Copertina del Grande Diabolik

Gabbie

Sguardo

Diabolik non mi è mai piaciuto. Negli anni in cui avrei dovuto leggerlo, in casa c’era sempre: lo comprava mio padre. M quell’albo tascabile era una delle letture predilette dalle mie due sorelle maggiori: io leggevo i supereroi. Il fumetto era il territorio in cui scorrazzavo incontrastato e non potevo accettare di dovere competere negli affetti cartacei con la mia famiglia.

Col tempo questa distanza si è trasformata in antipatia e questo personaggio, che mi è sempre sembrato incapace di essere contemporaneo a sé stesso, è stato a lungo la mia vittima preferita quando si trattava di dileggiare il fumetto popolare (non è vero: con Tex mi divertivo molto di più, ma anni e anni di  Claudio Nizzi avevano reso troppo facile parlarne male).

Poi, il mio amico Andrea che qualche Diabolik lo aveva sceneggiato, è andato a lavorare nella redazione dell’Astorina e, con pazienza, mi ha parlato a lungo delle regole che governano la vita editoriale di quel genio criminale che organizza furti leggendo il giornale. Si tratta di leggi complesse: toccano la geografia, la tecnologia disponibile, la struttura fisica degli uomini e delle donne che vivono a Clerville, la presenza di religioni e luoghi di culto, …

Insomma, il mondo di Diabolik ha leggi così stringenti da rendere ciascun episodio delle sue avventure un gioco di letteratura potenziale: variazioni attorno a un insieme impressionante di vincoli.

Adesso, dopo tutte queste spiegazioni del caro Andrea, capita che io compri Diabolik. Quasi mai mi diverto a leggerlo, ma almeno so che gioco sta giocando. L’ultimo che ho letto s’intitola Nei sotterranei di Clerville ed è l’episodio uscito a metà dello scorso aprile nella collana “Il Grande Diabolik”.

Copertina del Grande Diabolik

Questa serie semestrale propone, tutti gli anni, in una delle sue due uscita, una storia sceneggiata da Tito Faraci e disegnata da Giuseppe Palumbo che si riferisce agli anni perduti del re del terrore. Il gioco è facile e, se possibile, ancora più vincolante della scrittura di un episodio della serie regolare di Diabolik: Faraci e Mario Gomboli scelgono un punto oscuro della vita del criminale, tipicamente tra due episodi della prima metà degli anni Sessanta, e chiariscono fatti strani lasciati in sospeso; Palumbo reinterpreta Diabolik disegnandolo come se fosse un supereroe vestito di latex; siccome 170 pagine sono tantissime, una trentina di queste, all’inizio e alla fine dell’episodio, sono assegnate a un disegnatore della serie mensile e fanno finta di essere il prologo e l’epilogo per contestualizzare il ricordo e trasformare la storia disegnata da Palumbo in un lunghissimo flashback.

Guardando gli episodi del “Grande Diabolik” di Faraci e Palumbo diventa evidente, tanto brilla di luce propria, il vincolo più pesante definito dalle sorelle Giussani: la struttura della pagina.

Riassumo rapidamente una storia raccontata così tante volte da sentire di leggenda. L’ufficio di Angela Giussani dà su Piazza Cadorna e, da lì, ella vede una folla di pendolari riversarsi in città tutte le mattine. E’ gente che ha viaggiato sui treni delle Ferrovie Nord e, per questo motivo, ha ottime ragioni per essere maldisposta nei confronti della vita. E’ necessario lenire il dolore di quel viaggio breve (ma non brevissimo) e frequente: Angela progetta allora un prodotto che occupi poco spazio, abbia un costo contenuto e possa essere letto durante un viaggio da pendolare. Il treno mattutino può essere alienante: ti allontana da casa e dagli affetti per rinchiuderti in una cella a fare otto e più ore di lavoro schifo: chi meglio di un criminale incallito può indicare la via dell’evasione?

Angela Giussani pensa a Fantomas e a tutti i cattivi irriducibili che non hanno bisogno di essere puniti. Non è necessario che la pena sia certa se chi commette il delitto si muove in accordo a un senso etico ineccepibile (per quanto alieno). Il Giallo Mondadori contiene storie in cui il crimine non paga mai, lontanissime dall’idea di racconto che la Giussani sta maturando. Eppure per rendere più agile e veloce la lettura, le pagine di quei romanzi polizieschi sono stampate su due colonne. Non so se dietro questa scelta di composizione grafica ci sia un progetto di pedagogia della lettura; forse quella struttura deriva da un vincolo tecnico che ignoro, forse scientemente si vuole far sì che lo sguardo del lettore corra il meno possibile per la pagina.

Credo che quella gabbia tipografica abbia influenzato il modo in cui Angela Giussani, evidentemente digiuna di fumetto, decide di strutturare la pagina di Diabolik: 120 tavole a montare un volumetto che offra consistenza al tatto e 2 vignette per pagina.

Torno al “Grande Diabolik”. Quell’albo ha dimensioni più vicine a quelle di un bonellide che al formato tascabile della serie regolare e, come si può facilmente evincere da rapida capatina all’edicola, per quella misura di pagina, in Italia, esiste una gabbia di composizione della tavola che è possibile considerare standard: 6 quadretti distribuiti su 3 strisce più o meno regolari. E, infatti, le pagine di raccordo, firmate da uno dei disegnatori della serie regolare (in questo caso Zaniboni padre e figlio – qualcuno tolga loro la possibilità dell’inchiostrazione digitale, perché non la si può guardare) rispettano quella struttura. Palumbo ha iniziato a confrontarsi con la riscrittura di Diabolik disegnando, su sceneggiatura di Alfredo Castelli, il remake de Il re del terrore, che – lo sai – è l’episodio da cui ha avuto origine la serie. Per quell’albo, Palumbo ha dovuto definire un modo per confrontarsi con la gabbia di Diabolik portata su pagine molto più grande (il remake del re del terrore è uscito, per la prima volta, in un formatone tipo “album BD”). Per risolvere la questione ha avuto un’intuizione che sfrutta bene la pagina, rispetta il vincolo e introduce un sentore di modernità nella legnosissima impaginazione di Diabolik. Mi sembra che questa tecnica di costruzione della pagina possa essere riassunta in due movimenti:

1) Lettura dall’alto verso il basso: Le due vignette che compongono la pagina di Diabolik sono sovrapposte e, allora, Palumbo (che, ricordiamolo, ha studiato tanto il Magnus di Kriminal e Alan Ford quanto il manga) costruisce pagine con una cascata di vignette sovrapposte (fino a 5 nella stessa tavola).

2) Due strisce: Le due vignette per Palumbo possono diventare due strisce in cui disporre 2 o 3 ulteriori quadretti.

Osservo che nel remake del re del terrore, Palumbo usava quei due moduli in modo esclusivo: le sequenze d’azione venivano montate in pagine con 5 vignette sovrapposte, quelle con i dialoghi su pagine a 2 strisce.
Non so quanto siano intervenuti Castelli e Faraci in queste scelte di strutturazione della pagina, ma mi è evidente che quegli albi del “Grande Diabolik” abbiano caratteristiche di struttura della pagina uniche nel mercato del fumetto da edicola.

E molto ci sarebbe da dire anche sulla forma di quei balloon e soprattutto delle loro code (che tecnicamente, mi dice un amico, si chiamano pipe).

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11 pensieri su “Gabbie

  1. “Non so quanto siano intervenuti Castelli e Faraci in queste scelte di strutturazione della pagina”…

    Sai com’è… le abbiamo sceneggiate.
    Detto ciò, Giuseppe è davvero un grande.

    Ma, soprattutto, urge parlare di nuvolette.

  2. Naaah…
    Tito, invece di prendermi per il culo, dimmi se nella sceneggiatura hai specificato la struttura della pagina (5 vignette in verticale, oppure 2 strisce: 3 vignette nella prima e 2 nella seconda e altre cose così).
    Ti stupirà, ma mica tutti i tuoi colleghi lo fanno. Ho sentito di gente che è convinta che la sceneggiatura sia una roba che ha a che fare con la drammaturgia e crede ce la cosa più importante siano i dialoghi.
    Magari hanno ragione loro.

  3. ah! proposito. urge anche parlare di quello che ci sta dentro le nuvolette. dai, mica i dialoghi. il lettering!

  4. Dipende da che tipo di fumetto si fa, che rapporto si ha con il disegnatore…Specificare ben bene la struttura delle vignette e poi non descrivere cosa ci va dentro e come (che per me sarebbe eccessivo nel caso del fumetto popolare) è un po’ inutile.
    A me capita di ricevere sceneggiature in cui solo in alcuni casi mi viene specificato quante vignette in una striscia, e il modo in cui devo collegarle l’una all’altra: per il resto bastano dialoghi e descrizione di quello che avviene per capire cosa vuole lo sceneggiatore.
    Non so quali sceneggiatori diano esclusiva importanza ai dialoghi, io non ne conosco.

  5. Con Giuseppe abbiamo stabilito alcuni schemi di base, in realtà ispirati al lavoro fatto sul remake. In alcune tavole, indico lo schema, quando si tratta di qualcosa di particolare. In altre, mi “limito” a dare le inquadrature. Ma queste, di fatto, governano le dimensioni della vignetta e gli incastri. Diciamo che con quattro mattoni di un certo tipo, so cosa aspettarmi dal loro incastro. Ciò detto, a volte Giuseppe mi stupisce, dando forme non canoniche. Per esempio, i primi tempi mi sorprendeva vedere un primo piano su una striscia (invece che su una tradizionale vignetta quadrata). Scelta a cui poi mi sono abituato e, anzi, ho iniziato a fare mia.

  6. Sarebbe interessantissimo capire come è nato quello schema. A me piacerebbe sapere se è stato progettato sulla gabbia a 2 quadri di Diabolik o se è venuto così, con risultati identici ma col solo istinto della messa in pagina. Però temo sia una domanda da fare a Palumbo o a Castelli.

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