Cristina Del Basso dal Grande Fratello 09

Spirito a pezzi – 6

Come dici? Non sei riuscito a leggere Pool? Eppure era semplice: bastava andare qui (e il mio pezzo era pure ben impaginato). Se, poi, non ricordi (o non sai) cos’è Spirito a Pezzi, ti rammento che è la rubrica di moralismi che tengo sulla free press Pool. Le uscite precedenti le trovi qui; l’ultima o subito dopo l’immagine, qua sotto, oppure seguendo questo link, a pagina 30 (Come dici? Oggi sono insopportabilmente ridondante? Son tutti ‘sti pedalini appesi)

Con meno di quaranta minuti di riprese degne di quel nome, Game of death di Bruce Lee ha segnato indelebilmente l’immaginario di noi tutti. Quel frantume di cinema a lungo perduto, rimasticato malamente per finire in un filmaccio postumo, intitolato L’ultimo combattimento di Chen (1978), si è incistato profondamente nelle storie in cui viviamo.

Abbiamo visto spesso quella tuta gialla con le bande nere (l’ultima volta indosso a Uma Thurman in Kill Bill) e, ancora più spesso, abbiamo giocato a risalire la pagoda, combattendo contro avversari sempre più forti. In cima, dopo una lotta senza esclusione di colpi con nemici dalle capacità marziali sempre più sviluppate, si raggiunge una crescita spirituale (nella visione ingenuamente new age del Jeet Kune Do di Lee) o si sconfigge il nemico (nell’osceno rimontaggio postumo da spaghetti western). I videogiochi con cui giocavamo, nei primi tempi, avevano un joystick e due bottoni e ci si muoveva su un piano bidimensionale da sinistra verso destra: il gioco della morte prevedeva il confronto frontale con un avversario che tentava di impedirci il passaggio al livello successivo; quando non si riusciva a sconfiggere il nemico, era game over e bisognava inserire un altro gettone nella fessura della macchina da bar o da sala giochi. Poi, le nostre console domestiche hanno ammesso comandi sempre più articolati. E il nostro punto di vista di giocatori è diventato quello del combattente. Le cuffie nelle orecchie, il microfono vicino alla bocca e le nostre mani, spesso armate, bene in vista: si può finalmente far evolvere il punto di vista del gioco dalla terza alla prima persona. L’evoluzione del nostro intrattenimento ha preteso un tributo in realismo e coinvolgimento.

Funziona così. Sempre. L’intrattenimento tende a una partecipazione sempre maggiore dei suoi utenti, che rifiutano, per quanto possibile, il ruolo dello spettatore. Sono passati più di trent’anni da quando il futurologo Alvin Toffler ha messo al centro dell’evoluzione delle interazioni l’emergere del prosumer, incrocio meticcio tra produttore e consumatore, e il mondo, senza grande fatica, si è adattato a quella previsione.

Si pensi ai reality show. Quando, nel 2000, il Grande Fratello ha iniziato a riversarsi nella casa degli italiani dalla vitrea tetta televisiva, gli spettatori hanno subito capito che stava succedendo qualcosa, pur non capendo cosa fosse: sullo schermo, in tempo reale, c’era gente costretta alla convivenza obbligata in un ambiente ristretto. Violenze psicologiche, tentativi di seduzione, piccole e grandi scorrettezze, misere performance sessuali e lotta di classe. Il tutto per quei cinque minuti di notorietà cui tutti dovremmo avere diritto.

Poi il grande fratello non ci è più bastato e l’azione, dalla casa ikea con piscina da sogno di mediocrità italica, si è spostata in luoghi sempre più impervi: la sala d’incisione, la pista da ballo, il campo da calcio, la fattoria, l’isola semideserta… E, ogni volta, i partecipanti allo show, per garantirsi l’attenzione di spettatori che hanno per le mani sempre più telecomandi con sempre più tasti, devono sottoporsi a privazioni sempre più grandi: la convivenza ancora più coatta, l’astinenza, la fatica, il lavoro manuale, la scomodità, la fame, lo schifo, le ristrettezze, …

Quando, poi, diventa proprio difficile trovare nuovi format televisivi capaci di assecondare l’escalation di sacrifici richiesta ai concorrenti, la volontà di intrattenimento ha la meglio. E noi, gli spettatori, chiediamo il nostro tributo in coinvolgimento diretto: vogliamo essere prosumer; vogliamo giocare in prima persona.

Sono quelli i momenti in cui riescono meglio i governi tecnici e le manovre finanziarie.

4 pensieri su “Spirito a pezzi – 6

  1. Non ho capito dove volessi andare a parare fino all’ultimo paragrafo… Sono d’accordo con te (quindi magari ho continuato a non capire).

  2. e oggi sul corsera? cos’è questa merda pazzesca? possibile che non c’è uno che sappia approfittare di quello spazio? che ogni domenica sia una opportunità sprecata?
    poi: perché cazzo la sezione si chiama graphic novel se ha due pagine? ma perché non vanno a lavorare i campi?

  3. cerebroleso, chi c’era oggi sul corsera?
    io me lo perdo sempre. consapevolmente.
    paolo, tu che sei secchione dovresti fare come suggeriva proprio cerebroleso (non ricordo né dove né quando) e scrivere una robetta sul tema: “come cazzo è che lo stesso formato che più di un secolo fa ha visto gli splendori di McCay, oggi è usato il più delle volte come un deposito scarti da autori che hanno tavole che gli avanzano?”.
    posso capirlo se sei uno affermato e/o vecchio e te ne frega poco. e forse nemmeno in quel caso.
    che poi, magari il corriere paga pochissimo e a sine die (non credo…), ma anche fosse, che cazzo, è il domenicale del corriere! arriva in mano a centinaia di migliaia di italiani e tu autore misconosciuto non gli concedi lo stesso sforzo che riservi ai tuoi libri che nella migliore delle ipotesi vendono un migliaio di copie (voglio esagerare, quattromila)?
    madonna quanto sto diventando lagnoso.
    la chiudo subito o comincio a sbrodolare.
    ciao a tutti,
    pasquale

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