Dai Supermen a Big man

Nel volume che ospitava Città di vetro c’era anche Big man del solo Mazzucchelli. Quel fumetto è bello e importante e meritava una introduzione tutta sua. Eccola.

 

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Città di vetro è accompagnato in questo volume da Big Man, lavoro di David Mazzucchelli che segna un importante punto di snodo nella carriera dell’autore. Mazzucchelli è stato, per un periodo breve ma intensissimo, uno dei più significativi autori del fumetto statunitense di supereroi, quando – a metà degli anni Ottanta – gli eroi in costume erano stati travolti da una potente ondata di innovazione. Si trattava di una visione laterale dell’idea di supereroe, che prendeva i personaggi più noti e longevi e li rileggeva in due modi: o arricchendoli dell’umana pesantezza dell’esperienza maturata durante la lunga vita fittizia, o riscrivendone le origini, aggiornandole a temi nuovi e più cogenti. Il giovane Mazzucchelli, su sceneggiature di Frank Miller (uno dei motori più importanti di quella rivoluzione dei supereroi), aveva disegnato due cicli di storie imprescindibili: con Born again aveva distrutto e fatto risorgere Devil, eroe cieco come la giustizia; con Year One aveva ri-raccontato il primo anno di attività di Batman nella sua Gotham City.
Il disegnatore aveva quindi deciso di ritirarsi dal fumetto mainstream proprio quando, a ventisette anni, era ormai popolarissimo presso un pubblico assai vasto, che raccoglieva tanto gli appassionati degli eroi in costume quanto i cultori di un fumetto dalla natura più spiccatamente di ricerca.
Dopo un periodo di pausa, per un triennio, David Mazzucchelli si era dedicato al progetto “Rubber Blanket”: una rivista annuale, di grandi dimensioni, in cui sperimentare con il disegno, le narrazioni, la bicromia e le tecniche di stampa. E proprio sulle pagine di “Rubber Blanket” è apparso Big man, opera che segna – a oggi – la trasformazione più importante vissuta da David Mazzucchelli.
Big Man è pieno di riferimenti sia al fumetto supereroico, da cui l’autore stava smarcandosi, sia a quello più ambizioso europeo. Basti, a mo’ di esempio, guardare la sequenza iniziale: un alieno dalla forza mostruosa arriva, completamente inatteso preso una comunità rurale nordamericana. Proprio come Superman che, infante e ultimo superstite del suo pianeta natale, viene accolto da una famiglia di contadini in un paesello noto, non a caso, come “Smallville”. Ma al contrario del supereroe, giunto sulla terra su una piccola astronave, arriva tra gli uomini del villaggio legato a una zattera, come Corto Maltese alla sua prima apparizione in Una ballata del mare salato di Hugo Pratt.
Big man è per Mazzucchelli il luogo della sperimentazione sia narrativa, con le lunghe ed epiche sequenze mute, sia formale, con il recupero della povertà della bicromia che diviene cifra stilistica adatta a sottolineare i momenti più drammatici. E, a essere attenti, in questo lavoro si possono percepire le avvisaglie dell’arrivo di Città di vetro. Se l’adattamento del romanzo di Paul Auster ruota attorno all’idea di ricerca di un linguaggio universale, in Big man il problema viene risolto alla radice: i due alieni – il gigante e la bambina – comunicano tra loro usando una commistione di gesti, sguardi e affetti.

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6 pensieri su “Dai Supermen a Big man

  1. David Mazzucchelli, un artista vero, un disegnatore meraviglioso, fra i pochi capaci (meglio: fra i pochi a cui importasse qualcosa) di cogliere un po’ d’umanità nei volti e nie gesti dei suoi personaggi: e penso soprattutto ai comprimari di Devil.

    Ipofrigio

  2. Ma la storia sembra la copia sputtata di Uomini e topi di Steinbeck! Plagiarista!

    Cherchietta Ebro di Leso

  3. Ma vi sembra che col povero Michael Jackson con la testa avvolta dalle fiamme io deva stare a pensare a queste cose?

    Clodomira Garcia

  4. La tua banana è più lunga della mia, non lo metto in dubbio. Ma la stai mettendo a disposizione perché se ne possa fare qualcosa oppure la brandisci a parole perché sei solo chiacchiere e distintivo?

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