La versione della formica

Sembrava un coniglio
Sembrava un coniglio

Cinque anni fa, ho collaborato per la prima e unica volta con la rivista “The Artist” (che oggi si chiama “Puck”). Ho tradotto e introdotto un intervista di Chip Selby ad Al Feldstein. Ecco l’intro e un estratto dell’intervista

Nel maggio 1960 “Esquire” fece un gradito omaggio ai suoi lettori. Tra le pagine semipatinate della rivista si annidava un gioiello a fumetti: The Grasshopper and the Ant.
Si trattava, come avrai facilmente intuito dal titolo, di una riscrittura della favola di La Fontane. Non di una di quelle rielaborazioni cui postmodernismo e intertestualità ci hanno abituato (hai presente Neil Gaiman?) ma di un adattamento fatto da Harvey Kurtzman, l’uomo che aveva reinventato la grammatica del fumetto statunitense, ideato un modo nuovo per raccontare la guerra, progettato “Mad magazine” per la EC Comics.

Una di quelle storie in cui puoi leggere quello che vuoi. Me lo conferma Denis Kitchen che, oltre ad aver riedito la storia in un volume con la sua nuova (e minuscola) casa editrice, ha scritto recentemente – proprio a proposito di Grasshopper and Ant – un intervento sulla rivista statunitense “Comic Art Magazine”. Kitchen legge in quella storia una satira e un’analisi spietata di etica ed estetica Hippy.
E’ evidente. In quella storia ci si può leggere tutto.

Io, per esempio, vedo Kurtzman come una cicala, con le sue narrazioni gioiose e la sua incapacità di produrre fumetti col metronomo, anche a scapito di pingui retribuzioni che avrebbero migliorato, e di molto, la qualità della sua vita. Una cicala costretta un giorno dal prode Hugh Hefner, fondatore di “Playboy”, a dedicarsi a un lavoretto sottotono quale, innegabilmente, è Little Annie Fanny (sottotono, ma molto ben pagato: $ 4.000 a pagina).

C’è chi, invece, è stato formica fin dall’inizio. Quale miglior esempio di Al Feldstein? Impiegato e consigliori di William Gaines, il proprietario della EC Comics, Feldstein è un serio professionista. Un narratore seriale capace di macinare pagina su pagina, albo su albo, mese su mese. Si muove a suo agio fra i generi, disseminando spesso i propri lavori di intenzioni e raramente di innovazioni. Arriva a ideare il plagio incestuoso, quando mette insieme “Panic”, l’imitazione di “Mad” sotto lo stesso tetto editoriale. E si sente in grado di prendere il posto di Kurtzman alla direzione di “Mad” quando questi se ne andrà da EC Comics, sbattendo la porta dell’ufficio di Gaines.

Di Kurtzman e di Feldstein, in Italia, si sa quasi nulla. Eppure sono due figure che hanno modificato sostanzialmente l’immaginario statunitense e che bisognerebbe studiare molto e approfonditamente per capire meglio le storie in cui viviamo. Quello che segue è solo un frammento della versione dei fatti di Feldstein. Certo: è un autore meno importante di Kurtzman, ma è utile conoscere anche la versione della formica.

FELDSTEIN: Un giorno un tizio è entrato nell’ufficio. Aveva le guance scavate, era quasi calvo e sembrava un coniglio. Faceva per la Marvel delle pagine pazzescamente divertente che si chiamavano “Hey Look”. Ce le fece vedere e io e Bill finimmo a terra per le risate.
Aveva anche uno stile di disegno personalissimo.
Allora dissi: “Bill, questo tizio deve lavorare per noi!”
La prima cosa che Harvey Kurtzman fece per noi fu un lavoro commerciale. Avevamo una divisione, diretta dallo zio di Bill, che faceva fumetti pubblicitari. Facevamo albi a tema per industrie, organizzazioni e così via.
Avevamo una richiesta, credo dalla Columbia University¸ per un fumetto a tema su come evitare la sifilide e la gonorrea. C’era un lavoro da fare e Harvey lo fece. Credo abbia dovuto dar fondo alle esperienze promiscue della sua vita.
Poi iniziò a lavorare per me sugli albi di fantascienza. Si era rifiutato di lavorare sulle storie dell’orrore e io rispettavo quella scelta.
A un certo punto, siccome eravamo in crescita e io già facevo un albo la settimana, con Bill decidemmo di dare a Harvey un albo di guerra, che si chiamava “Frontline Combat”, e uno di avventura, “Two Fisted Tales”.
Lo spingemmo a fare storie atipiche. Così, nell’albo di guerra, ci trovammo con storie antimilitariste, dove il nemico veniva rappresentato come un essere umano, uno che nel portafogli ha le foto dei bambini. E Harvey era eccezionale. Faceva anche delle ricerche straordinarie. Se c’era da fare una storia con un sottomarino, lui andava a cercare qualcuno che gli desse il permesso di salire su un sommergibile per contare anche le viti.
Io queste cose non le facevo. Scrivendo, facevo un lavoro di fantasia. Harvey era molto più preciso.
Però tutto questo lavoro di ricerca lo rallentava. Io guadagnavo più del doppio di Harvey e lui voleva guadagnare di più. Bill gli disse: “Se fai un altro albo mensile, guadagni il doppio di quanto prendi ora”. Allora mi tornarono in mente le pagine umoristiche che ci aveva fatto vedere durante il nostro primo incontro e suggerii di fare un albo comico per adulti. E così è nato Mad.
I primi numeri contenevano solo parodie dei nostri fumetti. C’erano le parodie del fumetto dell’orrore, di quello di fantascienza, di quello di crimine e così via.
Un giorno mentre stavamo tornando a casa in metropolitana, gli dissi: “Harvey, fai tutte queste versioni umoristiche delle nostre storie. Perché invece non allarghi un po’ gli orizzonti delle tue parodie? Perché non colpisci gli altri fumetti, le strisce, l’immaginario americano? Ci si può divertire tantissimo guardando cosa sta succedendo oggi in questo pazzo mondo”. E lui mi ha ascoltato e ha cominciato a farlo. Prima con Lone Stranger e Superduperman, poi con le parodie di Robinson Crusoe e King King e infine con la satira.
E’ così che “Mad” è diventata la candela nel buio degli anni ’50 di cui dicevo prima. Così quando il nostro segretario alla difesa, che amministrava anche General Motors, diceva. “Quello che va bene a General Motors, va bene anche al paese”, Mad rispondeva: “Hmmm… Forse no”. E naturalmente quello è stato solo l’inizio.

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