Banalità sulla lettura

tardidemonpl

Qualche giorno fa parlavo con un amico che stava cercando di convincermi di una cosa strana. In estrema sintesi, mi diceva che più informazioni ci sono in una storia più il mio ruolo di lettore è semplificato. Il cinema, per esempio, contiene così tanta informazione che a te non resta che startene là seduto in balia dei ritmi, dei colori, sei suoni, delle parole e delle immagini: non fai nessuno sforzo. Il lettore fa il suo porco mestiere solo leggendo romanzi, perché, là, deve inventarsi tutto.
E’ chiaro: è una stronzata e neanche il mio amico ci crede. Però è una teoria che, per quanto sbagliata, ha il suo fascino, se portata alle estreme conseguenze.
Se il narratore mi dà troppa informazione mi schiaccia sotto la sua presenza e io non immagino più nulla. Per liberare il meglio di me, il narratore deve lasciarmi un sacco di spiragli e interstizi in cui infilarmi. La negazione dell’informazione, lo sai, è l’entropia. Il secondo principio della termodinamica dice che “In un sistema isolato l’entropia è una funzione non decrescente nel tempo”. Significa che il tempo lotta per far diminuire l’informazione, cioè per la salvezza dell’umanità: esiste un dio, buono, che vuole che l’uomo sia una creatura migliore.
Ecco: a me pare che tutti gli assunti su cui questa teoria si fonda siano fallaci. Tutti. Ma non è di questo che ti volevo parlare.

Il mio feed reader continua a segnalarmi l’uscita di libri di Tardi negli USA. Da qualche tempo mi propone la copertina di The Arctic Marauder, traduzione inglese di Le Démon des Glaces del 1974. Quella copertina mi è stata proposta così spesso da farmi venir voglia di leggere quella storia che ricordavo così poco (la pubblicità funziona anche se ne conosci i meccanismi: Niels Bohr, agli amici che lo dileggiavano perché teneva un ferro di cavallo attaccato alla porta, rispondeva “Non sono superstizioso, ma pare funzioni anche se non ci credi”). Ho trovato su una mensola di casa il volume in italiano (edito dall’Isola Trovata nel ‘79) e l’ho letto. Non ero pronto e mi sono annoiato a morte.
I libri a fumetti li leggo così: guardo la copertina; sfoglio rapidamente fino a raggiungere la prima pagina a fumetti (me ne batto di colophon, risguardi, prefazioni, e tutto il resto – se il libro me lo chiede li guarderò con più attenzione dopo… se c’è, leggo la frase in epigrafe o la dedica); affronto la pagina, un quadretto alla volta, ma non lo so mica se guardo prima le parole o l’immagine o se faccio tutto insieme.
Una cosa la so, però. Il demone dei ghiacci (questo è il titolo italiano del libro), se letto in quel modo, non funziona. Guardi le immagini e scopri che le parole ripetono quello che hai appena visto, leggi le parole e non trovi niente di nuovo… Noia. Ma quello è Tardi, cazzo!, e io sono colmo di pregiudizi positivi nei suoi confronti.
Riprendo il volume e lo guardo come se fosse un libro di immagini. Mi perdo nella simmetria che caratterizza la costruzione di ciascuna pagina: la gabbia delle vignette grida, ovunque, art neuveau. Poi guardo il segno largo e veloce con cui sono tracciati tutti i personaggi: Tardi è un figlio illegittimo di Pratt (forse però in quel momento ancora non lo sa) che ha preso dal suo maestro il segno, il ritmo dei dialoghi, e un sacco di piccole pose che nel tempo non riusciranno mai a diventare maniera. E infine mi concentro sugli sfondi, sulle cose, sugli ambienti, sugli animali, sulle paure e sulle macchine e trovo un grandissimo gioco di omaggi a un illustratore che ho amato da bambino, vedendo le sue cose sulla grande enciclopedia della fantascienza dell’editoriale del drago: si chiamava Albert Robida e, nei prossimi giorni, mi toccherà di capire meglio chi era.
A quel punto inizio a leggere il libro come un picture book: dapprima guardo a lungo la pagina e mi ci perdo; poi mi metto a leggere il testo e scopro un ritmo da feuilleton e una voce da Jules Verne (non ci voleva Marconi per accorgersene, ma io ci ho messo un po’). L’effetto pastiche si spegne quando inizio ad acquistare velocità nella lettura: è una storia ingenua e prevedibile ma ogni pagina mi meraviglia e alla fine, quando appoggio il libro sul comodino e spengo la luce, mi sento soddisfatto. Di notte sognerò scienziati pazzi che, con tecnologia ottocentesca, vogliono conquistare il mondo, partendo dalle spaventose profondità marine.

Ora torno al mio amico. Il libro che ho letto mi ha imposto dei ritmi che non ho potuto dominare. Ha fatto tutto lui e io sono stato in sua balia. Però, sono convinto che leggere significhi fare almeno la stessa fatica che ha fatto il narratore mentre raccontava: io, il mio porco lavoro di lettore, l’ho fatto. Mi sono dovuto accollare l’onere di decodificare ogni singolo frantume narrativo e riconnetterlo a tutto quello che sono. Per leggere quel libro non è bastata l’oretta che gli ho dedicato prima di andare a dormire. Mi ci sono voluti 42 anni. E, ancora adesso, lo sto macinando: mi servirà per tutte le altre letture.

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2 pensieri su “Banalità sulla lettura

  1. Hmm… Una volta, prima dell’esorcismo, da queste parti si aggirava milim. Per questa battuta ti avrebbe risposto con messaggi lunghissimi e incomprensibili, dandoti sostanzialmente del povero di spirito (ma con tutta una prosopopea lacaniata che non ti immagini neanche).
    Gallo, a me fa piacere che tu passi da queste parti, ma parla, per dio, ché già è difficile capirti quando fai discorsi articolati. Quando fai del sarcasmo, io ti perdo… Cosa volevi dire?

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