Il fumetto invece del fumetto

pc-in-spiaggiaSono molto esigente in fatto di storie. Eppure la maggior parte delle mie necessità viene soddisfatta da un PC portatile e da un telefono mobile. Questi due oggetti, perennemente connessi a una rete, sono il nucleo portante del mio ufficio, del mio studio e della mia sala ricreativa. Notebook e cellulare sono quasi sempre con me e li uso per lavorare, per informarmi, per studiare e per divertirmi. E, infatti, anche in questo momento, queste cose che ritengo vitali sono appoggiate sul tavolo della stanza in cui sto scrivendo.

Su questo tavolo ci sono anche dei libri.

Alcuni sono fitti di sole parole e portano addosso i segni della malagrazia con cui li maneggio: li sfoglio con cattiveria, li sottolineo a penna con mano pesante e sopra ci annoto roba anche poco pertinente. Altri, e sono la maggior parte, hanno una predominanza di immagini e sono trattati meglio, perché se li piego o ci scrivo sopra mi risulta più difficile guardare le figure.

Definire i libri che mescolano parole e immagini è difficilissimo. Sono tentato di chiamarli “fumetti”, perché riconosco in loro la caratteristica principale che mi porta a usare quella parola: la convivenza di parole e immagini che collaborano per raccontare storie in modo efficace e senza intralciarsi a vicenda. La definizione però è un’arma pericolosa e, se la maneggio male o con leggerezza, rischio di ferirmi o di fare male a qulli che mi stanno attorno. So benissimo che, per molti di questi oggetti cartacei, alla parola fumetto dovrei preferirne altre, apparentemente più calzanti: libro illustrato, raccolta di cartoon, picture book, …

Definire il fumetto è un’operazione al limite dell’impossibile, perché nessuno degli attributi che potrebbero identificarlo univocamente sembra appartenere a lui e solo a lui. Sicuramente non l’uso di personaggi seriali, più o meno stereotipati, che possono tradursi in fenomeni commerciali e di merchandising. Non la presenza del balloon, metafora visuale della parola, che è presente in varie forme nella storia dell’arte e che, da decenni, è usata comunemente dalle più diverse forme di comunicazione, dai cartelloni pubblicitari all’infografica, dagli allestimenti delle mostre di design alle presentazioni powerpoint. Non la sequenza di immagini giustapposte per raccontare il progredire del tempo che viene usata con successo nei picture book, nei reportage fotografici e nell’impaginazione di tanti post nei blog.

Eppure una definizione ci è necessaria. Ci serve perché orienta la storia dell’oggetto che si vorremmo identificare e circoscrivere, consentendoci – tra l’altro – di determinare il momento delle sue origini. Insomma, ci serve perché se capiamo di cosa stiamo parlando riusciamo a indicare le esperienze e i testi (o i discorsi) che documentano il travaglio precedente la sua nascita. E’ questo il motivo per cui tanti studiosi e accademici amano parlare di “fumetto prima del fumetto”.

Tutte le definizioni di fumetto, e come sai sono tante e a volte anche interessanti, fanno riferimento ad attributi che si polarizzano attorno o al linguaggio o all’industria. Nessuna di queste definizioni riesce nell’intento con precisione, perché estromette cose che non possiamo non considerare fumetto e ne include altre che evidentemente non lo sono. Non siamo in grado di definire il fumetto, eppure quando lo vediamo lo riconosciamo come tale.

E’ un buon punto di partenza.

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3 pensieri su “Il fumetto invece del fumetto

  1. da amante della filosofia, illuminista e neopositivista in particolare, mi risulta sempre difficile definire il fumetto da sempre, e qs è un piccolo limite mio personale, in quanto la ragione si trova in difficoltà….ma proprio da qs difficoltà si apre una porta che conduce a senzazioni, umori, ricordi che il fumetto evoca e suscita; come hai detto tu il fumetto è un qualcosa che nn è forse definibile, con i canoni della ratio, ma è riconosciuto anche con le corde de sentire + profondo

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