Qualcosa di culturale

Invecchio e, un po’ come tutti, col tempo divento sempre più conservatore. Scopro in me barlumi di un’aurea reazionaria che mi preoccupano e mi divertono al contempo.
Come? Vuoi un esempio?
Vabbene: eccolo. Per esempio continuo a comprare e a leggere riviste. Tante, troppe e, nella maggior parte dei casi, mi fanno schifo (e quindi non dovrei parlarne, ma questa è casa mia e le regole della casa le faccio e disfo come mi pare). Le sfoglio e penso a quanto le riviste che compro oggi siano più brutte di quelle che amo e che, magari, sono uscite molto prima che io nascessi.

Tutto ha un inizio. A me piace scegliere il 13 agosto 1943, il giorno del secondo grande bombardamento della Royal Air Force a Milano. In quel giorno vengono colpiti la Galleria, Palazzo Marino, Palazzo Reale, la Stazione Centrale, il Conservatorio, Palazzo Serbelloni, l’Arcivescovado, addirittura il Duomo, ma solo lateralmente.

Il Politecnico di Vittorini nasce poco dopo la Liberazione di Milano: il 29 settembre 1945. Il sottotitolo di questo foglione (4 pagine grandi più o meno come l’attuale Coresera) dichiara periodicità e intenti: “settimanale di cultura contemporanea”, dice. Con Vittorini ci sono Albe Steiner, Franco Fortini e Vittorio Pandolfi.
L’editoriale del primo numero, firmato da Vittorini, si apre così: “Non più una cultura che consoli nelle sofferenze ma una cultura che protegga dalle sofferenze, che le combatta e le elimini”.
E’ il progetto di un tale che vuole fare riviste e che ci proverà per tutta la vita (con il Politecnico, i gettoni, pensati per essere mensili, e il Menabò).
Per coltivare questo sogno, Vittorini progetta un oggetto consistente, fatto di parole, immagini e grafica che vivono insieme.
Fa notare Max Huber: “Ciò che colpisce, guardando adesso Politecnico è vedere come le idee, il contenuto degli articoli, le fotografie, le didascalie e l’impaginazione fossero una cosa sola. Non c’era un “grafico” che metteva in bella forma delle colonne di piombo, dei titoli, delle illustrazioni, ma c’era un giornale che nasceva tutto insieme”.

Permettimi di tornare a quel drammatico giorno d’agosto e a come, quasi tre anni dopo, sul ventinovesimo numero del Politecnico (il primo mensile, se non sbaglio), quel momento viene ricordato. A corredare il racconto fotografico di Luigi Crocenzi, c’è un articolo senza firma. Credo sia stato scritto da Giuseppe Trevisani che era il segretario di redazione e, a quel punto, già cucinava la rivista con grande autonomia. Eccolo.

“Una notte d’agosto, nel ’43, Milano è morta. E’ morta la città che credeva nella Galleria come in un’incrollabile piramide e conservava una bonaria immagine anche della guerra, delle lotte fra gli uomini, della rabbia dei barbari e della fredda ferocia degli sfruttatori. Questa città non aveva capito ancora fino nelle ultime conseguenze il fascismo e non riusciva a distinguere i bombardamenti sull’Egitto e l’oppressione dell’India dal piacere di leggere il “Corriere della sera”. I primi bombardamenti della RAF la ferirono e la inquietarono. Ma nelle vie e nei cortili il sangue venne lavato, i muratori sgombrarono macerie, la città rifaceva il suo volto. Una notte d’agosto la colpirono a morte, dopo un nuovo ululato di sirene e tra gli scoppi delle bombe sganciate da poco più su dei comignoli. Fu tutta fuoco e rovine e l’acqua scaturì dal sottosuolo e invase le strade e il fumo fu nera coltre nel cielo e, l’indomani, sui tricicli che lasciavano la città sedevano donne che mostravano nudo il ventre. La Galleria era crollata. E la città sapeva, dal suo letto di morte, il fondo della barbarie fascista e quello della fredda ferocia di uomini “civilizzatori”. Morì dentro a queste immagini la città che forse più di ogni altra aveva creduto nell’eternità borghese del mondo, nella fetta di panettone per tutti e nel sorriso infantile della Madonnina”.

Per far risorgere Milano Vittorini e i suoi progettano un giornale che mescola le culture. Miscela parole e immagini, spiega la letteratura e la poesia, chiarisce principi di urbanistica, si dedica alla scultura e all’animazione, pubblica fumetti, tenta mediazioni e contaminazioni, fa incazzare l’alta dirigenza del PCI…

Trovo in edicola Studio. Il sottotitolo recita: “Rivista bimestrale di attualità culturale”. E quel “rivista”, da solo, chiarisce la povertà spirituale di un oggetto cartaceo che deve dichiarare la propria dubbia identità.
La grafica è copiata, male, da quella di Monocle e la copertina di questo quarto numero dice molto del progetto. La rivista di attualità culturale ringhia, poco sotto la testata, “LEADERSHIP & POTERE: Numero speciale sui temi del potere e della leadership. Con interviste, fra gli altri, a Franca Sozzani – direttrice di Vogue – e Matteo Renzi – sindaco di Firenze. Inoltre: un saggio di F. Pacifico su Jay-Z, una chiacchierata con l’ex assistente di Condoleezza Rice, un’analisi (con reportage fotografico) sullo strapotere di FC Barcelona e Real Madrid”.
Sotto questa sbroffata diarroico-verbale, un brutto primo piano si Sozzani, sormontato da un bollino rosso che dice: “Esclusiva Studio n.4: Gianni Riotta” (uno che i giornali li sa proprio fare, se si deve giudicare da come si è concluso il suo ultimo contratto da direttore).

Solo perché, magari leggendo il nome di Andrew Wylie, non ti venga la tentazione di investire i 6 euro che ho buttato io, ricopio l’attacco dell’intervista a Sozzani:

“Se è qualcosa di culturale fatto bene dovrebbe funzionare, teoricamente; non possiamo continuare a pensare che siano tutti scemi. Io rimango stupita, ad esempio, quando vado al cinema e trovo gente comune che sa tutto: chi ha fatto lo script dell’ulòtimo film di Malick? Io non lo so. L’ho visto da poco e uscendo dalla sala c’era un signore che sapeva tutto, dati, biografie, etc. Gli ho fatto i complimenti e gli ho chiesto di cosa si occupasse: faceva l’impiegato in un’azienda di orologi. La gente non è affatto stupida come la si vuole dipingere”.

Confrontare il Politecnico con Studio è ingiusto e inclemente: il primo ha avuto origine dalla morte violenta di Milano; il secondo è cresciuto nella merda senza trarne benefica concimazione.
E a me, reazionario come sono, viene in mente una canzone di Ivan Della Mea che, in tempi recenti, non riesco a non canticchiare.

Sont el Burdun el Sciambola padron de mi e de nient,
padron di mè disgrazzi fortunn e accident
vegnù on quaj annett adrèe dai parti del Lorett
ma incoeu gh’è pocc de sciambolà mi scioppi chi in Corvett

Mi s’eri on fioeu de sciambola fàa su a la so’ manera,
de quej che per la micca hann lauràa matina e sera
de quej che hann magnàa crusca coi ratt in temp de guèra
Milan model Berlusca l’è propi una ratera

Mi sont on fioeu de sciambola e ho sciambolàa de bon
chi gh’era gh’era ‘ndava ben, vincenz marocc terron,
la mè Milan o brava gent l’era on figon bel grand
Milan leghista incoeu l’è nient g’ha nanca pü i mudand

Mi s’eri on fioeu de sciambola dal Domm a la Bovisa
per mi Milan l’era la miè la mama anca l’amisa
l’era la tela bianca del mè penel d’artista
e adess l’è on strasc color trasù de ciocc de ciucialista

Mi s’eri on fioeu de sciambola giustra birocc e vin
tirà matina in bambola in Briosca coi pumpin
d’on omm ciamàa la Wanda artista e gran signor
che a on bamba come el Bossi ghe sgagna el semper dür

Mi s’eri on fioeu de sciambola ma voeuri vess nissun
perchè Milan el mè Milan me l’han scianfàa i ladron
de gesa o de carriera gh’a minga de importansa
Milan l’è ona baldracca la gh’a nanca pü creansa

Mi s’eri on fioeu de sciambola ma voeuri vess nissun
compaign fudess on negher sciopàa drogàa terron
per mi che ho sgagnàa guèra coi mondeghi de crusca
Milan incoeu l’è pü Milan se ciama “Fiat-Berlusca”

Sont el Burdun el Sciambola padron de mi e de nient
padron di mè disgrazzi fortunn e accident
vegnù on quaj annett adrèe dai parti del Lorett
ma incoeu gh’è pocc de sciambolà mi scioppi chi in Corvett
ma incoeu gh’è pocc de sciambolà mi scioppi chi in Corvett.

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4 pensieri su “Qualcosa di culturale

  1. grazie Paolo.
    Una buona lettura aiuta a cominciare meglio la giornata.
    Specie nel traffico delle tangenziali…

  2. Alle distruzioni dell’estate ’43 va aggiunta la Scala, ricostruita poi, come la Galleria, a tempo di record e bene. Altri tempi anche in questo.

    Per il resto, il paragone del Politecnico o del Menabò a quella cartaccia lì sotto è gratuitamente crudele (e ne sei stato preventivamente punito con la piaga neobiblica dei ratti nella trasmissione).

  3. Bel post Paolo e grazie di avermi fatto scoprire lo scritto di Trevisano e il pezzo di Della Mea. E’ incredibile che qualcuno possa ostentare in copertina il nome di Riotta come un bollino di qualità senza imbarazzo. Di Studio salvo solo i pezzi di Lenardon/bucknasty ma me li leggo in rete…
    http://www.rivistastudio.com/autori/matteo-lenardon/

    ciao

    The sub

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