Copertina volume 1 di Kamui Den di Sampei Shirato, Casterman/Kana (ed. fr. 2010)

Di ninja e altri complici

Copertina volume 1 di Kamui Den di Sampei Shirato, Casterman/Kana (ed. fr. 2010)

Il Giappone, dopo aver perso la guerra, ha subito l’occupazione degli alleati. Gli americani hanno sovrapposto la loro cultura a quella millenaria nipponica. Ignorandone i fondamenti filosofici, etici e culturali, hanno imposto una costituzione a immagine e somiglianza della loro. Hanno anche rimosso dall’immaginario visivo tutte le istanze nazionaliste e ciò che reputavano osceno.

Una censura, imposta dall’esterno e non dalla maturazione di regole sociali endogene, che ha prodotto la rimozione di tutti gli elementi visuali che sentissero di sesso e violenza. Una censura che non è mai riuscita a diventare, assecondando la definizione di Learned Hand, il punto di equilibrio tra candore e pudore. Una censura che, al suo meglio, è riuscita a essere una lista delle cose da non mostrare: una checklist applicata puntigliosamente per non incorrere in ritorsioni legali.

Dopo la guerra, un po’ alla volta, il Giappone ha ricostruito un sistema di valori nazionali: la propria politica corrotta e schifosetta, un’industria aggressiva, un mercato del lavoro alienante, una mafia locale feroce, un sistema educativo omogeneizzante, una distinzione in classi sottile e sotterranea… E sotto questi elementi di superficie, immediatamente riconoscibili perché indistinguibili da quelli di una qualsiasi grande democrazia occidentale, ha costruito un sistema di valori narrativi che amo molto.

Kamui Den è la storia di tre ragazzi appartenenti a tre classi distinte. E’ ambientato durante l’interminale feudalesimo nipponico e presenta una ricostruzione storica e ambientale ineccepibile. E’ raccontato da un dio del fumetto come Sanpei Shirato che è capace di usare codici nuovi, lontanissimi dall’imperante modello omoshiroi del grande Tezuka, per affrontare una storia del passato del proprio paese da leggere come una metafora dell’oggi.

Pagine bellissime, successivamente copiate – più o meno consapevolmente – da decine di fumettisti che amo, nate per essere serializzate su una rivista politica: “Garo”.

Quando l’editor Katsuichi Nagai scopre di essere stato colpito da un male incurabile, decide di dedicare gli ultimi suoi anni a un’impresa folle. Una rivista di fumetti rivoluzionaria, mossa da un profondo senso etico. Una volontà di raccontare la società e di vivere nel presente. E di farlo costruendo fumetti. Perché quello è un modo potente per riuscire a raccontare, mantenendo forte un senso di complicità.

Complicità è, come sempre, la parola chiave.

Complicità tra le parole e le immagini che si rispettano al punto di trovare l’unico equilibrio possibile in ciascuna pagina. Pagine di solo disegno in cui ogni elemento grafico è essenziale. Porzioni lunghissime di testo verbale assolutamente necessario. Traduzione e adattamento di quel fumetto sono violenze che tollero solo perché la mia ignoranza mi impedisce di leggerlo direttamente in giapponese.

Complicità tra l’autore e il suo editore che inventano l’unico modo possibile per presentare quel racconto. Costruiscono una rivista che non esisteva, inventano un genere, scoprono un pubblico e, soprattutto, fanno la rivoluzione.

Complicità tra il fumetto e i suoi lettori che in quel lavoro di ricostruzione storica riconoscono il malessere dell’oggi. Quel fumetto diviene un simbolo di rivolta e, quando c’è da occupare un’università, ai balconi compaiono striscioni inequivocabili che inneggiano alle “brigate Kamui”.

Complicità è la relazione più intima e solida che instauriamo con gli amici e gli amanti.

Complicità è tutto quello che cerchiamo in una storia.

Complicità è un atto d’amore.

Ecco perché è così difficile trovarla al mercato.

(Non lo avessi capito, ho incominciato a leggere il primo volume di Kamui Den pubblicato da Casterman/Saka: dopo solo 200 pagine sono così dentro quella storia che uscirne è quasi doloroso)

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5 pensieri su “Di ninja e altri complici

  1. è una storia davvero fica.
    vorrei sapere cosa ne pensa di quello che hai scritto il nostro comune amico giappòfilo. perché altrimenti io la tua analisi della società giappa del dopo occupazione me la bevo acriticamente.
    cmq, a parte le mie sofisticherie, com’è che solo adesso che siamo già belli grandicelli ci ritroviamo così intimamente giappòfili? dico intimamamente perché ormai non è più un autore, una corrente di artisti o un personaggio a piacerci in particolare. è proprio il loro modus operandi che ci sta stregando. stiamo finalmente diventando più esigenti? oppure stiamo invecchiando e invece di migrare in florida come i vecchi americani puntiamo dritti verso le bianche spiagge di okinawa?
    in entrambi i casi, era ora che ce ne rendessimo pienamente conto.
    abbracci,
    p

  2. Sembra un ficata goduriosa.
    Sto scaricando legalmente il cartoon rispettando molte leggi sul copyright.

  3. Non lo so, Pasquale. Io ho subito una fascinazione per il fumetto giapponese con il grande mazinga (colorizzato) edito da fabbri (cos’era l’80, tu non c’eri ancora). E poi con uno speciale dell’eureka di Castelli e Silver in cui c’era un episodio di Blackjack di Tezuka (84, direi).
    Poi l’editoria italiana ha pubblicato riedizioni viz tradotte dall’inglese che non si capiva mai un cazzo (granata) e robette (star/kappa).
    Abbiamo dovuto ingollare merda a tonnellate per riuscire a vedere cose belle.
    Oggi se ne vedono parecchie. Anche in Italia.

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