Un nodo

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L’estate del 1977 era quasi finita. In una di quelle serate ancora caldissime, mio padre mi aveva chiesto di andare con lui in stazione centrale ad accompagnare un parente. Io e i miei 9 anni gioivamo tantissimo di queste occasioni. La stazione centrale di Milano, per me cresciuto nella periferia al cubo, era un luna park. E in più c’erano edicole maestose, colme di fumetti mai visti. Non ricordo il motivo, ma so che decisi di farmi comprare Capitan America. A me quel supereroe stava antipaticissimo. Non mi piaceva il suo vestito, mi annoiava il suo scudo, mi sembravano insulsi i suoi nemici estratti di peso da una seconda guerra mondiale popolata da superuomini nazisti, per una volta scopertamente.

Amavo invece gli episodi della banda di adolescenti impigiamati e superdotati che venivano pubblicati dopo le storie del capitano. Cinque ragazzetti, vestiti di giallo e blu, reclusi in una scuola i cui compiti in classe consistevano nello scontro mortale con improbabili nemici mutanti. Si chiama(va)no X-men.

Su quel numero del giornaletto c’era qualcosa di strano. I miei mutanti non c’erano e, al loro posto, faceva bella mostra di sé un gruppo di sconosciuti. Non ricordo come reagii alla stranezza di quei nuovi X-men. In una manciata di pagine, il professor Xavier, preoccupato per la scomparsa dei suoi studenti, metteva insieme un gruppetto di nuovi adolescenti. E questa nuova accozzaglia superumana era stranissima: c’era un freak tedesco, una dea africana, un dandy nipponico, un contadino sovietico, un agente segreto canadese, uno spirito libero apache, un poliziotto irlandese. Su quelle poche pagine (che avrei poi scoperto essere state scritte da Len Wein e disegnate da Dave Cockrum), in quella sera d’agosto, in una stazione che mi sembrava maestosa, capii il melting pot. Non c’era niente di strano in quell’accozzaglia di culture e diversità. Dovevano convivere, nonostante le tensioni.

Dopo quell’episodio mozzafiato (spezzato su due numeri di Capitan America), Chris Claremont subentrò a Wein come sceneggiatore dei nuovi X-men. Gestire troppe teste calde nella stessa serie era difficile: cacciato il giapponese Sole Ardente e ucciso l’apache Thunderbird, decise di tenersi il solo Wolverine.  Questi due eventi inziali, resi necessari dall’esigenza di ripulire il gruppo accorpando i caratteri, furono interpretati dai lettori come shock inconcepibili. Ma, allora, sulle pagine di quella serie poteva succedere di tutto?

Con questa consapevolezza acquisita, Claremont e i disegnatori (prima Cockrum e poi Byrne) si misero a gestire archi narrativi complessi, facendo emergere delle individualità, mettendo in crisi i rapporti, costruendo complesse storie fantastiche che si accavallavano a fatti privati. Un casino, insomma, che di lì a dieci anni avrebbe reso necessari riti iniziatici per poter addentrarsi nella serie.

Insomma, gli X-men li hai letti o visti anche tu e tutto questo lo sai.

In quegli anni gli X-men vendevano tantissimo e i ragazzini statunitensi li leggevano con affetto e continuità. Si immergevano in quegli archi narrativi, Si commuovevano per quei rapporti struggenti, tenevano a mente gli eventi minuscoli che avrebbero potuto trasformarsi in catastrofi, godevano dei momenti di rilassatezza cameratesca tra una missione e la successiva…

Tutto questo materiale, accumulato dalla perizia narrativa di un abile  sceneggiatore, si infrangeva tra le tempie di una generazione di lettori curiosi. Ragazzi che, di lì a poco, avrebbero affiancato a queste storie quelle giocate sulle macchine da videogioco che iniziavano a riempire il paese. E, siccome tutto si tiene, questi modi del racconto andavano a braccetto con la fantascienza, il cinema, la programmazione televisiva…

Ecco. Quando oggi vedo le serie televisive che mi stupiscono tanto per la loro capacità di raccontare l’oggi e per l’organizzazione del racconto e dei materiali narrativi, ho l’assoluta consapevolezza che esse condividono una caratteristica comune. Sono scritte da persone che, in giovane età, hanno letto quegli X-men.

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5 pensieri su “Un nodo

  1. grande, in un aggettivo grande:D quando ho visto l’immagine un tuffo al cuore, per chi come me, anno 1971 ha vissuto gli anni 70 con gli occhi un bimbo, ha avuto tra le mani le prime copie de L’editoriale Corno, ha letto tutto d’unfiato le storie “amerikane” della Marvel. hai scritto un pezzo davvero piacevole alla lettura, dipingendo una parte degli anni 70, quella che io mi ricordo con + affetto, anni che il tempo rende mitici, una specie di Arcadia per dirla alla Virglio o alla capitan harlock. molto bella l’allusione a Milano, alla grande Milano, culla del 68 e poi della Milano da bere ( io ci sono arrivato in gita negli anni 80, San Babila). In qs gg continuo la raccolta Marvel del gruppo Rcs, come regalo a mio figlio, in compagnia di quel Ken Parker che come tu saprai di certo ha rotto gli schemi del fumetto italiano; se vorrai continuare la scrittura sarò un fedele lettore:D

    ps ho volutamemente scritto “amerikane” con la k, collegadomi da un tuo post in cui accennavi agli anni 70: il mondo di un bimbo era quello dei fumetti e delle favole, ma spesso in tv si assisteva alla violenza che ha lasciato sull’asfalto Ramelli e Giornana Masi,ma qui vado ot…

  2. Bobby, va’ OT per favore. Per esempio, nella mia ignoranza, non sapevo o ricordavo chi fossero Ramelli e Masi. Ho dato un’occhiata con wikipedia e non ho capito perché li inserisci nella stessa frase. Forse ti riferisci a fatti privati o alle memorie d’infanzia. Ecco, a me quelle relazioni incongrue interessano tantissimo.

  3. eccomi, come promesso; il quadro che ho postato è un quadro che oggi viene letto con gli occhi di un adulto, ma che negli anni 70 era filtrato dai canoni interpretativi di un bimbo; da un lato il mondo se vuoi fiabesco dei primi robot nipponici, dall’altro un clima di violenza di piazza che comunque anche un bimbo percepiva, fino al suo climax massimo con la celebre foto del ritrovamento del corpo di Aldo Moro; qs ricordi mi hanno sempre accompagnato e mi hanno portato a leggere molto sugli anni di piombo, dal post 68 al movimento del 77 che ha avuto in Bologna il suo apice; da lettore che ha come credo gli scritti di Rosselli, in particolare Socialismo Liberale, i movimementi di dx e di sx che hanno popolato gli anni 70 mi hanno sempre incuriosito e per qs ho voluto conoscere le varie posizioni che si sono fronteggiate sul campo, posizioni sempre extraparlamentari ma che spesso sfociarono nella clandestinità del terrorismo.

    Non mi riconosco in quelle posizioni,antitetiche per molti motivi ai principi di socialismo liberale o di Giustizia e Libertà, ma posso dire di conoscerle abbastanza bene, dai gruppi come Terza Posizione ad Autonomia Operaia

    Ramelli e Masi, in parte sono unibili, ma forse avrei dovuto scrivere Recchioni e Masi: infatti il primo accostamento sta a significare 2 ragazzi, e sottolineo ragazzi, morti giovani sotto il peso della violenza, mettendo in risalto il fatto che uno fosse “nero” ed una fosse “rossa”, mentre il secondo unisce sempre due ragazzi di opposte fazioni ma uccisi dalle forze dell’ordine (Recchioni dopo la “strage di acca larentia” e Masi si pensa da un colpo esploso dalle forze dell’ordine, anche se nn provato).
    Spero di avere esplicitato in modo chiaro quello che avevo solo accennato: molti sono i ragazzi caduti sia rossi che neri, anche un solo di loro fu troppo, in quegli anni di violenza, dove l’avversario era il nemico da eliminare. Per finire due libri, secondo me molto interessanti, che aiutano a conoscere quegli anni: La fiamma e la celtica, un panorama sul mondo neofascista degli anni 70, e La peggio gioventu’, scritto da Valerio Morucci, ex Br che partecipo’ al delitto Moro.

    ps grazie per l’ospitalità:D

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