Masse

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L’almanacco di Linus del 1978 contiene una selezione di storie da “Metal Hurlant”. Esattamente le cose che ti aspetteresti: articoli di Dionnet, un sacco di moebius, un Caza, un paio di Bilal (anche Sterminatore 17 in bianco e nero – con sceneggiatura di Dionnet) e altre cose che non hai troppa voglia di leggere.
Gira voce che, in quel periodo, Odb, direttore di “Linus” e “Alter”, finanziasse la rivoluzione degli Umanoidi Associati, garantendo loro tariffe da prima pubblicazione per la traduzione di quelle storie sulle sue riviste.
In mezzo a tutte quelle cose che negli anni successivi avremmo visto fino alla noia, l’almanacco del 1978 ospita un paio di storielle di Francis Masse.

Lo so: quel nome non ti dice niente. Sappilo: è male.

Quell’autore, oggi quasi irrintracciabile (si è ritirato un sacco di tempo fa), è veramente un gigante. La prima volta che ho visto cose sue è stata a casa del mio amico Lorenzo quando ancora viveva nel mitico monolocale in Bovisa. Ricordo che si era arrampicato su una scala e, da una scatola riposta su un’altissima mensola nella minuscola anticamera, aveva estratto l’unico numero di “Labo”. Lo aveva fatto probabilmente per rispondere a uno dei miei momenti di insopportabile maestrinchite: con ogni probabilità avevo cercato di fare la ruota con le due informazioni di rimbalzo sull’Association e sulla loro rivista “Lapin”. Lorenzo mi aveva immediatamente sputtanato mostrandomi che uno dei primissimi Patte de mouche (la collana di librini dell’Asso, in formato millelire di Baraghini) conteneva un suo fumetto. Poi, con più calma mi aveva sotterrato estraendo quel volume edito da Futuropolis. Mi aveva fatto osservare come quella pubblicazione contenesse i semi della rivoluzione dell’Asso che sarebbe arrivata. Poi, aveva detto di quanto JC Menu fosse geniale (è vero!), facendomi guardare dei pezzi del Livret de Phamille (cercalo!). Infine era caduto in estasi di fronte a pagine bellissime che non ho capito immediatamente. Aveva detto: “Guarda! C’era addirittura Masse!” (Controllando l’indice di Labo, è evidente che Masse non c’è… eppure mi ricordo benissimo che Lorenzo mi ha mostrato i suoi lavori a quel punto. Da dove cazzo li ha tirati fuori? Da una rivista che si chiamava Le Lynx? Adesso chiamo Lorenzo e glielo chiedo).

Trovare Masse è stata un’impresa improba. Qualche anno fa, nella biblioteca del Centro Nazionale del fumetto e dell’immagine di Angouleme (CNBDI), ho potuto sfogliare un suo volume (Encyclopédie de Masse, credo); ancora conservo quel ricordo come un memento mori.

Poi, nel 2007, è uscita una bellissima raccolta di storie (L’art-attentat, edita da Seuil) e Matteo, che è un amico carissimo, me lo ha portato da una delle sue scorribande franciose…
Quel volume è difficilissimo da leggere. Specie se, come me, non hai mai studiato francese e lo leggi inventandotelo e pronunciando con la boccuccia a culo parole di cui ameresti scoprire il significato. Masse è verboso e capace di giochi di parole improbabili e divertentissimi (magari no, ma a me sembrano proprio divertenti).

Sull’almanacco di Linus del 78 ci sono un paio di storielle già belle che tradotte. Lo trovi nei negozi dell’usato a un prezzo compreso tra i 12,50 e i 20 euro. Magari ti sembrano troppi soldi per 9 pagine di Masse. Non lo sono. Giuro! (poi, se cerchi scuse, raccontati che lo compri per Sterminatore 17)

Mentre facevo due ricerche incrociate su Masse, ho scoperto che nel 2007 l’Association ha pubblicato un librone che si chiama On m’appelle l’avalanche. L’ho ordinato al volo. Quando arriva ti dico.

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6 pensieri su “Masse

  1. Ci sono cose anche su “La Dolce vita”, giuro a memoria.
    E tendo a dire di no ma controllerei anche i Pilot di Sclavi. I Dolce Vita sono su, se dopo mi ricordo, guardo.

  2. Lo sai vero che Dolce Vita è la più bella rivista italiana di sempre? (oooooooooh, ehhhhhhhhhh)

  3. Non ho amato così tanto la dolce vita quando è uscita e ho dovuto recuperarla dopo. Poi siccome sono un ossessivo compulsivo, mi ci sono tuffato pesante e, da qualche parte sul mio hard disk, ci sono due ore di intervista a Paolo Cesari su come è nata la rivista. Un giorno la sbobinerò.

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