01. Perché non piangerò la chiusura di “John Doe”

Un raccontino morale in tre parti

purea di patate

01.00. Siccome rischio di perdermi (io, non tu che sei più intelligente di me), devo tornare ai numeri che danno un sacco di fastidio al mio amico borisbattaglia. Sono certo mi perdonerai.

01.01. Ci sono parole che durano una stagione. Arrivano all’improvviso e tutti le usano perché sembra quasi esprimano lo spirito dei tempi. Poi, con la stessa velocità con cui si sono infisse nel dizionario, scompaiono. E nessuno ne sente la mancanza perché, aborrendo il vuoto, le natura (umana) trova subito il modo di rimpiazzarle. Inoltre, come insegna Lenny Bruce, ogni parola detta un numero sufficiente di volte si svuota di senso.

01.02. Un paio d’anni fa, presso chi si occupava di tecnologie e comunicazione si usava la parola magica mashup. Potevi metterci uno spazio (mash up), ma dirlo e scriverlo tuttattaccato faceva ancora più effetto. Stava a indicare appartenenza: la usavi ed eri subito uno che ne sapeva. Con mashup si indicavano tutte quelle applicazioni web che pigliavano atomi informativi, flussi dati, contenuti, altre applicazioni e li mescolavano per riproporli in forma quasi nuova. Una manna, insomma. Una parola inglese, con un bel suono, che stava a raccontare un comportamento naturale abilitato da alcuni paradigmi e protocolli.

01.03. Sono certo di non sentire quella parola da oltre un anno e, siccome faccio sempre lo stesso mestiere e frequento le stesse combriccole iniziatiche, sospetto si sia persa come lacrime nella pioggia. Non mi manca, vuota come è ormai di senso.

01.04. Mashupmashupmashupmashupmashup….

01.05. A colmare il vuoto lasciato da mashup nel ronzio che mi circonda, ci ha pensato Roberto Recchioni: nel medesimo istante in cui l’ultimo dei miei conoscenti ha smesso di dire mashup, lui ha iniziato a definirsi devoto al postmodernismo. Magari succedeva anche prima – sono così distratto – ma io me ne sono accorto solo in quel momento, forse perché il riverbero del mashup sovrastava tutto. Mashupmashupmashup…

13 pensieri su “01. Perché non piangerò la chiusura di “John Doe”

  1. Non capisco. Devoto al postmodernismo significa che Recchioni si è costruito, un po’ alla Doinel, altarini di Lacan Foucault Derrida Deleuze Lyotard e Feyerabend, oppure che la sua scrittura è postmoderna? Perchè nel secondo caso avrebbe anche ragione: fa fumetti come si facevano tra gli anni 50 e 60.

    Zucchero Kandisky

  2. Sogno un paradiso della bonellità, ma semplice. Quella postmoderna, sì, ma tranquilla.
    Sogno un grande prato verde, dove saltellano felici John Doe, Brad Barron e i loro fratellini Gregory Hunter e Detective Dante . E chissà, forse, se ci sarà spazio anche per Greystorm?

    Gustavo Zagrebolsky

  3. @Sugar: Prima di tutto, devo dirti che ti ho sempre amata. Quanto alla questione del postmodernismo, adesso ci arrivo… forse.

    @#2: qualcosa che non so, per favore.

    @Gustavo: Boh

    @Paolo: Portavoce nelle due direzioni? Perché qualcosa da dirgli ce lo avrei…

  4. Il cuore di John Doe era indubbiamente decostruzionista. Quel decostruzionismo dell’assenza, della frammentazione, e della molteplicità.
    Assenza di originalità, frammentazione del senso, molteplicità di calchi.

    Francesco Lyotardo.

  5. vada anche per l’autore unico.
    Ma l’Autore Unico, questo no.
    La ritengo un’indecenza.

    Tarcisio Bertone

  6. l’autore Unico tornerà. A Maggio. E vi farà piangere lacrime amare.
    Preparate le cedole.

    Agenzia delle Entrate

  7. ciao, sono John Doe, e volevo dire a tutti i fans che si trovano in questo fichissimo blogghe: non disperatevi, dài!!
    Tornerò quando meno ve lo aspetterete. Più pimpante di prima, con degli occhiali da sole troppo giusti, e con tante belle avventure postmodernissime!

    Morte all’Eura! Viva Deleuze!

    Vostro John

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