Un altro fumetto è possibile: Blankets di Craig Thompson

Blankets è l’unico libro di quella collana di cui avrei preferito tacere. Lo trovo abbastanza inutile. E forse, a dir nulla di Blankets, ci sono riuscito
(data del file: 03/10/2006)

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A partire dagli anni 70 l’industria del fumetto statunitense subì un’importante modifica: nacque infatti una rete di negozi specializzati. Se prima un comic book, l’albo tradizionale del fumetto USA, doveva essere stampato in un numero di copie sufficiente a raggiungere ogni città degli Stati Uniti, grazie alla presenza di negozi specializzati – frequentati quasi esclusivamente da appassionati – iniziarono a sorgere progetti editoriali non necessariamente destinati al più vasto pubblico. Tra questi anche graphic novel, opere lunghe e ambiziose, libere dal vincolo di una serialità ossessiva e spesso consolatoria.
Paradossalmente quella stessa rete di vendita mostrò molto presto la difficoltà della convivenza dei romanzi a fumetti con i comic book.
La realizzazione di un comic book può richiedere, perché la periodicità, solitamente mensile, sia rispettata, il coinvolgimento di più autori, specializzati in ruoli e mestieri diversi: c’è chi scrive la storia, chi la sceneggia, il disegnatore a matita, l’inchiostratore, l’addetto al lettering, il colorista, l‘editor, …
D’altro canto, un graphic novel è di solito un progetto personale cui l’autore (o la coppia di autori) può dover lavorare per periodi molto lunghi. L’esempio più eclatante – ma non certo l’unico – è Maus, che ha richiesto ad Art Spiegelman 13 anni per il completamento. Chi decide di realizzare un romanzo a fumetti si trova costretto a investire molto lavoro prima di riuscire a incassare gli eventuali proventi delle vendite del proprio libro. Le alternative possibili perché un autore di graphic novel si garantisca un reddito dignitoso sono: un cospicuo anticipo (solo per i fumettisti già affermati che assicurano all’editore un discreto numero di copie vendute), il doppio lavoro (che però allunga i tempi di realizzazione dell’opera) o la prepubblicazione in comic book progettati come riviste personali su cui un autore serializza le proprie storie lunghe.
I graphic novel prepubblicati in comic book sono però penalizzati nei negozi specializzati in fumetti. Infatti i negozianti, che come gli autori ambiscono a un reddito dignitoso, sono molto attenti a investire sui prodotti che garantiscono loro la sopravvivenza mese dopo mese. Chiaramente, i puntualissimi comic book dei supereroi sono esposti e promossi molto meglio di quanto lo siano albi dalla periodicità incerta che si presentano come veicolo temporaneo per contenuti ambiziosi destinati a essere raccolti in successivi volumi.
In questo contesto, la realizzazione di Blankets si rivela un gesto ancora più straordinario.
Craig Thompson è un giovane autore che, quando decide di dedicarsi a una monumentale autobiografia, ha all’attivo un solo fumetto “lungo”. Questa opera prima, Addio, Chunky Rice (edita in Italia da Black Velvet), racconta parte degli eventi che saranno al centro anche di Blankets, ma lo fa rappresentando sulle pagine animali antropomorfi e usando un registro metaforico che sposta la narrazione su un piano fantastico. Un’opera decisamente più vicina per temi, modi narrativi e segno a quanto il pubblico del fumetto indipendente (vale a dire tutto ciò che non ruota attorno ai supereroi mainstream) è disposto ad accettare.
Addio, Chunky Rice raccoglie vendite accettabili e importanti riconoscimenti della critica.
Archiviato l’ottimo risultato del primo libro, Thompson inizia a lavorare a un’opera autobiografica lunghissima (tra le più ampie che il graphic novel abbia espresso in occidente): quattro anni di lavoro per quasi 600 pagine destinate unicamente alla pubblicazione in volume. Un salto nel buio.
L’editore statunitense, Top Shelf, annuncia il libro con larghissimo anticipo, enfatizzando, oltre l’insolita lunghezza, i temi anomali (la formazione sentimentale e l’educazione sotto l’egida dell’oltranzismo cristiano).
Quando finalmente il libro esce, gli acquirenti si trovano di fronte a uno strano oggetto. Blankets è un monolito di carta, che si può piacevolmente inserire di costa nelle librerie. E’ disegnato con un segno semplice ed elegante, che si riferisce più ad alcune tendenze del fumetto francese che agli stilemi del fumetto USA. Thompson dimostra, in questo libro, grande disinvoltura e fluidità nella costruzione della pagina e della narrazione: sembra quasi che pensi a fumetti.
Andrew D. Arnold, il critico di “Time.comix”, rubrica dedicata al fumetto dell’edizione online di “Time magazine”, lo recensisce con entusiasmo: “In parte romanzo sentimentale per adolescenti, in parte romanzo di formazione, in parte romanzo incentrato su una crisi di fede, nella sua totalità fumetto, Blankets è un grande romanzo americano”.
L’autorevolezza della testata che ospita questa recensione entusiastica, unita all’apprezzamento della stampa specializzata (compresa la rivista di editoria “Publisher Weekly”), scatena il gioco del richiamo e alimenta il passaparola, in larga parte estesosi in Internet. Il libro riceve un’accoglienza inaspettata e colpisce soprattutto i lettori che col fumetto hanno scarsa dimestichezza. Le riviste attente alla cultura e ai trend giovanili recensiscono il graphic novel e intervistano Thompson, facendo rapidamente di Blankets un fenomeno, la cui onda lunga giunge in tutti i paesi in cui è stato tradotto. I periodici d’informazione, invece, si interessano al libro considerandolo un ottimo strumento per cogliere le trasformazioni della gioventù statunitense formatasi durante ai tempi di George W. Bush. Emerge l’esistenza di un pubblico “potenziale”, in buona misura femminile, che di solito evita il fumetto.
Seguendo le diverse edizioni del suo libro (francese, italiana, spagnola, tedesca e olandese), Thompson si dedica a tre mesi di promozione in Europa. Questo viaggio, puntualmente registrato nel volume Carnet di viaggio, da un lato gli consente di incontrare personalmente gli autori francesi che più lo hanno influenzato e dall’altro, di conoscere il suo pubblico sempre più numeroso. Solo in Francia, il libro ha ormai venduto quasi 50.000 copie: un risultato straordinario per un autore americano alla prima opera tradotta. I tre mesi di viaggio si concludono con una visita in Marocco che gli permette di raccogliere documentazione sui luoghi in cui ambientare “Habibi”, il nuovo fumetto, ancora in lavorazione.
Il successo di Blankets è merito tanto dell’opera, un intelligente romanzo di formazione sentimentale, quanto del grande valore metaforico del gesto di Thompson. Perché quella di Craig è la vicenda di un ragazzo, oppresso da un’educazione retriva, che ama raccontare storie e illustrarle. Un ragazzo che trasforma il disegno in un gesto liberatorio capace, come il sesso, di trasgredire le rigide regole della sua comunità. Andando a sfidare a cielo aperto le regole del gioco imposte dalla famiglia (o dall’industria del fumetto), un lungo graphic novel è un gesto di appassionata liberazione culturale.

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9 pensieri su “Un altro fumetto è possibile: Blankets di Craig Thompson

  1. Oddìo, dire che non mi è piaciuto mentirei, ma onestamente trovo Blankets molto, molto sopravvalutato…
    Però confesso di non avere ancora letto il pezzo qui sopra. Vado a provvedere.
    saluti
    Orlando

  2. Se non ci fosse stata la cagnara attorno sarebbe stato meglio – non un capolavoro, niente di nuovo sul fronte fumetto (me deve per forza essere sempre così?) – a me è piaciuto per il segno e l’aver mostrato un certo angolino d’America.
    Sarà poco, ma per me fu abbastanza all’epoca.
    Patfumetto

  3. ah ah ah
    avevo letto il pezzo, ma non mi ero accorto dell'”excusatio non petita” che hai piazzato sopra il titolo del post. in effetti a fine letura mi ero detto: “ammazza, come c’ha girato attorno…”.

    plf

  4. Ciao! Sono un lettore finora silente (ma molto appassionato!) del tuo blog. È vero, su alcuni giornali si è esagerato, dei giornalisti sembravano sul punto di buttarsi dalla finestra dalla felicità per l’uscita di questo tomo, frotte di lettori entusiasti, molti neofiti eccitati hanno gonfiato un po’ troppo la cosa. (Di casi analoghi in letteratura ce ne sono a bizzeffe e sempre ce ne saranno). Nemmeno io penso che Blankets sia l’opera del secolo. Comunque, l’ho trovato un fumetto buono e con delle qualità importanti che hai messo bene in luce nel tuo articolo… Poi certo, è acerbo, forse poco consapevole, forse dice meno di altri fumetti, però non mi è sembrato inutile… no?

  5. Ciao Dario.
    In quella collana c’erano l’autoroute du soleil, la trilogia inglese, maus, palestina, appunti per una storia di guerra, david boring…
    In quel contesto, Blankets mi sembra inutile. Poi ci sono cose di quel fumetto che mi infastidiscono bestialmente (e che mi impediscono riletture). E in più, lo sai, sono un fottuto massimalista.
    p.

  6. per l’italia, per coconino, fu anche un’operazione editoriale discretamente importante: il lancio del formato 27/29€ per letture super lunghe. la stagione successiva uscì lo splendido e devastante Ponte di Nonguri.
    il rimontaggio eseguito in collana, a mio avviso, contribuì decisamente ad affondare la credibilità della collana stessa, rispetto alla quale è un corpo quasi estraneto (ma anche l’antologia di Mattotti, purtroppo).

    sob.

  7. per l’italia, per coconino, fu anche un’operazione editoriale discretamente importante: il lancio del formato 27/29€ per letture super lunghe. la stagione successiva uscì lo splendido e devastante Ponte di Nonguri.
    il rimontaggio eseguito in collana, a mio avviso, contribuì decisamente ad affondare la credibilità della collana stessa, rispetto alla quale è un corpo quasi estraneto (ma anche l’antologia di Mattotti, purtroppo).

    sob.

  8. Blankets non sarà un capolavoro; capita che certe cose vengano recensite in maniera eccessivamente “rumorosa”. Però è un’opera assai importante, secondo me. Si inserisce in un filone di fumetto autobiografico e dice cose che non sono dette altrove.

    Ho trovato il tuo weblog cercando “Antonio Faeti” su Google. Se non l’hai ancora letto, ti consiglio caldamente “L’estate del lianto”, da poco uscito. È troppo bello… 🙂

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