“Fai una cosa alla volta e falla bene!”

Come ti dicevo all’inizio, sto scrivendo usando un laptop, un computer portatile, accanto al quale tengo sempre un cellulare, perché i due vivono insieme costituendo una sorta di sistema binario. Mi interrompo spesso mentre digito i tasti per fare cose a volte nobili e altre molto meno. Non mi vergogno in alcun modo né del fatto che continuo ad alzarmi per prendere libri, né dell’uso smodato che faccio della mia connessione internet: sto documentandomi per ridurre al minimo il numero di inevitabili imprecisioni ed errori.
Più difficile è ammettere che, periodicamente, devo fermarmi per rispondere a una telefonata o a un sms, guardare le mail, dare una rapida occhiata alle notizie che mi arrivano sul feed reader, ascoltare cosa hanno da dire i miei contatti sui social network cui sono iscritto o rispondere a un messaggio in chat o a una chiamata skype.

E’ il famigerato multitasking e gli apocalittici lo considerano il male del millennio destinato a sgominare la capacità cognitiva di quella parte dell’umanità che ha scavalcato il digital divide, il baratro digitale, più profondo di quelli in cui cade Wyle E. Coyote, che separa nettamente chi ha accesso alle tecnologie della comunicazione e dell’informazione (grazie alle infrastrutture, alle tecnologie, alle conoscenze e competenze e alla propensione personale) e chi no.

Sono convinto che la mia capacità di rimanere concentrato sulla mia attività principale sia stata minata da un evento capitatomi a metà degli anni Settanta del secolo scorso: è una storia che ti ho già raccontato anni fa.
Una sera, mio padre ha portato a casa un televisore a colori con il telecomando. Fino a quel momento, in famiglia eravamo abituati a convivere con una scatola luminosa che ospitava solo immagini in bianco e nero. Quell’oggetto richiedeva rispetto e devozione: ci volevano lunghissimi minuti perché si accendesse e si passava da un canale all’altro standole accanto e ruotando una manopola dagli scatti meccanici secchi. Il Telefunken technicolor che era appena entrato in casa rappresentava una piccola rivoluzione: lo si accendeva e subito i suoi colori saturi rischiaravano il salottino buono con il mobilio anticato e la moquette verde pera. In più, quell’oggetto aveva il telecomando: una ventina di bottoni su ciascuno dei quali si poteva poggiare tranquillamente il polpastrello del pollice; pesava come una pentola a pressione e lo si doveva tenere con due mani, ma mi permetteva di rimanere seduto sulla poltrona mentre passavo dal primo canale Rai al secondo, poi, alla Svizzera Italiana e, quindi, nuovamente al primo, perché a questo si limitava l’offerta televisiva. (Va be’… Non è vero: ci si poteva sintonizzare anche su Montecarlo e Capodistria e godere di interruzioni continue dello stesso colore di un televisore sintonizzato su un canale morto)

Col tempo i canali sono diventati sempre di più e i pochi tasti del telecomando sono presto diventati insufficienti a gestire un’offerta così nutrita e, al tempo stesso, così povera.
Dopo un po’ di tempo, accanto al televisore è comparso il videoregistratore, una macchina meravigliosa, dotata di un proprio telecomando, nella quale infilare cassette per vedere film ogni volta che lo si voleva o per catturare trasmissioni per visioni future in un sogno di eternità.

Oggi, il televisore di casa mia è circondato da una costellazione di set top box, scatole diverse, ognuna delle quali specializzata in una specifica funzione. Non c’è più il vecchio videoregistratore, da cui siamo riusciti a liberarci spaventati dagli inquietanti rumori meccanici. Al suo posto, ci sono un lettore di DVD, una macchina per videogiochi, il decoder di una piattaforma televisiva satellitare e un hard disk esterno capace di riprodurre file audio e video nei formati più comuni. Attorno alla foresta di scatole nere e cavetteria c’è una selva di telecomandi e una distesa di dischi di plastica. Non è un mistero il fatto che il ciclo di vita di ognuna di queste scatole divenga sempre più breve.

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