Here di Richard McGuire

Qui

In un libro chiamato “Spari d’inchiostro, appunti per un canone del fumetto”, scrivevo:

 

Here di Richard McGuire

 

Nel 1989 Spiegelman e Mouly, sorpresi dal successo commerciale del primo volume di Maus nelle librerie generaliste, capiscono che il bellissimo formato di “Raw” se da un lato è un fattore abilitante, dall’altro rischia di allontanare numerosi potenziali acquirenti. Esce allora, con l’editore Penguin il primo numero della seconda serie. Ed è un libretto dall’aspetto ben misero se messo di fianco ai fascicoli (enormi) usciti fino ad allora.
Su quel numero di “Raw”, in quel formato sacrificante, appare un’opera fondamentale: Here di Richard McGuire. Te lo descrivo per due motivi: non ti rovino niente e magari (che la fata della prosa comprensibile mi assista) riesco a farti cogliere il genio lì contenuto. Sono sei pagine con gabbia fissa.
In ogni pagina ci sono 6 vignette. Tutte le vignette inquadrano lo stesso punto: l’angolo di una casa. In cima a ciascuna vignetta c’è una didascalia con la data. Dal quinto quadretto della prima pagina, all’interno della vignetta vengono riquadrate una o più vignette, ognuna con una sua data. La storia non segue in alcun modo la freccia del tempo: le date balzano avanti e indietro
indifferentemente. Non si tratta di flashback o flashforward, è proprio la struttura della storia. Here manda definitivamente al diavolo l’odiosa definizione di Scott McCloud e racconta la storia
di un pianeta, degli animali che lo popolano, di una nazione, di una famiglia e di una casa. È fumetto. Fa cose che si possono fare solo con il fumetto. Indica lo specifico del fumetto (la magica chimera inafferrabile) che è una cosa che McGuire ci sa mostrare e noi sappiamo capire, anche se non siamo capaci di definirla.

Annunci

10 pensieri su “Qui

  1. non capisco perchè ti dia tanto fastidio la definizione di Scott McCloud, ne come questo fumetto possa mandarla al diavolo.

  2. Mi sembra che quella definizione sia profondamente sbagliata. Una volta ho cercato anche di spiegare perché, facendo un blog dedicato (figureecose.splinder.com). Poi mi sono reso conto che era troppa fatica per quella che in fondo è solo una cerebropippa. Questo è un residuo dei tempi andati (sono così sentimentale).

  3. non so se l’hai mai visto.
    c’è questo tentativo di “riduzione” cinematografica di here:

  4. non hai mica risposto… lasciando da parte la definizione, che forse hai i tuoi buoni motivi per detestare (che immagino siano legati alla figura di Mc, più che alla definizione) ma mi piacerebbe capire, senza polemiche, in che modo questo fumetto la invalida. (non lo conoscevo e mi sembra davvero un opera notevolissima)

  5. @undulant:mi hai distrutto il post delle 10. Ormai l’ho pianificato da un sacco di tempo e non ho intenzione di andare a cancellarlo. Hmmm…

    @gio:la definizione di McCloud è Immagini e altre figure giustapposte in una deliberata sequenza, con lo scopo di comunicare informazioni e/o produrre una reazione estetica nel lettore. Here non contrasta quella definizione. Ma non lo fa neanche la divina commedia (ogni carattere tipografico e un immagine posta in sequenza). Però quella definizione è inserita in un libro teorico che mi sembra un abilissimo rimasticamento di concetti provenienti prevalentemente dalla semiotica. Here gestisce la closure (che è la mccloudizzazione del concetto di cloture cui gli studi di semiotica francese si erano attestati negli anni 70) in modo imprevisto. E’ uno di quegli oggetti borderline che costringono McCloud, che è un tipo molto consapevole, a muovere i confini della definizione, per includere ed escludere cose. Enumera per esempio i tipi di closure. Così facendo si costruisce il campione statistico su cui applicare la definizione. E’ un gioco che fanno anche altri (pensa alla morfologia della fiaba di propp).
    Ciò detto, però, per risponderti in maniera più convincente, dovrei rileggere McCloud e dedicare alla questione della definizione più tempo di quanto abbia voglia. L’ossessione per la ricerca dello “specifico” del fumetto, magica chimera dalle orecchie di topo, non mi muove più.
    Non ho voglia neanche di rileggere questo: http://www.hicksville.co.nz/Inventing%20Comics.htm. Che però, quando è uscito su comics journal, mi era parso illuminante (ma, sinceramente, non lo ricordo).

  6. ah ok, non ne contesti la veridicità, ma l’eccessiva generalità… io non so niente di semiotica, così me ne frego e mi sembra che la definizione funzioni, anche perché per ora non ho trovato niente di meglio.

  7. <>

    Attestati, sì sì… nel senso che i semiotici ti prenderebbero a testate! 😉

    Negli anni 70 le pippe dei semiotici sulla parola “cloture” non avevano molto a che fare col fumetto. Quella parola, invece, era talvolta nel vocabolario dei fumettologi di estrazione psicanalitica, per lo più lacaniana (strutturalisti pure loro… ma mica tanto semiotici, tipo Rey o Apostolidès e poi Tisseron). Cloture non aveva quindi un granché a che fare con l’idea dello spazio fra le vignette.
    Sai invece quali pippe si faceva la semiotica anni ’70 intorno a quella parola? Era il dibattito fra opera aperta / opera chiusa (dove chiusura = cloture). Cloture per costoro era il termine con cui parlare dell’orribile pericolo della “chiusura del senso” (sai com’è: negli anni ’70 si stiravano i linguaggi di qua e di là…ricorderai benissimo Moebius e il Nouveau Roman).

    Tutto questo pippone stile maestrinodellaminchia, solo per dire che l’intelligenza di McCloud non è stata quella di riprendere la semiotica. Un po’ sì, ma davvero pochino (anche perchè in inglese, di semiotica, se ne è sempre letta/tradotta pochissima…). Piuttosto McCloud ha mescolato tre ingredienti:
    – narratologia formalista (il tuo amato Propp & amici)
    – scienze cognitive (la riflessione sulle interfacce, come ben sai, la sanno fare più gli americani che gli europei…)
    – un po’ di semiotica
    Il tutto ben shakerato con l’ideologia – assai di moda – dello strutturalismo e con il talento del visualizer pubblicitario (non a caso da anni il buon McCloud fa il guru di information design nel mondo aziendale).

    Mamma mia che pippa, per un commento.

    Abbraccini,
    matteo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...