02. Perché non piangerò la chiusura di “John Doe”

Caravaggio: la deposizione nel sepolcro

02.01. L’association è una casa editrice francese nata dalla volontà di un gruppo di autori di inventarsi uno spazio editoriale che non esisteva, che ha segnato gli anni Novanta come poco altre e che oggi è diventata esattamente ciò che aborriva e attaccava frontalmente. Qualche anno fa, L’asso ha tirato l’ultima codata: tre libri in dodici mesi, intitolati l’éprouvette, messi là a riassumere – in 1500 pagg – alcune tendenze dello studio sui fumetti. Il primo numero dell’eprouvette, datato gennaio 2006, si apriva così (traduco, dai grafici e dal francese):

“La pittura e la letteratura sono morte.

Il fumetto è un’arte in ritardo.

E’ un po’ coglione il fumetto.

Ma lui mica è morto, lui.

Può essere pieno di merda il fumetto.

Ma almeno non ha mai avuto il postmodernismo.

Fatto… ora va’ a darti una pettinata!”

02.02. Eccomi. Tornato. Il capello riccio è una dannazione: dopo essermi pettinato mi ritrovo con una cotonatura afro da far sembrare la moglie di Frankenstein un’emula di Audrey Hepburn.

02.03. Il dizionario garzanti dice che il postmodernismo è il “complesso delle tendenze culturali postmoderne”. Postmoderno invece è un aggettivo così definito: “in generale, si dice di pratiche, tendenze, atteggiamenti culturali che considerano inaccettabili e superate le certezze ideali, filosofiche, scientifiche che, a torto o a ragione, si ritengono proprie della modernità”; e poi “in ambito letterario e artistico, si dice di tendenze che, in polemica con l’ideologia del progresso e muovendo da una visione pessimistica dell’età postindustriale, perseguono la commistione di modi e forme eterogenee del passato con elementi e spunti innovativi”. Eccoci.

02.04. Ho la sensazione che, spesso, chi parla di postmoderno in questo paese (sfortunatamente, spessissimo, riguardo ai fumetti) si riferisca principalmente a quel modello narrativo chiamato intertestualità. In un librino di dieci anni fa (L’intertestualità, Laterza), Marina Polacco dà questa definizione: l’intertestualità è “l’incontro tra testi che avviene in ogni testo, il processo di trasformazione e rielaborazione attraverso cui la parola altrui si rinnova e diventa propria”. E poi spiega, la Polacco, che i modi dell’intertestualità sono principalmente tre (leggilo quel librino, ché è divertente, io qua semplifico ad asciate): a. l’acquisizione e la riorganizzazione di figure e miti provenienti da un vastissimo patrimonio narrativo, al punto che il racconto non parte dalla vita ma da un sistema di racconti e di personaggi che vengono riambientati; b. la riconoscibilità dei racconti usati come materiale costitutivo per la nuova narrazione; c. la prosecuzione e rielaborazione dei miti fondanti.

02.05. Neil Gaiman è noiosissimo. Vince i premi Hugo, è un professionista impressionante, gioca anche con le properties Marvel per ottenere il miglior risultato economico. Tuttovero. Però è noiosissimo. Ha un’erudizione sconfinata che si esplicita in un’enciclopedia vastissima da cui pesca frantumi narrativi da usare a proprio piacimento. Li prende, li lima un po’, li assembla e gli dà una mano di vernice. Il risultato è leggibilissimo. Noioso, ma leggibilissimo. E io, lettore, me la godo perché riconosco la storia che ha dato origine a quel frantume (devo: dissemina decine di miti in ciascuna sua pagina) e mi sento colto. Facendo riferimento alla nota fenomenologia di Eco, una sorta di Mike Bongiorno (rip) all’inverso. Quando si è concluso Sandman è stata una liberazione.

02.06. Sandman è un inno al postmoderno, perché le sue avventure, “in polemica con l’ideologia del progresso e muovendo da una visione pessimistica dell’età postindustriale, perseguono la commistione di modi e forme eterogenee del passato con elementi e spunti innovativi”. Sono però convinto che nessuno dei lettori si sia accorto della polemica con l’ideologia del progresso: attraverso i setacci della morte del postmoderno (un decesso naturale che non ha lasciato rimpianti) e dei ritmi della serialità industriale, a chi leggeva sandman è arrivato solo un divertente mashup.

02.07. Mashup vuol dire poltiglia. E’ una cosa che produce puree. Se lo faccio con applicazioni web ottengo mappe che integrano informazioni e feed reader utilissimi. Se lo faccio col cibo, rischio di ottenere alimenti ospedalieri. Se lo faccio con le storie ottengo sempre noia che, se non maschera il gioco di rielaborazione dei miti, non è buona neanche per tenere allenata la mente come i cruciverba.

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7 pensieri su “02. Perché non piangerò la chiusura di “John Doe”

  1. Esempi capziosi (sinonimo snob di cazzoni): Gaiman è noioso spesso. Non sempre. Ed è spesso postmoderno, ma non sempre.

    Vedi Sandamn: alla fine era noioso (anche all’inizio), ma alcuni archi erano avventure metaforiche praticamente ottocentesche (con lessico novecentesco). Metafore moderne – altro che postmoderne.

    Al solito: fai il maestrino della minchia, usando gli strumenti sbagliati. Per una definizione di postmoderno usi il dizionario Garzanti?? Mah. Non confondere critica del progresso e giustapposizione con il postmoderno. Sono corollari, mica la ciccia che conta. Il postmoderno è “indeterminatezza del senso” (contrapposta alla determinatezza del moderno, strategica e finalistica).

    Sìsì, Gaiman ha usato qualche strumentino tipico del postmoderno (anche l’intertestualità). Ma il suo lavoro, perlamiseria, è più che altro roba molto “vecchio stile”: favole morali, fiabe, racconti fantastici all’antica. Moderno. Un po’ vintage, semmai – ma niente affatto post-.

    E il Fumetto postmoderno? Sono altri gli esempi. Di Sclavi abbiamo già parlato. Perchè non lo citi qua?

    Ehi: anche John Doe, di postmoderno per me ha poco. Giusto l’apparenza di qualche aggeggino linguistico, tipo l’ammiccare citazionista. Ma mi pare più da kitsch (ricordi? “Kitsch = emulazione fallita di un modello alto”). Un kitsch divertente, qualche volta, prevedibile a volte, noioso talaltre. Ma postmoderno…no.
    Non mi dirai che Martin Mystère, ingolfato nell’intertestualità, è per questo postmoderno?? Lui, così pedagogizzante quanto un vecchio sussidiario, didascalico quanto un Salgari?

    ms

  2. Guarda, ms, che la questione della definizione del postmoderno è una roba sconfinata. so bene che in università avete, da qualche parte, un libro che contiene la definizione standard iso9000 che vi è lecito virgolettare e citare in nota, ma ce ne sono un casino d’altre (e, figurati, vengono finanche utilizzate con profitto curriculare da altri baronati).
    Questo non significa che alcune sono migliori d’altre. Solo che, quando ci si strappa di mano il cadavere continuamente, l’autopsia produce risultati sbagliati: credevi di guardare il cranio e, invece hai inciso un coglione.
    Il senso di quello che ho scritto è (ma se avessi letto invece di fermarti a verificare l’aderenza al canone accademico lo avresti colto) che quelli che raccontano e parlano di postmoderno, di solito, usano un’etichetta che nobiliti il loro piatto di resti.
    Poi, lo sai, sono ignorante come una capra e mi ostino a leggere i testi di cui parlo.

  3. Siete meravigliosi e sono l’unico che vi vuole bene veramente! E che rimpiange quando eravamo tutti assieme.
    Sono decisamente un po’ retrò…

  4. sìsì, quando smetti di fare esempi a cazzo e a sparare concettoni alla carlona… allora ti mostrerò il manuale iso9000 delle definizioni di postmoderno!
    Bestia!

    ms

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