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Con 4’33’’ John Cage fa un esperimento sublime. Me lo ha spiegato il mio amico Enrico. Tu sei là nella sala da concerto, quella insonorizzata in cui devi sperare non ti venga un raspino alla gola o da soffiarti il naso. Aspetti che si inizi l’esecuzione del pezzo. I musicisti sono concentrati e tesi e guardano il maestro che, di rimando, restituisce occhiate arcigne. Picchietta la bacchetta per richiamare l’attenzione (sì, lo so, la mia immagine del maestro è un po’ stereotipata, ma tant’è). E Poi attacca.

Per 4 minuti e 33 secondi nessuno si muove. La bacchetta resta sospesa in aria. I musici trattengono il fiato. Il pubblico guarda estasiato l’assenza di azione sul palco. Un’eternità, 4’33’’, di silenzio.

Lo hai mai sentito il silenzio? Non esiste. Anche nell’ambiente più insonorizzato, se ti concentri senti suoni: fosse solo il pulsare del tuo cuore o il gonfiarsi dei tuoi polmoni. Il tuo cervello, selettivo e capace di annullare le interferenze, ti salva dalla follia caotica del rumore della realtà. Se non ci provi con attenzione, non senti tutto. Quando leggi sul treno non percepisci le chiacchiere di chi ti circonda, i movimenti alla periferia del tuo campo visivo, l’odore di disinfettante che ti aveva infastidito appena salito sul vagone, i residui di noccioline rimasti in un interstizio tra i denti, la carta del libro sui polpastrelli e il duro contatto della poltrona sotto il culo.

Sei nel tuo libro, ma sei anche immerso nel mondo. Semplicemente non ci fai caso.

Allo stesso modo viviamo immersi nelle storie. Una broda primordiale di racconti e Shaharazade. E per accorgermene ho dovuto recuperare la condizione oziosa dell’uomo in vacanza. Spiaggia, acqua, patio, ombrellone, strade, gite, ristoranti, bottiglia di vino la sera, visita all’edicola quotidiana, birra birra birra, una sporta di libri, un hard disk colmo di film e serie tv, un R4 infilato nel nintendo DS, …

Siamo abilissimi a tenere separate le storie. Quante serie (tv, fumetti, videogiochI, animazione…) stai seguendo? Cinniaia. Fai mai confusione? Raramente e, comunque, niente di catastrofico.

Eppure la cultura non ha nulla a che fare né con la nostra capacità di isolare elementi narrativi né con la facilità con cui cogliamo citazioni atomiche, isolate da qualsiasi complessità, prodotte dalla mente semplice semplice di qualcuno che – nel ventunesimo secolo – ancora parla di un postmodernismo che non ha capito per assenza di strumenti e capacità cognitiva. Quella, al massimo, è un’idea museale e conservativa dei saperi che sistematizza le informazioni e le colloca con piglio da economia domestica, trovando un posto per ogni cosa e mettendo ogni cosa al suo posto. La cultura – e volenti o nolenti, abbiamo il dovere di essere colti – è (e deve essere) la nostra capacità di connettere elementi, trovare punti di contatto, definire reticoli attorno a scelte arbitrarie che sappiamo però esplicitare. Mappare la rete, identificando link che non sono solo parole che cambiano il formato del puntatore del mouse, ma esplicitano il loro senso (da qui a qui, perché…).

E allora godiamoci il rumore di sottofondo. Smettiamo di tenere separate le storie. Ammiscamm’e carte. Spiegare Fight Club di Palahniuk / Fincher alla luce di Protesi di Andreu Martin, Peter Pan di Loisel, la prima stagione di The Wire, Pom Poko e la colonna sonora di The Millionaire – solo perché ronzavano nell’aria nello stesso momento – è molto più divertente. E utile.

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