Miracolo a Tokio

Pom Poko
Pom Poko

So che oggi avrei dovuto raccontarti un modo per muoversi consapevolmente tra i libri, quegli strani oggetti che, a detta di Linder, sono dei particolarissimi prodotti anti-industriali. Però, quando siamo rientrati dal corteo del 25 aprile, i bambini non ne potevano proprio più: per farmi perdonare ho estratto il DVD di Pom Poko, lungometraggio di animazione di Isao Takahata del 1994.

Avevamo già visto quel film in giapponese con sottotitoli in inglese. La mia traduzione in tempo reale delle storie dei procioni chiacchieroni aveva un po’ lenito la goduria per quel film meraviglioso (un bel po’).

Evito di riassumerti la trama: il DVD ha un costo accettabile (una quindicina di euro) e, in ogni caso, nessuno ti ha ancora rimosso il torrent dal PC. Mi limito a osservare la vicinanza tra questo film e un altro italiano, del 1951, di Vittorio De Sica e Cesare Zavattini: Miracolo a Milano. Il Miracolo, quello vero, quello che avrebbe illuso l’Italia di essere un paese dalle possibilità infinite, avrebbe avuto inizio solo qualche anno dopo. E insieme a quello, si sarebbe modificato sostanzialmente l’ambiente milanese: urbanizzazione selvaggia, bagno frigo e tv in ogni casa e un bel po’ di quegli agglomerati urbani autogestiti e autoprodotti noti come coree. Nel Miracolo di De Sica e Zavattini, invece, i poveri e i reietti vivono ancora nelle baracche e, impegnandosi, volano via su scope fatate. L’immaginario italico ha mostri meravigliosi, ma il cinema patrio, in quel caso come in quasi tutti gli altri, si concentra sulla rilettura (certo, con chili e chili di sensibilità) della magia disneyana.

In Giappone tutto è diverso. Takahata (aiutato sicuramente dal sodale Miyazaki) racconta la trasformazione urbana di Tokio dagli anni Sessanta del XX secolo e, per farlo, anche lui intreccia favole. Certo, non lo sta facendo in presa diretta, come De Sica e Zavattini, ma è evidente come Takahata, per narrare l’esplosione demografica e l’industrializzazione di una megalopoli, affonda le mani nel folklore nello stesso modo in cui avrebbero potuto fare De Sica e Zavattini.

Perché a lui è possibile e agli italiani no?

Sinceramente non ne ho la più pallida idea, ma mi piace provare a gettare un’ipotesi. La tradizione del racconto popolare orale culmina, tanto in Italia quanto in Giappone, nello spettacolo di piazza. Roberto Leydi e Anton Giulio Bragaglia, in un loro libro fondamentale del 1959 (La Piazza, lo trovi in queste biblioteche) raccontano le forme che quegli spettacoli hanno assunto al loro culmine, prima di estinguersi, assecondando miracolo, tv e sparizione delle piazze. Mostri e creature mitiche non avevano un grande successo nei racconti dei pupari, dei cantastorie e dei circensi. Inoltre, se non sbaglio (e spero di sbagliarmi), nessuno storico ha mai tracciato una traiettoria capace di unire i cartelloni dei cantastorie ai fumetti (lo ha fatto, invece, una fumettista bravissima: si chiamava Antonella Toffolo e mi manca molto).

In Giappone i cantastorie andavano in giro con splendidi nastri di disegni che scorrevano, durante il racconto, in un telaio di legno montato sulla bicicletta. Quel modo di raccontare si chiamava manga kamishibai e in quel formato sono nati alcuni personaggi dell’immaginario popolare che sarebbero sopravvissuti all’estinzione di quella forma (l’esempio più evidente è Ogon Bat, in italiano Fantaman: ricordi?)

Ogon Batto

Shigeru Mizuki, mangaka ed esperto di creature fantastiche giapponesi, prima di dedicarsi al fumetto, realizzò manga kamishibai. Il suo immaginario era stato alimentato dalle fantasie malate e superstiziose di una tata (e questa è una storia bellissima che il fumettista racconta nel meraviglioso NonNonBa).

La traiettoria tra i racconti orali, le narrazioni di piazza, la stampa popolare, il fumetto, il cinema, il videogioco e tutto il resto è, in Giappone, evidente.

Realizzando Pom Poko, Takahata rende omaggio alla storia della cultura popolare del suo paese, citando esplicitamente e rifacendosi a un immaginario iconografico ricchissimo. E allora diventa possibile raccontare il miracolo nipponico (e l’industrializzazione, l’urbanizzazione selvaggia, l’inquinamento, la negazione dell’ecologia, …) rifacendosi a un sistema narrativo autoctono e mantenendosi felicemente sciovinisti. Disney, quando diventa l’unico modello visuale e narrativo da assecondare, assomiglia pazzescamente al male assoluto.

Quando Unamuno, il famoso filoso e professore di letteratura inglese spagnolo, fu sul letto di morte, chiese ai suoi amici: “Infine il tempo è venuto?” “Sì”, gli dissero. “Siete certi che sto per morire?” “Purtroppo, sì”. “In questo caso”, disse Unamuno, “voglio dire le mie ultime parole che avranno anche il valore di confessione: Non ho mai sopportato Shakespeare!” E detto questo spirò.
Quando sarò in punto di morte, penso che potrei confessare con vigore paragonabile a quello del filosofo: “Non ho mai sopportato Walt Disney!”
(Alejandro Jodorowsky)

PS: se vuoi saperne di più sul manga kamishibai, cerca questo libro; se invece ti interessa Shigeru Mizuki, sappi che in Italia sono usciti solo 3 voll di Kitaro dei cimiteri per Dinamic (e oggi non si trovano più), in Francia Cornelius ha pubblicato un po’ più di cose.

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5 pensieri su “Miracolo a Tokio

  1. vedi che lo scrivi di nascosto che i cantastorie e i fumetti sono la stessa (cosa) storia?

  2. I disegni non erano montati su un rullo Paolo.
    Erano singoli fogli che venivano estratti da un lato del teatrino e posizionati di volta in volta alla fine.
    In Pom Poko il capo villaggio racconta una storia usando il kamishibai.

    In realtà si chiamava solo Kamishibai senza “manga” e il narratore si chiama kamishibaia.
    Il titolo del libro (che ho ed è bellissimo) ti ha confuso.

  3. La traiettoria tra i racconti orali, le narrazioni di piazza, la stampa popolare, il fumetto

    Mi viene da dire che questi fenomeni si trovano tutti collegati in Jacovitti, ma non saprei argomentare, così su due piedi.

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