Spirito a pezzi – 5

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C’è questa free press fatta da amici alla quale collaboro con gioia. Ha periodicità incerta e claudicante, però continua a uscire. A oggi è successo già 6 volte e. dal secondo numero, ospita “Spirito a Pezzi”, la mia rubrica di moralismi.

Qui c’è il sito di Pool.

Qui tutte le uscite precedenti questa.

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“E’ una storia di frustrazione e potenziale irrealizzato, di artisti che non hanno mai avuto la possibilità di realizzare la loro grande opera, di racconti che non sono mai stati realizzati o, peggio, che sono stati censurati e bonificati da editori con poco cervello. E’ la storia di un medium recluso in un ghetto e ignorato dai molti che avrebbero potuto farlo cantare”.

L’uomo che parla ha il volto cupo e niente affatto divertito. Muove le sue poche parole sgretolando la compostezza donata al suo viso da un mestiere che si avvolge di silenzio: è il guardiano del faro di Hicksville, la città che sta al centro dell’omonimo fumetto di Dylan Horrocks. Quella poche parole riassumono la lunga storia del fumetto con una precisione che riesce a essere dolorosa, mentre racconta il rapporto succube che, negli anni, si è instaurato tra gli autori e un’industria oppressiva e spesso incompetente.

Diciamocelo: nonostante le ambizioni intellettuali che vorremmo attribuirgli, gli editori di fumetti, da sempre, sono, nella quasi totalità dei casi, degli industriali vocati al profitto e alla redditività. Gente pratica che, potendo, evita il suicidio commerciale. Dall’altra parte ci sono gli autori che sono degli individui fragili con una spiccata predisposizione alla sofferenza e al martirio. A volte, instabilmente alla ricerca del mutevole punto di equilibrio tra felicità e sicurezza, vorrebbero smarcarsi dai vincoli imposti loro dall’industria, ma le sperimentazioni, nei rari casi in cui non sono deprecabili esercizi di stile, rischiano di generare prodotti che, anche quando sono esempi di genio irrinunciabile, diventano un tantino elitari. E l’élite, in genere, è una comunità di acquirenti numericamente più esigua del vasto pubblico sognato dagli editori.

Per difendere la loro libertà creativa gli autori di fumetto le hanno provate tutte. Le proteste, gli scioperi, la satira e la rivalsa: storie finite quasi sempre male. A un certo punto, i più svegli, consapevoli e arditi hanno incanalato le proprie ambizioni in movimenti creativi e autoproduzioni. Raccogliendosi attorno a un manifesto e a un’idea di libertà narrativa, gruppi di fumettisti hanno ideato progetti editoriali dall’altissimo livello professionale, così come documentato dalle riviste “Garo” (Giappone), “Metal Hurlant” (Francia) o “Raw” (USA), dal lavoro di autori-editori come Dave Sim (Cerebus), Paul Pope (THB) o Jeff Smith (Bone), e da progetti editoriali come “i cani” in Italia o L’Association in Francia.

Ma non prendiamoci in giro: il Do It Yourself, nel fumetto, non è sempre equivalso a prodotti altamente professionali, come nel caso degli esempi che ho appena enumerato. Ci sono state e, fortunatamente, ci sono ancora le fanzine fotocopiate e zeppe di narrazioni claudicanti e sintassi sghemba. Spazi importanti nei quali gli autori possono confrontarsi con il ritmo di pubblicazione, il canale di presentazione (stampa o web) e il pubblico, guadagnandone in esperienza preziosa che garantisce di presentarsi con un’attrezzatura migliore alla porta degli editori.

Nel frattempo, però, gli editori hanno perso la loro anima, per popolare librerie che, a detta di un tipo molto ben informato come André Schiffrin, sono fatte per un’editoria senza editori. Il loro progetto di presenza sul mercato si è fatto via via sempre più esiguo. Oggi spesso non è neanche più un obiettivo di marginalità operativa lorda e si riassume in un claim di poche parole che pare essere uscito dalla mente inaridita di un copywriter in mobilità.

Sono sempre di più gli editori che presentano brutti fumetti (gridando – di solito – in copertina “graphic novel”, le parole magiche della vendibilità) con grafiche raccapriccianti e narrazioni approssimative. Nessun confronto con gli autori, niente editing, pochi o niente soldi, cura redazionale inconsistente, refusi a gogò, pagine stampate male su brutti materiali e inconsapevolezza assoluta del fumetto.

Tanto varrebbe l’autoproduzione. Ma, anche se l’editore non paga, l’investimento per l’autore è minimizzato e che bello è vedere il proprio libro stampato pronto a infilarsi in libreria, accanto a quelli di tanti sprovveduti colleghi, a farsi largo verso l’oblio.

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4 pensieri su “Spirito a pezzi – 5

  1. il link al tuo pezzo non funziona, a meno che il tuo pezzo non fosse questo:

    “The requested page could not be found.

    To search the site please use the search tool below in the footer”

  2. Mi è toccato di inserire il testo… Il link funziona solo se sei loggato con il mio account. Ti potevo dare la possibilità di connetterti come sparidinchiostro (ché lo sai che di te mi fido ciecamente), ma, per semplificarti la vita, ho scelto questa scorciatoia…

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