Il mio amico Ray

Ray un superdotato che offre servizi sessuali a signore benestanti (e spesso un po’ disturbate) è il protagonista di Hung. Siamo alla seconda stagione, appena terminata negli USA, e richiede un investimento di tempo e sforzo contenutissimo: 10 episodi di mezz’ora l’uno.
Le solite cose che ti aspetti da una roba HBO: personaggi ben costruiti, parolacce, corpi nudi e scopate. E’ la storia di un ex atleta che, caduto in disgrazia, si prostituisce per accumulare quattrini.

A guardare bene, però, la serie – che, intendiamoci, non è una di quelle roba che mozzano il fiato – parla di esseri umani. Detroit è il fulcro della crisi statunitense, un impero dell’industria andato a ranare. Ray è un insegnante e un allenatore, guadagna poco. La crisi che colpisce l’intero paese si abbatte anche sul suo stipendio e lo costringe a costruirsi una vita di espedienti. Ray è un personaggio stereotipico come tanti altri, non è disegnato da un genio della finzione o da un profondo conoscitore dell’animo umano, non è sceneggiato da dialoghisti incredibili. Hung è una serie scritta da abili professionisti, mica da fini sociologi o conoscitori dei meccanismi che governano l’umana commedia.

Tutto vero. Però alla fine Ray, oltre ad alcune peculiarità sue che non posso vantare (hung!), ha problemi che sono assai simili a quelli miei e dei miei amici: il precariato, la perdita di sicurezza e fiducia, il mutuo… Tutte quelle cose là, insomma.

Io, Ray e tutti gli altri ricordiamo ancora il tempo in cui ci sentivamo pervasi da una gradevole sensazione di benessere. Poi, a un certo punto, questo sentimento popolare ha iniziato a scemare fino a inaridirsi completamente. Probabilmente si è trattato di un semplice – e lento – processo di erosione che ha prodotto uno sciupio progressivo della soddisfazione percepita. Non so quali siano le motivazioni di Ray; per me posso dire che appartengo a un popolo che, dal secondo dopoguerra, ha attraversato la fine del miracolo, ha temuto la stagione delle stragi e quella della tensione, ha risollevato la testa respirando un’aria carica di edonismo e senza accorgersi della morte della società industriale, ha goduto della punizione riservata ai potenti in anni di mani pulite, e non ha versato abbastanza lacrime all’indomani dei fatti di Genova.

Il moto inerziale che ci aveva lasciato credere che esistessero livelli minimi di stabilità e sicurezza garantiti a tutti i cittadini (o, almeno, alla maggior parte di essi) si è infranto contro una società post industriale per cui non troviamo ancora definizioni soddisfacenti. Il patto che definiva il livello di fiducia che avremmo dovuto riporre nelle istituzioni cui garantivamo la nostra appartenenza si è rotto. Guardiamo con sospetto tutti gli enti che vorremmo al servizio dei cittadini: la scuola, l’azienda, l’ospedale, il partito, l’esercito, il sindacato… Neanche della famiglia, del bar sotto casa, della chiesa o della bocciofila ci fidiamo più tanto. I punti di aggregazione e condivisione delle esperienze che più frequentiamo sono i centri commerciali.

Guardo Hung e, invece di concentrarmi solo sui bellissimi corpi nudi delle clienti di Ray (che pure ci sono e mi piacciono molto), penso a quel prostituto come fosse un mio vicino di casa. E, come sempre, mi coglie l’usuale moto di incazzatura selvaggia. Il popolo cui appartengo, oltre ad abitare un paese mancato, ha anche una storia ricca e rigogliosa di magnifiche narrazioni. Una storia fatta di sceneggiatori, dialoghisti, analisti sociali, osservatori caustici… Una storia capace di usare i più diversi registri del racconto, dal comico al (neo)realistico. Eppure, oggi, questo popolo esprime autori che, quando fanno serialità televisiva (ma, lo sai, penso sia vero anche per altre discipline), non riescono più a toccare i nervi scoperti della società. Gli assurdi universi possibili espressi dalla serialità italiana sono un fiorire di postialsole e commissariati. Nelle migliori delle ipotesi di Boris e romanzicriminali…

Dov’è il problema? Raccontare la storia di Ray richiede uno sforzo produttivo più alto di quello necessario a raccontare altro? A me non sembra. Ma, probabilmente, sbaglio.

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10 pensieri su “Il mio amico Ray

  1. ogni malattia ha i suoi prodromi.
    quando il nazismo prendeva il potere in Germania Mann sosteneva che il fatto politico attuale fosse, allora.: di rifiutare l’elemnto sociale per metterci la favola.
    Dipende da cosa vuoe chi sceglie gli autori.

  2. Paolo, quando verrai a mangiare le acciughe ripiene a Zena faremo una lunga chiacchierata intorno alla faccenda…
    M.G.

  3. Conosco degli sceneggiatori che lavorano per la tv: semplicemente i produttori vogliono la cacca, e hanno terrore di perdere pubblicità se ci si scosta dal già visto (che sappiamo già a che livello è…). Ogni proposta un minimo “originale” viene cassata: fine.

  4. Forse perchè gli Usa sono un paese molto diverso dall’Italia? Sia culturalmente, come mentalità (anche di quelli che ci mettono i soldi), sia come possibilità produttive, e concorrenza.
    Poi forse c’è anche una crisi di idee, mancanza di talento, non lo so; ma principalmente vedo una diversità di fondo tra USA e Italia – sono proprio delle entità imparagonabili…

  5. Paolo Paolo, tu mi tiri per i capelli che vorrei (ancora) avere… E’ vero, abbiamo avuto magnifici narratori (sceneggiatori, dialoghisti, analisti sociali, osservatori caustici, come hai scritto). Ma siamo sicuri che questi abbiamo lavorato in televisione? O meglio, abbiano lavorato in contesti ed in quei format apparentabili ai serial contemporanei? Perché rivedendo in questi anni un pò di tv di quegli anni mi sembra che gli esiti migliori, i guizzi più vivi ed originali, le sintassi meno ovvie non siano da ricercare nei mitizzati “sceneggiati”, ma in documentari (che allora passavano sul “secondo” in orari improbabili), speciali o approfondimenti giornalistici. Oppure nei varietà (che in tv si erano affrancati in toto o in parte dai modelli teatrali ancora pulsanti pochi anni prima). Quei narratori così pronti a mordere ed interpretare la realtà che li circondava e li nutriva e ai quali hai fatto cenno, lavoravano prevalentemente nel cinema e quando passavano in televisione si portavano dietro quel know how. Mi viene in mente la prima serie realmente slegata da una matrice letteraria, non traspositiva di modelli letterari più o meno alti e non a caso forse la prima capace di annusare quello che succedeva là fuori, in quei giorni: “Fbi Francesco Bertolazzi investigatore”, che nasceva dal lavoro di Age, Scarpelli e Ugo Tognazzi, anche interprete principale e regista. Ma quella era e rimase un’eccezione, appunto, perché la natura della serialità italiana era e sarebbe rimasta prevalentemente di ricerca della “misura media” (che ci metteva poco a diventare rassicurante mediocrità), del processo identificativo quando personaggi e storie erano edificanti, della distanza temporale o emotiva quando gli sviluppi risultavano meno edulcorati. Entravano in questo guazzabuglio i desideri dei committenti, dei dirigenti televisivi e quindi dei loro referenti politici e moltre altre faccenduole delle quali parleremo quando verrai a Genova, perché la storia è lunga e non frega a nessuno… Un beso.
    M.G.

    Vabbuò, dai, ne parliamo quando vieni a Genova…
    M.G.

  6. MG, a me interessa e molto. Solo una cosa. A me sembra che la serialità televisiva abbia fatto per un sacco di tempo schifo un po’ ovunque. Mi sembra di ricordare che altman è stato cacciato da bonanza perché faceva parlare 3 personaggi contemporaneamente e gli si faceva osservare che così non si capiva niente. Poi ci sono state serie epiche che hanno trasformato la ns idea di serialità (hill street blues, moonlighting, er…) ed eccoci qua. Ma prima era tutto un fiorire di dallas, beverly hills e cuore e batticuore.
    In Italia Age e Scarpelli (che citi) facevano prodotti che mi sembra di ricordare seriali (penso a brancaleone) e c’era un rapporto osmotico tra piccolo e grande schermo che consentiva ad alcuni personaggi di muoversi da una parte all’altra.
    Cito per esempio il genovese (lo so, è una mossaccia) paolo villaggio, che faceva sketch su personaggi che godevano di grande serialità e atterrava su fantozzi.

  7. anch’io quando tre parlano contemporaneamente non capisco niente. comunque preferisco dallas così come era a lost, battlestargalattica & co. almeno era un tipo di televisione che non se la tirava pensando di essere Altman. Hey you! Who do you thing you are, Ray?

    ps, parlando di buona tv: vete visto la videocassetta brasialiana She stroke my ass?
    pps, e qui torniamo a quello che sempre si chiedeva zia Clodomira: ma non è meglio farsi un ditalino che guardare la televisione?
    poverina è morta senza aver risolto la question.

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