La scelta

Lettura e scrittura
Lettura e scrittura

(segue da venerdì scorso)

E finalmente arrivo al punto in cui dico come valuto un libro. Ci sarei potuto arrivare più in fretta, ma non sono una macchina e mi serve tergiversare, chiacchierare con gli amici e leggere i commenti e le mail. E’ così che maturo e consolido pareri e opinioni. Adesso leggi e, se hai voglia, dammi una mano, aggiungendo le cose che reputi fondamentali e togliendo quelle che ti sembrano superflue o addirittura sceme.

Basta suspense. Quando leggo un libro, guardo 4 cose:

1. Rispetto

2. Coerenza

3. Gioia

4. Stupore

1. Rispetto per me significa che il libro non mi sta prendendo per il culo. Questa cosa si declina in:

  • Leggibilità: Se qualcuno ha fatto un libro, si aspetta che io lo possa leggere. E’, allora, importante che i caratteri siano di grandezza adeguata, che il font sia leggibile, che il grafico non abbia scelto un’accoppiata di colori per il testo e lo sfondo che insultano… Tutte quelle cose là. Se non riesco a leggere il libro, stai certo che finisce nel cestino. E’ l’unico caso in cui strappo i libri e li riduco in brandelli. Vorrei evitare che un malcapitato, pescando l’oggetto dal bidone bianco e lindo della carta fosse vittima di quell’obbrobrio.
  • Stampa: il nero deve essere nero. Non tollero i grigetti, i fuori registro, i moiré, e tutte le altre porcatelle. Confesso che se il libro è fatto di sole parole stampate, tendo a essere più tollerante.
  • Materiali e Assemblaggio: Non so tu, ma io i libri li leggo. Per fare questo li sfoglio, aprendoli bene, ci scrivo sopra se mi serve, li tengo appoggiati aperti sul tavolo quando suona il telefono. Insomma, i libri li uso. Se qualcuno fa un oggetto che va in frantumi mentre lo sfoglio, ecco, mi incazzo. Perdo la pazienza anche se ha montato male i pezzi. E non è una questione di prestigio e ricchezza dell’edizione: mi incazzo allo stesso modo per l’ultimo numero di mcsweeney’s e per l’albetto fotocopiato. Ti faccio degli esempi: gli albi panini marvel con la copertina che si apre come un piccolo poster ma che, da chiusa, lascia sporgere le pagine del fumetto; l’albetto preso alla self area con i punti metallici che non sono nella piegatura o che mi pungono il dito quando ce lo passo sopra; la preziosissima confezione dell’ultimo disco di Capossela che un progettista incapace ha pensato molto fica ma insufficiente a contenere i due CD (che prima o poi si sbeccheranno: scaricali, quell’insulto non merita il tuo denaro!). Non cito per decoro i sedicesimi ripetuti, le pagine non tagliate, la carta piegata a muzzo, …
  • Carta: la sua scelta merita un discorso particolare: immetto il libro nel circolo virtuoso del macero e del riciclo se la carta è trasparente e mi garantisce la terribile esperienza della dissolvenza incrociata permanente, o se la carta ha un colore che smorza quello che c’è stampato sopra, o anche se è una uso mano quando serviva una patinata o viceversa…
  • Editing: il libro deve essere stato riletto da uno che è capace di distinguere un errore da un vezzo e che abbia verificato la correttezza delle cose scritte e delle citazioni riportate. Se qualcuno pubblica “qual’è” o altre minchiate del genere in un libro (cose che le funzioni di correzione automatica dei word processor hanno reso quasi impossibili), egli merita il mio disprezzo. Se sbaglia una sequenze di date e mi ha lasciato la forza di accorgermene, lo odio (il mio amico Boris mi fa notare che Bonvi nell’uomo di Tsushima si inventa bellamente la biografia di London: non me n’ero mai accorto). Un’altra cosa: l’editor è anche quello che fa riscrivere e ridisegnare.
  • Prezzo vs valore: il numero stampato da qualche parte con accanto il simbolino della valuta è importantissimo. Su questo tema si apre un universo che in questo momento non sono capace di qualificare.

2. Coerenza indica che tutti gli attori riconoscibili nella produzione stanno facendo il loro lavoro. Sul libro vengono riportate una serie di informazioni, di nomi e di titoli nobiliari che mi scatenano aspettative. E, allora, la coerenza la decino così:

  • Editore: L’editore è quello che si assume la responsabilità finale sul prodotto. Può essere una multinazionale, un‘industria localissima, un’impresa minuscola, o anche l’attività di un uomo solo. La complessità organizzativa di un marchio editoriale non è questione che mi riguarda. L’editore ha un progetto che di concreta in un elenco di libri: il catalogo. Il libro che ho in mano deve essere riconducibile al catalogo di quell’editore. La coerenza dell’editore è una chimera difficilissima da raggiungere. La maggior parte dei marchi che conosco affastella titoli senza alcuna ragione (in realtà una ragione c’è: amerebbero che quel libro vendesse un porcozzìo di copie).
  • Curatore/i: La collana, la rivista, la divisione, … Le case editrici dovrebbero strutturare i propri libri in insiemi omogenei di titoli. A dirigere una testata o una collana c’è sempre qualcuno. Da quella collana mi aspetto progettualità. Sono nato per essere deluso.
  • Autore/i: Alla fine un libro involtola un po’ di contenuti. I nomi dei responsabili di quei contenuti sono, quasi sempre, ben stampati in copertina. Spesso compro il libro scritto, disegnato, curato, pre/postfato, … da un tale che mi sta particolarmente a cuore. Esigo che quel libro mi metta in mano un tassello per capire l’universo e le traiettorie di quell’individuo.
  • Prodotto: un libro dichiara alcune appartenenze col proprio formato. Se non fosse così non si spiegherebbe l’ossessione che porta editori e autori a costruire volumi a fumetti stampati su carta pesante, con almeno 100 pagine, con misure che stanno in un intorno dei 17×24 cm. Sono chiaramente incoerenti: un cartonato francese di 64 pagg., smontato a cazzo (per esempio da 4 a 3 strisce per pagina) per diventare un graphic novel, una raccolta di albi di grande formato strizzati per entrare a forza in un formatello smilzo, una storiella esile da raccontarsi in 8 pagine trascinata per metri di carta…

3. Gioia è l’attributo meno tangibile, perché ha a che fare con la mia capacità di essere colpito dal bello e gira ancora quell’assurda leggenda che parla della soggettività dei gusti. Ciò che mi dà gioia è l’argomento principe di questo blog e, se ti è già capitato di passare da qui, probabilmente sai già tutto. Non tento spiegazioni approssimative e sintetiche di queste cose importantissime; mi limito a dire che, per me, gioia è:

  • Bellezza
  • Divertimento
  • Salto sulla sedia

4. E Infine lo Stupore, che potrei chiamare anche Gnommero e si riferisce alla capacità del libro di modificare la cartografia del mio immaginario. Lo stupore per me è:

  • Turismo: in un territorio dell’immaginario stabile, ci si va in vacanza. Qualcuno che lo conosce meglio di me mi fa da guida, mi suggerisce i posti dove andare (e quelli da evitare), mi indica percorsi inediti o poco scontati. Mi annoio (e tanto) se vengo stipato a forza in un villaggio turistico: il ritmo del racconto non può essere scandito dalla voce squillante di un’animatrice pettoruta che mi vuole costringere alla sessione mattutina di aerobica in acqua o dalle danze scomposte durante le serate all’anfiteatro con le sedie pieghevoli vicino la spiaggia.
  • Abitare: Ci sono luoghi in cui vivo. Abitare significa conquistare spazi propri, istaurare relazioni stabili, costruire manufatti (temporanei o con un grado di stabilità più ampia) che modificano l’ambiente.
  • Avventura: E ci sono luoghi dell’immaginario ancora poco noti. Altri sono addirittura inesplorati. In questi posti misteriosi bisogna avventurarsi con cautela, spinti da una forte volontà di conoscere, di mappare il territorio, di disegnare bestiari magnifici e di evitare (o frequentare con veemenza e convinzione) i luoghi in cui molto probabilmente sono i leoni.

E, con questo, ho finito. Ora, dimmi tu.

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21 pensieri su “La scelta

  1. Ciao, ho notato alcune similitudini nei criteri di valutazione. Non riesco a creare una precisa analisi della mia personale “strada” perché ho un piccolo problema: Dimentico.

    Quindi non ricordo perché quel libro mi è piaciuto, perché è così impresso nella mia mente il suo titolo (e non il contenuto, ad esempio, che è sciolto nell’oblio).

    Posso altresì dire che ricordo la sensazione di Gnommero (prendo in prestito il tuo termine) ma non “cosa” l’ha provocata.

    Ricordo, però, che i libri che mi sono rimasti in mente, mentre li leggevo, mi spingevano a fare delle pause improvvise, socchiudere le pagine e osservare la copertina con un sospiro. Un gesto che ancora oggi ripeto quando sono positivamente sorpreso da un libro.

  2. Ciao Tiziano.
    Solo una precisazione (è un termine che mi ossessiona così tanto che tendo a darlo per scontato).
    Gnommero è parola che viene dritta dritta dal pasticciaccio brutto gaddiano. Il commissario Ingravallo cerca di risolverli, garantendo a Gadda la possibilità di scrivere il “requiem per il romanzo giallo” definitivo.

    “Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo.”

  3. Gnommero è parola che viene dritta dritta dal pasticciaccio brutto gaddiano.

    Che lo derivava da un componimento poetico arcadico, il gliòmmero (“gomitolo” in napoletano). Ma quello che volevo dire che ho pensato a Gadda un minuto fa, leggendo la rivista che fai delle proprietà organolettiche del libro, quando nomini la carta uso mano: non ricordo più dove, Gadda vituperava i libri stampati su carta uso culo

  4. Sì, lo conosco (non di persona però, io non conosco nessuno). È tuo parente, quasi? Ma pensa! Quello sì che ne sa, e mica solo di Gadda, naturalmente.

  5. tutte ‘ste parole sulla coerenza: va bene che siamo in clima elettorale, ma tu quoque?
    Per il resto è splendido, fratello barbuto.

  6. Scoprire dai commenti che Spari è amico dell’assistente della mia prof di Letteratura è un’esperienza che causa rispetto coerenza gioia stupore, tuttiassieme.

  7. L’assistente della tua prof ha un vita fuori da quelle mura. Cosa Credi?
    Ora, caro Snaporaz, metti a frutto i tuoi studi e dimmi da dove viene la carta uso culo gaddiana di cui parla ipofrigio.

  8. che dire… tutto bello bello che più bello non si può.
    Un’analisisi impeccabile e condivisibile sul tema della scelta e delle aspettative di un libro, situazioni inafferrabili, legate a situazioni estemporanee come la casuale lettura di un titolo passeggiando tra gli scaffali, titolo che ti sbeffeggia e ti sfida al di la’ dell’autore, editore, carta e pacchetto regalo…

    Scegliere, comprare e leggere un libro è un viaggio avventuroso tra gli scaffali: essere scattanti e pronti per sfuggire al panico dell’abbonanza… vigili per non cadere nei trabocchetti editoriali, sordi alle sirene dell’autore cult, agili nello slalom tra le classifiche… il resto è tutta questione di culo!

  9. Lo ignoro. Tuttavia ricordo una spassosa lettera (nota e stranota) dell’ingegnere nella quale si lamentava con Guarnirei circa la carta usata per stampare la prima di “Il castello di Udine” (Solaria): “In complesso la stampa è discreta. La coperta è gialla. Hanno ‘goduto’ per me le vecchie risme di carta di 8 anni fa, rimastegli dalla rivista. Ora né la rivista, né i libri escono più in quella carta giallina da libro di ‘bancarella’. Ma sono esaurito e non ho voglia di protestare, regolerò i conti e tirerò un respiro.”
    Ma piuttosto (!) è vero che Cenati ha un tatuaggio dei Metallica sulla coscia?

  10. Di lavoro faccio il grafico editoriale. Condivido gran parte di quello che scrivi a tale proposito (anche se le tue argomentazioni dovrebbero ricadere nel campo -ahimè poco frequentato- del normale buon senso progettuale).

    Due appunti lessicali, tanto per rompere i coglioni in questo amabile consesso:

    – sarebbe preferibile dire (e scrivere) “la font” e non “il font”, poichè l’etimo è il francese settecentesco “fonte” (“fusa”, con riferimento alla lettera fusa nel metallo; vedi G. Lussu, “La lettera uccide”, Stampa Alternativa & Graffiti, Roma 1999);

    – in sardo, variante dorgalese, gomitolo si dice “gròmmeru”.

    Quali profonde riflessioni dovrebbero stimolare in noi questi due appunti?
    Davvero non saprei.

    Un sincero complimento per questo blog, che trovo sempre molto molto interessante.

  11. Grazie Angelo.
    Non ci crederai, ma stavo per scrivere la font (e quando parlo uso quel sostantivo al femminile). Solo che quel figlio di mignotta di word me lo ha sottolineato in verde e io mi sono fidato senza verificare. Sono un pirla!

  12. Roby: Il culo è importantissimo. Ma io credo che nella ricerca di un buon libro abbia la sua importanza anche la rete di riferimenti, consigli, puntatori (lo gnommero) che ci conduce fino a là.
    A me di scartare i best seller non importa così tanto. Sono felice se riesco a mettere le mani su un libro bello che stanno leggendo tutti.

  13. La font – il graphic novel. Ma dico io, con tutta ‘sta ambiguità sessuale (e fumettistica) dove andremo a finire? Giovanardi vorrà regolamentare l’editoria? Mentre noi continueremo a discutere nellA Internet?

  14. Scusa il ritardo ma ho ritrovato questo post in quello che apre ufficialmente il 2012. Riprendendo il discorso a mò di gambero, all’incontrario, sono un pò spaesato. Mi ritrovo con i tuoi parametri, almeno gli ultimi due. Ma i primi due mi lasciano dubbioso. Secondo me sono troppo sull’aspetto esteriore della Merce Libro, cosa che si può facilmente falsificare, io quei due parametri gli applicherei agli autori più che agli editori. Se rispetto e coerenza non sono presenti nella trama più profonda del libro allora anche una bellissima veste grafica continua sempre a contenere solo pattume, di contro trovo anche stimolante delle vesti assurde, esperimenti non solo sulla carta ma con la carta.
    Concludendo io applico i tuoi punti ma solo all’autore del testo, rarissimamente guardo l’edizione.

  15. L’edizione la guardo per forza. Se il libro mi piace, resta con me un sacco di tempo. Poi, sono convinto che il curatore, il direttore, il prefatore, il grafico, il redattore si debbano prendere le loro responsabilità… Il bello non è falsificabile.

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