I sopravvissuti

maratoneta

Per il momento sono più giovane della classe politica che dovrebbe rappresentarmi in quanto italiano. E, se le cose non cambiano, sarà così per un’altra trentina d’anni. E non perché io sia un baldanzoso giovinotto nel fior degli anni. Sono loro, quelli della classe politica che mi rappresenta, a essere i soli anziani che non godono della saggezza che il tempo può donare.
Dal canto mio, ancora non sono saggio e, forse, non lo diventerò mai. Non temere: non sto annunciando la mia discesa in campo. Mi limito a dispiacermi per il fatto che, a volte, mi scopro ad avvolgermi nel calore della mia convinzione che un giorno moriranno e io sarò ancora vivo per godermela. Senza dover vedere tutti i giorni sui giornali e sugli schermi quel circo di freak colmi di mostruosità etiche, mi dico, ah… che bella sarà la mia vita! Un vecchio seduto sulla panchina del parchetto a sfogliare l’ipad (o quel che sarà), ad avvelenare i piccioni e a bucare il pallone dei bambini più incauti.Sogno una maturità da vecchiaccio laido e rancoroso che non arriverà. E non solo perché privo di physique du role, ma perché loro non moriranno.

Nel quartiere in cui vivo c’è un matto. In estate e inverno, indossa maglietta e calzoncini e corre, saltella e fa esercizi complessissimi di stretching e di potenziamento. Ha 50-55 anni, forse qualcuno di più e ha un fisico possente, conquistato con 8-10 ore di esercizio al giorno. Di sera, pulitissimo e sbarbato, con il riporto canuto ben ingelatinato sulla calvizie, gira per strada in giacca e cravatta con una ventiquattrore d’altri tempi. Una di quelle valigette sottili che un tempo si usavano per portare documenti e che oggi sono state soppiantate dalle borse per laptop.
L’altra sera era fermo di fronte alla vetrina dell’edicola e fissava la locandina del settimanale locale. Era impaziente e picchiettava la mano sulla coscia muscolosa: sembrava aspettasse qualcuno.
Stava aspettando me. Me ne sono accorto solo quando gli sono passato accanto.
Se qualche volta mi hai visto, sai che sono piccolo e cicciottello, scuro, peloso e spettinato, con l’aria incazzata e vestito a caso. Insomma, non sono esattamente la persona cui rivolgeresti la parola per sapere che ore sono o per ottenere indicazioni stradali. Probabilmente, incrociandomi cambierei marciapiede.
Capisco che il matto del mio quartiere, in quella serata calda di zanzare e umidità che ti si avvolge intorno come domopac, avrebbe rivolto la parola a chiunque. Si gira di scatto (non sobbalzo perché ho riflessi da foca monaca) e inizia a parlarmi indicando ripetutamente la locandina che ha fissato fino a quel momento. Ha un tono di voce alto e squillante, scandisce bene le parole e modula la voce a scatti. Senza lasciare pause che ammettano una replica, mi dice:

Signore, ha visto? Entrano nelle case degli italiani e rubano. Anche nella nostra città. Alle cinque del pomeriggio. E’ successo anche a me. Sono entrati nella mia villetta. E hanno rubato. Gli italiani non possono dormire tranquilli. Perché loro entrano in casa e rubano. Dico bene o no? Io non sono razzista, signore. Per me possono venire in Italia. Ma solo se hanno un lavoro e se sono bravi. Se no, non devono venire. Dico bene, signore? Perché poi entrano nelle case degli italiani…

Sembra non voler finire mai. Non so cosa rispondere. Lo guardo consapevole del fatto che non potrei dire nulla di cui non mi pentirei 3 secondi dopo e che non mi rinfaccerei per giorni. E, infatti, bofonchio “No entiendo… no hablo su idioma” e mi allontano.

Non so tu, ma io ho delle aspettative. Mi aspetto che il matto del quartiere sia una persona capace di mettermi soggezione, un tipo che, quando passa, mi fa sentire un brivido di insicurezza dietro la nuca. Mi aspetto che lui, in quanto matto di quartiere, mi odi. Perché rappresento la società che lo esclude, quella che ha teorizzato la follia come stato di diversità, quella che lo vuole sorvegliare e punire. Mi aspetto che il matto di quartiere senta che sono socialmente colpevole dei trattamenti sanitari obbligatori, degli elettroshock, della paura. Mi aspetto che mi odi perché uso con leggerezza e sarcasmo la parola matto.

Lui, invece, vuole condividere con me la sua ossessione di sicurezza. Mi dice che loro non sono come noi. E non perché vuole significare che siamo tutti matti, ma perché è l’espressione più genuina del sentire di questo paese, alimentato da scariche diarroiche rilasciate da uno schermo televisivo.

Ecco. Ora lo so con certezza. Non sopravviverò ai Berlusconi.

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Un pensiero su “I sopravvissuti

  1. “sai che sono piccolo e cicciottello, scuro, peloso e spettinato, con l’aria incazzata e vestito a caso.”
    ….in una parola: delizioso! 🙂

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