicato a questa giovane arte supportata da una tecnologia ancora acerba. Poco dopo, aveva anche comprato un apparecchio fotografico: una macchina talmente nuova da apparire magica e meravigliosa agli occhi della maggior parte dei suoi concittadini. Le madri avrebbero fatto di tutto perché i propri figli fossero ritratti, con l’accuratezza consentita dal mezzo, e perché fosse loro concesso di poter conservare un’immagine, fedele, di un viso che il tempo avrebbe sepolto. La fotografia era l’arma straordinaria con cui Dodgson riusciva ad avvicinarsi ai cuori e ai corpo (col minor numero possibile di abiti addosso) delle bimbe tanto sognate. Con il consenso dei loro genitori.
Perché la luce si fissasse sulla lastra, l’obiettivo doveva rimanere aperto per una quarantina di secondi, un tempo straordinariamente lungo, specie se raffrontato con la rapidità con cui i nostri cellulari catturano immagini digitali ad altissima definizione. Non so tu, ma io, con tutta la tecnologia che mi porto addosso, non riesco a fotografare i miei figli senza che essi decidano di guardare altrove, di grattarsi il naso, di spostarsi rapidamente. Quaranta secondi sono un tempo incredibilmente lungo per una bambina che deve rimanere immobile di fronte a una macchina: rischia di annoiarsi.
Dodgson era un affabulatore nato, un narratore di raro talento. I suoi racconti procedevano fluidi e senza balbettii: erano incredibilmente interessanti e ipnotici; una bambina poteva perdercisi, regalando la propria fissità alla macchina fotografica. Ma, forse, non era Dodgson…
Ssshh… Ascolta! Alice, poco più sotto, sta parlando da sola. Lo fa per tre ottime ragioni: perché di un libro senza figure né dialoghi non sappiamo cosa farcene; perché è un piacere leggere le sue chiacchierate solitarie; e perché, per andare sottoterra o per attraversare lo specchio, avere un doppio fa molto comodo.
Anche Charles Lutwidge Dodgson aveva una seconda vita. Hai capito bene. Una di quelle vite virtuali in cui un simulacro del tuo corpo agisce consentendoti altre possibilità. Ma tutta la tecnologia che gli serviva per far agire il suo avatar era carta e inchiostro. Nel 1856, anno successivo al sorgere della passione per la fotografia, aveva firmato una poesia pubblicata sulla rivista “The Train” usando, per la prima volta, uno pseudonimo che molto amiamo: Lewis Carroll.
Ho usato la parola pseudonimo. Scusami, ho sbagliato. Lewis Carroll era, dichiaratamente, il doppio di Charles Lutwidge Dodgson. Per costruire quello che sembra uno pseudonimo, Dodgson aveva invertito il nome proprio (Charles) e il matronimico (Lutwidge) e aveva applicato a essi un paio di giocose trasformazioni, attraversando traduzioni latine: Lutwidge era diventato prima Ludovicus e poi Lewis; Charles prima Carolus e poi Carroll.
Improvvisamente, thump! thump!, eccoci siamo atterrati su un mucchio di ramoscelli e foglie secche. Alice continua a seguire il coniglio lungo quel corridoio. Fra un po’ sbucherà in un vestibolo, dove cercherà di aprire tutte le porte, e finalmente potremo anche vederla. A rischio di rovinarti la sorpresa, devo anticiparti che le porte sono tutte chiuse. Questo ci dà un po’ di tempo per continuare a chiacchierare.
Come dici? Non ti sembra un dialogo? Quando si esplora è così. Devi ascoltare la tua guida. Non che io ne sappia più di te, ma il ruolo di cui mi sono autoinvestito fa sì ch’io sia un uomo colto: quando non so, invento. Continuiamo? Bene.
Allo stesso modo di Alice e del suo doppio, Charles Lutwidge e Lewis Carroll interagivano molto. Ed è cosa assai strana se si pensa alle profonde differenze che allontanavano i due.
Il primo era un uomo di chiesa, conservatore e austero, permeato da un moralismo insopportabile che scaturiva in reazioni spropositate di fronte a ogni affermazione anche solo vagamente blasfema; un insegnante balbuziente, pedante e incomprensibile dall’andatura rigida e dalla postura retta, “quasi avesse ingoiato un attizzatoio”; l’autore di libri sulla logica che nessuno ha più il coraggio di leggere ma di cui dobbiamo parlare sempre in toni entusiastici; un amante di bambine, che provava profonda repulsione nei confronti degli orribili maschietti; un fotografo straordinario e un corrispondente epistolare infaticabile.
L’altro era un narratore tra i massimi che abbiano calcato il suolo di questo mondo e il più grande in assoluto tra quelli che hanno esplorato quell’altro, il paese delle meraviglie; un giocoliere di parole e un tessitore di limerick, versi e poesiole sublimi; un logico enorme che dava il proprio meglio quando poteva teorizzare sul senso e sul linguaggio; un saggista da leggere con sommo divertimento, davvero come un romanzo.
Per molto tempo, quando CL e LC si incontravano accadevano cose speciali: inventavano soluzioni per problemi strambi; costruivano giochi meravigliosi; interagivano nella corrispondenza con le giovani amiche di Dodgson.
Poi, a un certo punto, accadde qualcosa.
illustrazione di John Tenniel, Alice scosta la tenda. E’ la prima apparizione di Alice

 

(2/3 segue)
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