Antonella cammina

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Sono pronto a scrivere la prefazione. Accendo il PC, avvicino bene la sedia alla scrivania e lancio il programma di videoscrittura. Un paio di barre azzurrognole, una sopra e una sotto, costellate di icone che – sono certo – vorrebbero dirmi qualcosa. Tutto il resto è una distesa di bianco con in mezzo un quadratino che appare e scompare a intermittenza e che, col suo calmo e caldo pulsare, non fa che rendermi più nervoso.
Il candore del foglio (o dello schermo) mette soggezione a me come a chiunque voglia tentare di dire qualcosa appena non banale. Chi vuole raccontare una storia, per esempio, si ritrova di fronte a una superficie che abbaglia e, aborrendo il vuoto come la natura, costruisce le proprie storie giocando per accumulo di parole e segni. Intanto il foglio bianco si scurisce e rivela le figure, i movimenti e le storie.

Antonella Toffolo ha altre regole, gioca un’altra partita.
Lei racconta per sottrazione.
Lo fa muovendosi su due piani differenti e ottenendo risultati in cui la cesura è invisibile.

In primo luogo lavora su fogli di carta gessata completamente neri e, usando lo sgarzino (uno strumento all’incrocio tra un pennino e una lama), ne scava la superficie lasciando emergere la luce: toglie insomma il vuoto dal pieno.
Questa tecnica di disegno non è solo una scelta di stile che le consente di evitare chine e pennelli ma si riflette sulla seconda area della sua operazione narrativa.
Antonella Toffolo scava anche nella memoria. Non in quella resa distante dalla storiografia e neanche in quella sterilizzata dalla volgarità della commemorazione televisiva collettiva. Toffolo, con il suo sgarzino, indaga nelle sue memorie private e la morte diviene una pagina lancinante di torture campagnole a galline, conigli e rane.
Gina, che di Antonella Toffolo è sia madre sia creatura narrativa, è una che “sa contare le storie”, una importante insomma. Come sa bene chi ha trascorso periodi anche brevi in un paese – Pavullo come Caronia, Paderno Dugnano come Villa Literno – ci sono sere in cui è difficile stare in casa. Come sa chi ha un nonno partigiano, una zia emigrata o un cugino che ha vissuto una vita che merita di essere ascoltata, ci sono notti che il letto non ti attira. E allora bisogna sedersi sull’uscio di casa, sugli scaloni della chiesa o sulle panchine in piazza ad ascoltare le memorie di questi narratori.
E’ un rito. Si tirano le sedie impagliate vicino a quella di chi conta le storie e si spera di conoscere il fatto diverso che presto si animerà dalle parole. Perché le pause, le variazioni nei toni di voce, le risate, i sibili di spavento devono essere tutti al loro posto.
Una decina d’anni fa ho visto Bob Dylan dal vivo a Merano e i quattro accordi di Mr. Tambourine, grazie alla sintesi donatagli dalla facilità di esecuzione, erano diventati due. Al narratore di memorie ciò non accade: il racconto del ricordo non si asciuga col tempo, anzi viene amplificato e arricchito dalle ripetizioni e cresce divenendo racconto del ricordo del racconto.

Antonella Toffolo parte da questi materiali e lascia che attraversino la sua narrazione. In alcune pagine si respira l’odore della cucina emiliana e in altre, facendo silenzio, si riesce a sentire il rumore dell’incedere arrogante dei soldati tedeschi.
Non paga dell’aver miscelato, tradotto e tradito le memorie delle memorie della madre, Toffolo si rifà a strumenti del comunicare che non appartengono al suo vissuto. Le sue zirudele assumono la forma dei fogliacci che i cantastorie, quelli veri, distribuivano – pagando s’intende – a chi veniva ad ascoltarli.
Metrica azzardata e rime sghembe per storie in versi che, pur rimanendo attualissime per costruzione, hanno il sapore della memoria.
Ticu tai la zirudela.

Ciao, Antonella.

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Un pensiero su “Antonella cammina

  1. e solo dopo la sua scomparsa che apprendo di queste doti di antonella. ma non ne rimango stupita… si vedeva dai sui occhi e dal timbro della sua voce che il corpo da uccellino ferito racchiudeva forza e personalita.
    l’ho conosciuta poco e in maniera distante… ma come tutte le persone speciali mi ha lasciato impresso un grande esempio da seguire… non mollare mai non arrendersi e affrontare tutte le difficolta con il sorriso.
    mi auguro che la famiglia e tutti coloro che le volevano bene che trovino sollievo nella serenita che antonella sapeva emanare

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