Per concludere: un esempio e un momento di autocensura


faccia pixelized

(segue dal post precedente e da quelli prima, ma stavolta finisce)

Inventiamoci per un attimo un autore italiano. Uno bravo che sa fare i fumetti. Facciamo finta che adesso questo autore abbia trovato la sua misura e sia capace di sfornare un prodotto leggibile non solo in Italia. Facciamo finta che lo intervistino in televisione e che vinca premi prestigiosi ovunque. Di più… facciamo finta che sia così fico che il tempio del coolness statunitense – robe alla dave eggers e vandela vida, per intenderci –ospita i suoi fumetti sulle antologie del meglio del racconto e del romanzo.
Ok. Riesci a immaginartelo? Bene, andiamo avanti.
Ora facciamo finta che il nostro autore abbia uno scheletro nell’armadio. Niente di così eclatante, ma a lui dà un fastidio becco. Prima di sviluppare il modo del racconto che adesso caratterizza i suoi fumetti ha disegnato delle cose di cui non è soddisfatto. Una di queste robe gli faceva così schifo che ha rifiutato di finirla. Per rendere la cosa più complessa, facciamo finta che questa cosa che gli fa schifo e gli causa disagio sia stata scritta da un tipo che non sa raccontare storie.
Chiamiamo ora il fumettista fico A e lo sceneggiatore incapace B.
A ha successo. B un po’ si rode. A fa nuovi libri che vengono pubblicati, venduti, tradotti e premiati. B fa robette che vengono pubblicate perché in Italia si pubblica tutto (stiamo facendo finta: ti ricordi, vero?)
Ora B si ricorda che ha un fumetto parzialmente disegnato da A nel cassetto, lo fa concludere al disegnatore C (è una comparsa: di lui non ti dico niente) e lo vende all’editore D (altra comparsa).
Il fumetto effettivamente è una merda e tutti i lettori si rendono conto che A aveva ragione.
A è incazzatissimo e non perde occasione di parlare malissimo di B e dell’operazione dell’editore D. Quando ne parla dice cose pesanti.
Facciamo finta ora che arrivi E, che ha una rivista e riesce a ottenere un’intervista con A. Nell’intervista A dice peste e corna di B. E è poco accorto e pubblica tutto sulla sua rivista. B querela: la rivista viene ritirata. Fine della storia
.
La morale è: questo è quello che può succedere quando non censuri.

Ma a questo punto sorge una domanda: davvero i B del mondo del mondo devono orientare i nostri consumi?
E peggio: se oggettini inconsistenti e poco progettati, con qualche decina di lettori, si ritrovano costretti a montare meccanismi di autocensura così forti, come speriamo che menti più fulgide e capaci di maggiore progettualità abbiano lo spazio per creare quelle mappe che mi/ci sono vitali?

Sono convinto che ogni elisione di contenuti connessa ad autocensura uccida la nostra possibilità di avere intellettuali di riferimento. E questo, credimi, è molto più grave dell’evidente rimozione di un faccione dal teleschermo.

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4 pensieri su “Per concludere: un esempio e un momento di autocensura

  1. citazione:
    La morale è: questo è quello che può succedere quando non censuri.
    Ma a questo punto sorge una domanda: davvero i B del mondo del mondo devono orientare i nostri consumi?
    E peggio: se oggettini inconsistenti e poco progettati, con qualche decina di lettori, si ritrovano costretti a montare meccanismi di autocensura così forti, come speriamo che menti più fulgide e capaci di maggiore progettualità abbiano lo spazio per creare quelle mappe che mi/ci sono vitali?
    Sono convinto che ogni elisione di contenuti connessa ad autocensura uccida la nostra possibilità di avere intellettuali di riferimento. E questo, credimi, è molto più grave dell’evidente rimozione di un faccione dal teleschermo.

    commento:
    Sulla questione che così bene descrivi, per scherzo ovviamente, c’è un punto chiave:
    B ha diritto di protestare. B ha diritto alla tutela della propria immagine. B può quindi legittimamente promuovere un’azione legale.
    Il problema è che però ci va di mezzo E, che ospita, per esempio, un’intervista. A me non risulta che se una persona rilascia un’intervista lesiva della reputazione di un terzo, debba essere il direttore responsabile a risponderne. se no, non si pubblicherebbero più interviste.
    E’ A che deve vedersela con B e ritorno. E non c’entra praticamente nulla.
    Forse E non ha un avvocato in gamba. Forse la rete rappresenta ancora uno scenario giuridico incerto. Sta di fatto che il pubblico non può, appunto, farsi un’opinione, fruire di un giudizio, per quanto questo possa essere espresso in modo brutale e diretto.

    C’è anche un’altra possibilità: E non si spaventa e tira dritto. O rivede il contenitore e ritorna sul luogo del delitto.

    Sul post precedente a questo ti devo una precisazione e un’osservazione: non ho detto che sei masochista, ma mi sono riferito ad un atteggiamento, che può anche rimanere circoscritto ad una situazione.
    Inoltre. Tu cerchi ancora maestri? Ma quanti anni hai? Quanta esperienza hai? Ormai checchè tu ne dica, sei diventato a tua volta un punto di riferimento. Per forza di cose metti in discussione i tuoi “maestri” precedenti.
    E’ normale. E’ giusto.
    Quindi… assumiti in pieno le tue responsabilità 😉

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