Sapesse, contessa, quei quattro ignoranti…


Ho detto altrove che la pornografia è reazionaria: fascistume che colonizza l’immaginario e ti mangia l’anima. Non ti preoccupare. Non intendevo (e non intendo) dire che ogni volta che guardi un video su youporn (oltre a impiastricciarti la tastiera) subisci regressioni cognitive irreversibili. Voglio dire che nelle storie ci viviamo e se il nostro potere cognitivo dovrà andare a ranare non sarà certo per il pessimo gusto che mostriamo nelle pratiche autoerotiche: siamo immersi nell’appiattimento del racconto e architetti, pubblicitari, art director, copywriter, scrittori, illustratori, sceneggiatori, programmatori e mestieranti vari stanno lottando contro di noi.

Fare commercio di una brutta storia (su qualunque supporto e su qualunque canale) è un po’ come andare a caccia di dodo. Non ci si deve sentire in colpa – questo no, mai – ma si deve essere almeno consapevoli delle proprie responsabilità.

In un vecchio Metal Extra, dedicato all’opera di HP Lovecraft, c’è un fumetto di moebius in cui una banda di burocrati d’azienda interrompe la riunione interminabile. I manager si liberano dai completi grigi e dalle cravatte e si addobbano da cacciatori (caschetto coloniale e giberne): vanno a fare una battuta di caccia. Poi, quando trovano la preda, con i loro grandi fucili e da postazione sicura, l’abbattono: è Cthulhu. Quei figli di puttana vanno a spasso ad abbattere le creature del nostro immaginario.

Un film porno di solito è quella roba là: un bracconiere che si aggira per il nostro pensiero.

Personalmente non sento il bisogno né di zone di ripopolamento delle specie né di leggi per la tutela del fòttio di animali che vive nel boschetto della mia fantasia. Ma i bracconieri li disprezzo lo stesso.

Poi però trovo un libro porno strano, è uscito per Les Requins Marteaux di Bordeaux, l’editore della rivista “Ferraille Illustré”, del Pinocchio di Winshluss (che da qualche mese trovi, anche in edizione statunitense), e di cose di Blexbolex.

Si chiama Comtesse ed è un libretto di 120 pagine che fa del suo meglio per assomigliare a un albo nero-porno all’italiana. Hai presente quelle robe tipo Lando, il camionista, Isabella e Jacula? Roba che meriterebbe l’oblio e che invece ricordiamo benissimo. E con la nostra memoria di quell’inutile pattume, Aude Picault, l’autrice, gioca. E si diverte. Ne replica il formato, alcune idee grafiche povere, la composizione della copertina e il dorso dell’albo. Si ispira anche alla struttura della pagina: le due vignette diabolike. Ma il gioco finisce là, perché in quell’albo c’è una storia vista centinaia di volte (ma a me dell’originalità della storia non è fregato mai nulla) e tanta capacità di racconto.

La pornografia vista da una donna che, per tutta la vita, ha guardato più al cartoon che a corpi noiosi e male illuminati. Disegni che sentono di Peter Arno e Saul Steinberg, di Sempè e William Steig. Semplicità e precisione insieme per raccontare esplicitamente l’amore e il sesso. Niente viene nascosto, eppure tutte quelle immagini sono nuove e inattese. E le conclusioni di quei rapporti – di cui la pornografia ci ha già svelato tutti i meccanismi e gli ingranaggi – sono inaspettate. Eppure abbiamo un’età in cui dovremmo almeno immaginare come vanno a finire quegli stropicciamenti di corpi.

Un gioiello narrativo che, attorno a una fabula trita e nota alla nausea (la contessa insoddisfatta che fa saziare i propri appetiti dalla servitù), monta eccitazione e senso della perversione. Un libro da nascondere, lontano dalla portata dei figli, finalmente perché conturbante e non perché brutto.

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