Tirature 2008 (1/2)

Il 23 gennaio atterra in libreria “Tirature 2010”, l’annuario letterario curato da Vittorio Spinazzola. Sono alla mia terza collaborazione con quella testata e ne sono felice. Mentre aspetto di riceverlo, ti (ri)propongo il pezzo con cui, un paio di anni fa, davo una rapida occhiata al fumetto italico. Roba che invecchia in fretta: mi scusera se gioco al risparmio e non aggiorno. In due parti.

 

Copertina Tirature 2008

 

Alla ricerca del fumetto perduto

Continuità e mutazioni nel paradigma d’uso di un medium

Osservando le edicole, da qualche tempo, si percepiscono i sintomi di un apparente riemergere del fumetto. Stranamente lo sguardo non deve essere rivolto all’area dei chioschi dove di solito sono gli albi seriali dedicati a topi, paperi, eroi in costume e fanciulle discinte, ma agli espositori che raccolgono gli allegati ai quotidiani e le riviste di informazione.
Infatti, anche una rapida occhiata al sistema della produzione e della fruizione che governa il fumetto indica chiaramente che la serialità illimitata, capace di rendere immortali (almeno per qualche decennio) le carni cartacee di un eroe, non è più il fenomeno di maggior rilievo. Il fumetto come lo conoscevamo – con le sue forme, i suoi formati e i suoi canali di vendita – continua a esistere, ma gli indicatori che siamo usi adottare quali rilevatori del suo stato di salute (tirature, distribuito, venduto, …) si sono ridotti di ordini di grandezza. Quasi tutti i formati esposti nei chioschi italiani si sono adattati a influenze esterne, che nella maggior parte dei casi li hanno snaturati, nella speranza di ritardare la resa a un’emorragia che sembra non avere fine.

Un oscuro scrutare

La pubblicazione che, più di tutte, pare resistere immarcescibile al suo posto è “Topolino” della Walt Disney Company Italia. Essa vende mediamente, tra edicole e abbonamenti, 250mila copie. Ma, a ben guardare, anche la sua presenza in edicola non è così inossidabile e indifferente al mutare della situazione di mercato: analizzando i report ADS pubblicati da http://www.primaonline.it, contenenti dati autocertificati dagli editori, si osserva che in poco più di un decennio la testata ha perso circa 230mila copie di venduto settimanale (oltre 60mila delle quali negli ultimi 24 mesi). L’esodo di acquirenti ha indotto la casa editrice ad aprire il proprio parco testate a una serie di influenze esterne. Dopo aver ammesso il formato albo spillato, tipico del fumetto di supereroi statunitense (con “PK new advertures” dal 1996), a partire dal 2001 Disney Italia ha cominciato a pubblicare prima prodotti non storicamente legati al marchio di Topolino e Paperino (il più noto è “Witch”), poi titoli non appartenenti alla multinazionale (per esempio “Monster Allergy”, dal 2003, che è una property di Red Whale) e non seriali (la collana “Buena Vista Lab”, presente in edicola con 6 volumi dal 2005 al 2006 e dedicata a opere autoconclusive realizzate da autori anche molto lontani dai modelli disneyani). Le influenze più evidenti su questi prodotti sono il formato del fumetto nordamericano, i moduli e gli stilemi – grafici, narrativi e di serialità – provenienti dal manga nipponico e la struttura del graphic novel, il romanzo grafico che dalla seconda metà degli anni Ottanta ha conquistato uno spazio preciso – e commercialmente interessante – nelle librerie e nella stampa non specialistica prima statunitensi, poi francesi e, oggi, anche italiane.

Il formato che ancora oggi domina le edicole patrie è il “bonelliano”, albo di circa cento pagine di carta pesante e porosa in bianco e nero che deve il proprio nome a Gianluigi e Sergio Bonelli, gli autori ed editori che si sono maggiormente spesi per la sua diffusione. La testata che, ancora oggi, domina il segmento, è “Tex” di cui si dice venda circa 200mila copie al mese (non esiste un dato certificato dalla Sergio Bonelli Editore).

Nel tempo, le case editrici appartenenti alla famiglia Bonelli hanno a più riprese tentato una diversificazione dei prodotti presenti in edicola seguendo due direttive principali di evoluzione. Da un lato, hanno costantemente declinato l’avventura, quasi sempre di impianto western, su modelli del racconto differenti: nel 1961 con la presenza massiccia di fantascienza e horror in “Zagor”; nel 1967 con la ricostruzione storica di “Storia del West”; nel 1975 con l’antieroismo ostentato da “Mister No”; nel 1977 con l’attenzione sociale presente in “Ken Parker”; nel 1982 con l’indagine fantastica di “Martin Mystère”; nel 1984 con la soap opera di “Bella e Bronco”. Dall’altro hanno tentato strade inusuali e di rottura rispetto alla lunga tradizione editoriale: negli anni Cinquanta col formato “bonelliano” che si sostituiva agli albi a striscia; negli anni Settanta con il grande formato e la cura grafica della serie “I protagonisti” e con la collana da libreria “Un uomo un’avventura”, dedicata ai maestri del fumetto italiano; negli anni Ottanta con l’etichetta Bonelli/Dargaud, con l’acquisizione delle riviste “Pilot” e “Orient Express” e con il contenitore di trend e narrazioni “Tic”.

Dopo il successo di “Dylan Dog” (1986) e di “Nathan Never” (1991), la casa editrice milanese ha iniziato a lanciare con sistematicità nuove collane dedicandosi ai generi più disparati e dando ad altri editori l’illusione che il segmento di prodotto non fosse ancora saturo. Da quel momento sono apparse in edicola diverse collane, spesso effimere.
Recentemente, Bonelli è stato costretto a chiudere alcune testate (tra queste anche la storica “Mister No”) o a diradarne la periodicità (è il caso di “Martin Mystére”), per la difficoltà di mantenerle in attivo. Interessante è osservare che altri editori sono riusciti a ottenere una presenza stabile e duratura in edicola con albi di formato “bonelliano” (è il caso di “Lazarus Ledd” della Star Comics, uscito dal 1992 al 2006, e di “John Doe” dell’Eura, dal 2002). E’ altrettanto interessante osservare che alcune delle testate chiuse da Bonelli, sono state riprese da altri editori in albi che ristampano gli episodi (l’etichetta più attiva in tal senso è Edizioni IF) o proseguono le saghe (esemplare il caso di “Johnatan Steele”, passato da Bonelli a Star Comics, in virtù di un punto di pareggio reso più basso dai minori compensi agli autori).

In questo contesto mutato, Bonelli cerca di mantenere la propria presenza sul mercato con tre piccole innovazioni: miniserie che ospitano, per un numero predefinito di albi, le avventure di un eroe (come “Gea”, “Brad Barron” o l’annunciato “Volto Nascosto”); albi a colori sempre più frequenti (tradizionalmente a colori erano le uscite numerate con un multiplo di cento, oggi si festeggiano anniversari e occasioni particolari e la recente “Dylan Dog Color Fest” è una testata annuale specificamente dedicata alle storie a colori); la proposta di storie lunghe e autoconclusive (la collana romanzo a fumetti, esordita con “Dragonero” nel 2007).

Altro formato massicciamente presente in edicola è quello dell’albo spillato a colori, tipicamente associabile al fumetto seriale statunitense. Due sono i player maggiormente presenti: Panini/Marvel Italia con il parco testate dei supereroi Marvel (Uomo Ragno, Fantastici Quattro, X-Men, Hulk, Devil, …), e Planeta/De Agostini con i supereroi DC (Superman, Batman, Flash, Lanterna Verde, …). Notevole che la diffusione e l’interesse per il fumetto giapponese negli USA abbia portato a una generazione di autori influenzati – nel segno, nel montaggio e nella gestione dei ritmi narrativi – dal manga.
Inoltre, con un formato molto simile a quello degli albi dei supereroi, ma solo raramente accostate a essi nell’esposizione dagli edicolanti, sono apparse, come abbiamo visto, alcune nuove pubblicazioni Disney evidentemente influenzate tanto dai comic book quanto dai manga. A esse si sono rapidamente affiancati, emuli (anche in questo caso con fortune discontinue), prodotti da altre etichette. Tra esse l’esempio più evidente è “Winx club”, progetto multicanale della Rainbow di Iginio Straffi, apparso poco dopo “Witch” e a essa così simile da aver suscitato il sospetto di plagio. Il progetto “Winx”, con i suoi cartoni animati, i suoi fumetti (editi da Tridimensional) e le sue bambole (che nel corso del 2006 hanno superato in Italia, per volume di vendita, Barbie della Mattel, prodotto leader fino a quel momento), è divenuto in breve la testa di ponte della Rainbow, che, grazie a esso, si prefigge la quotazione in borsa in tempi brevi, ripromettendosi di diventare la “Disney europea”.

Anche il numero delle riviste antologiche si è assottigliato sensibilmente. Nello spazio, un tempo assai popoloso, dedicato alle pubblicazioni di fumetto autoriale sono rimaste solo “Linus”, con la quale, nel 1965, Giovanni Gandini aveva inventato un nuovo modo di guardare al medium, e “Blue”, bimestrale dedicato al fumetto erotico.
A ricordarci che un tempo esistevano numerosi albi antologici più scopertamente popolari, solo “Skorpio” e “Lanciostory” sopravvivono senza rivali e senza i picchi narrativi dei primi decenni di vita, legati all’enorme bacino del fumetto argentino.

I tascabili, che dagli anni Sessanta, erano stati il contenitore preferenziale per narrazioni prima nere e poi erotiche, sono praticamente scomparsi, lasciando “Diabolik”, il primogenito, a presidiare lo spazio. Vengono però serializzati in formato analogo i manga. Diverse case editrici (le principali sono Star Comics e Panini) si contendono il segmento che sembra oggi quello capace di maggiori guizzi. Infatti, guardando periodicamente le edicole, si osserva come, ogni mese, appaiano e scompaiano diverse testate. E questo avviene solo in parte per le fisiologiche chiusure di testate in perdita: a garantire il continuo mutare delle testate è, soprattutto, la formula del manga che vede sempre una forte relazione tra l’opera e l’autore (anche quando si circonda di assistenti) e che, pur permettendo l’esistenza di saghe lunghe (la popolare “Dragon Ball” di Akira Toriyama si compone di 42 volumi, diluiti in 62 uscite nella prima edizione italiana), prevede che tutte le serie, prima o poi, giungano al capolinea.

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