Tirature 2009 (2/2)

La ballata delle occasioni perdute

I due fenomeni commerciali che attraversano con maggior vigore il mercato del fumetto negli ultimi venti anni sono l’importazione del manga, il fumetto giapponese, e il diffondersi del graphic novel, il romanzo a fumetti.

Le prime iniziative di pubblicazione sistematica e molto visibile di lavori che afferissero a queste tendenze sono avvenuti a Milano e, come vedremo, con un anticipo sui tempi quasi affascinante. Eppure si è trattato di occasioni mancate che non hanno consentito all’editoria meneghina di trarre vantaggi consistenti e di lungo periodo.
Nel novembre del 1979 apparve in edicola, per le edizioni Fabbri, il primo numero del settimanale “Il grande Mazinga”. Si trattava di un albo spillato di 32 pagine al cui interno apparivano, colorate per il mercato italiano, le avventure di uno dei robot giganteschi più amati in Giappone e in Italia (grazie alla trasmissione televisiva della serie di cartoni animati). La corsa si interruppe venticinque numeri dopo, all’esaurirsi del materiale originale, nel luglio del 1980.
Il presumibile successo della testata fece sì che la pubblicazione di quel primo manga non rimanesse un evento isolato. All’inizio del settembre 1980, apparve in edicola il primo numero di un altro settimanale dedicato a una delle serie televisive più amate: “Candy Candy”. Il formato, inizialmente, era identico a quello di “Mazinga”: nelle 32 pagine spillate si potevano leggere le puntate del fumetto giapponese adattato al mercato italiano e colorato perché lo scollamento visivo dalla serie televisiva non fosse troppo forte. Dopo qualche mese, la foliazione del settimanale aumentò – arrivando a 48 – e l’offerta per le giovani lettrici si arricchì di rubriche. Nel numero 77 fu pubblicato l’ultimo episodio della serie del manga, ma il successo del settimanale era ormai tale da indurre l’editore a non chiudere la testata. Da quel momento, sulle pagine del periodico, iniziarono ad apparire nuove storie dell’eroina giapponese realizzate da autori italiani. A queste avventure inedite furono affiancati altri manga, adattati e colorati (Luna, Georgie, Lady Oscar, …) e nuove rubriche: la foliazione del settimanale aumentò ancora. Il periodico rimase in edicola per oltre un lustro, modificando più volte contenuti, numero di pagine e testata (prima “Candy Candy TV junior” e poi “Candy issima”). Chiuse, col numero 326, nel dicembre 1986.
La vicenda delle pubblicazioni Fabbri è una spia importante, sebbene spesso dimenticata, della parabola milanese dell’industria fumettistica. E’ interessare osservare come l’importazione di manga a opera di Fabbri fosse improntata alla volontà di assecondare i gusti di un pubblico che sentiva la fascinazione per i cartoni animati importati dal Giappone, grazie all’impetuosa offerta televisiva garantita dall’ingresso sulla scena delle emittenti private commerciali. Si trattava di un’operazione condotta con spirito squisitamente emulativo che traeva la propria linfa vitale dalla popolarità dei personaggi e non cercava in alcun modo di andare oltre la superficie: capire le formule narrative e la “struttura malinconica” del manga. L’operazione di Fabbri venne emulata da altri editori e le edicole iniziarono a riempirsi di albi contenenti gli adattamenti autoctoni dei cartoni animati più popolari. Ma la tendenza riuscì a esaurirsi prima che gli anni Ottanta si fossero conclusi.
Per avere una vera ondata di manga in Italia, si dovrà aspettare che la prima generazione di telespettatori di cartoni animati nipponici raggiungesse l’età sufficiente a varcare le soglie delle case editrici per progettare prodotti editoriali: albi destinati a un pubblico che, pur amando l’animazione, riconoscesse al manga autonomia espressiva. E ciò avvenne, fuori Milano e con un significativo punto di aggregazione a Bologna, all’inizio degli anni Novanta.

Nel 1983, “Linus” era una rivista di piccole dimensioni che aveva perso la guida di Oreste del Buono, allontanatosi dalla Rizzoli nel luglio del 1981. Sul finire dell’anno, grazie all’attenta mediazione dell’agenzia Storiestrisce, venne allegato al mensile un albo spillato in bianco e nero. Si trattava della prima puntata di Maus di Art Spiegelman. L’edizione italiana fu la prima traduzione mondiale dell’importante opera dell’autore newyorchese. Fino a quel momento il racconto delle memorie paterne degli orrori nazisti, mascherato da fumetto di animali antropomorfi, era apparso solo su “Raw”, la rivista che Spiegelman autoproduceva negli Stati Uniti.
Maus sarebbe stato raccolto in volume negli USA solo nel 1986, anno in cui – grazie all’uscita di questo libro e del Ritorno del cavaliere oscuro di Frank Miller e al loro straordinario impatto estetico e commerciale – si può datare la nascita del graphic novel come classe merceologica.

Nonostante la lungimiranza dimostrata nell’intercettare il fenomeno nascente, “Linus” e Rizzoli non riuscirono a cavalcare il fenomeno e i volumi (numerosi e spesso notevoli) pubblicati sotto il marchio Milano Libri continuarono a essere posizionati accanto al settore “satira e umorismo” e a essere venduti, nella migliore delle ipotesi, come strenne.

Per osservare progetti capaci di inventare una sezione dedicata al romanzo a fumetti nelle librerie italiane avremmo dovuto aspettare gli anni Duemila e, ancora una volta, allontanarci da Milano.

Mercato e formato: una relazione sbiadita

Esauritosi il periodo in cui Milano riusciva a essere uno dei centri di progettazione dei formati editoriali e di produzione delle opere tra i più interessanti al mondo, alla città è rimasto il dubbio beneficio di essere la sede degli editori commercialmente più rilevanti.

Il fatto che Milano abbia cessato la propria funzione di propellente ideativo del fumetto non ha prodotto – purtroppo – una traslazione del motore delle idee. Oggi, in Italia, non esiste un’area geografica in cui si concentrano gli editori capaci di sperimentare, innovare e percepire i bisogni del pubblico del fumetto stampato (cioè quello per cui è ancora necessaria una sede fisicamente locata in una città – altro discorso e altre analisi meriterebbero i fenomeni di presenza digitale che stanno rendendo evanescente il concetto di centro produttivo).

Questa assenza è frutto di una traiettoria storica che ha portato l’Italia a non avere – come capita invece negli altri Paesi in cui il fumetto ha un mercato consolidato – un formato nazionale capace di assecondare le esigenze dei pubblici più diversi.

Negli altri stati esistono formati dominanti che, nonostante la presenza di nuovi moduli commerciali (tipicamente l’albo manga e il graphic novel), riescono a offrire ancora oggi opere innovative e di successo (e, qualche volta, i due attributi riescono a convergere sul medesimo prodotto editoriale). E la ragione per cui questi formati non esauriscono la loro vitalità è che essi ospitano contenuti eterogenei: non esauriscono la loro funzione in un unico genere.

Il tankobon in Giappone, l’album in Francia e il comic book negli USA sono pronti ad affiancare ai generi dominanti infinite variazioni, offrendo così agli autori, agli editori, ai commercianti e, soprattutto, ai lettori la possibilità di agire sui prodotti più diversi, capaci di toccare corde e sensibilità individuali distantissime.

In Italia un formato nazionale con quelle caratteristiche non esiste. Quasi tutti i moduli editoriali progettati nella seconda metà del ventesimo secolo o sono scomparsi (“Linus” e “Corriere dei ragazzi”) o sono collassati su un’unica testata (“Topolino” e “Diabolik”). L’unico formato che è ancora visibilmente presente in edicola è il “bonelliano”, bramato e imitato ma anche sempre meno seguito dai lettori giovani. Ed è estremamente interessante osservare l’omogeneità del racconto da esso espresso. Quel formato – cui afferiscono stilemi narrativi, processo produttivo e modi di consumo assai codificati – è vittima di se stesso. E’ capace di raccontare solo le storie per cui i suoi ideatori originari lo hanno progettato: l’avventura di Gianluigi Bonelli arricchita dalla mescola di generi della letteratura popolare in accordo agli insegnamenti di Sergio Bonelli.

E questo anche quando il marchio in copertina non è quello dell’editore milanese.

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22 pensieri su “Tirature 2009 (2/2)

  1. Bellissimo e molto chiaro, come sempre. Mi prendo la libertà di aggiungervi un dettaglio personale-memorioso, perché so che apprezzi:

    Sul finire dell’anno, grazie all’attenta mediazione dell’agenzia Storiestrisce, venne allegato al mensile un albo spillato in bianco e nero. Si trattava della prima puntata di Maus di Art Spiegelman.

    Doveva trattarsi del numero di ottobre o novembre 1983. Ricordo benissimo: quell’estate mi ero “maturato” e proprio in quei giorni seguivo le prime lezioni all’università. Mi si apriva il mondo (almeno, così credevo allora) e ricordo alla perfezione lo stupore nel trovarmi fra le mani quell’inserto spillato: non sapevo letteralmente che cosa pensarne, non avrei mai immaginato di poter vedere un fumetto del genere.

  2. molto molto interessante! ma allora non sei un coglione. no, sir! oramai non si può più dire che sei proprio un coglione.

  3. scrivo il commento prima di leggere….il solo vedere quell’immagine mi tuffa negli anni 70, 1979 8 anni per la precisione, ancora vive le immagini di Argentina 78, agli occhi di un bambino allora solo 1 mondiale di calcio con una delle + belle mascotte di sempre, il gaucho biancoceleste, in seguito il dramma della dittatura militare magistralmente illustrato ne l’ Eternauta; il flusso della memoria mi riporta bambino, inizio a leggere piano piano e poi…..per ora solo un rimpianto, il nn potere + vedere in tv quei “cartoni”, una richiesta a sky per il canale man-ga, una scontata non risposta da parte loro (chiedere è lecito,. rispondere cortesia, forse è un adagio perduto nella memoria)….ma si sa, oggi quei cartoni nn sono supportati da nessun merchandishing e quindi nessun “interesse” a metterli in onda….

  4. Non sapevo ci fosse la possibilità.
    Ci sono due supereroi del blog (Recchioni e Matteo), un blog con grafica fichissima e due raccolte di disegnini… Avrei fatto le stesse scelte. L’unica scelta che mi risulta difficile da spiegarmi è quella di quel blogger che ha fatto 2 aggiornamenti in 3 mesi (ma solo perché sono malpensante). Un tipo come 403 ce lo avrei visto moooolto meglio.

  5. Non è piaciuta neanche a me la mostra di Matticchio. Robe bellissime, intendiamoci. Ma era una raccolta di disegni da vendere mica una mostra con un senso. Li guardo, quei disegni, e sto meglio, ma se è solo per vedere degli originali (che non comprerò) preferisco stare a casa. (magari a fare le robacce che dice cher). Però c’erano amici e poi sono andato a mangiare con loro in un indiano cattivo come quelli dei film con john wayne.

  6. anche a me. Intendevo se sono inedite, ovviamente.
    comunque non posso credere che una mostra di matticchio sia brutta, non è matematicamente possibile, no?

  7. Oggi mi sei pedante, cher.
    Mica brutta. Non mi è piaciuta perché non era una mostra ma un mercatino di originali sparsi quasi tutti già visti (ce n’è uno – il gallo in lacrime – che non avevo visto e che avrei preferito non vedere mai). A me matticchio piace quando è sensa senso lui mica le mostre che mettono insieme le sue cose.

  8. ah, scusa, non mi ricordo mai che qui di pedanti già ci sei te. comunque se continui così assoldo due bambini e ti faccio picchiare di brutto nella tua palestra di judo.

  9. no no no mi arrendo che io sono un cagasotto e che tu sei cintura marrone di jiujitsu. anzi, sul fatto di andare a vedere un mostra di matthicchio mi fidanzata (senza leggerti of course my horse che lei col cazzo che legge il tuo blog di merda) mi ha detto le stesse cose che hai scritto te…

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