Maria! I pantaloni!

L’altra mattina camminavo frettolosamente per Milano. Alle dieci e mezza, appena svoltato l’angolo, mi sono ritrovato nel mezzo di una scena strepitosa. Lascia che te la descriva.

Tutti i camerieri di un ristorante moderatamente fighetto, vestiti in divisa d’ordinanza (camicia bianca e gilè rosso), sono davanti all’ingresso del locale in cui lavorano. Guardano verso l’alto e sghignazzano. Dicono cazzate. “Guarda che, se salti da lì, non muori mica”; “Al massimo ti fai un po’ male”; “Se vuoi morire devi salire di qualche piano”…

Effettivamente, seduto sul davanzale della finestra del primo piano, con le gambe ciondoloni qualche metro sopra i camerieri, c’è un tipo che difficilmente prenderesti per un aspirante suicida. Un signore curato: capelli grigi ben pettinati, abbronzatura a modo, camicia azzurra e giacca scura… Le cose che lo rendono interessante sono un paio: è seduto sul davanzale e, dalla vita in giù, indossa solo un paio di boxer bianchi che sventolano la loro resa nella brezza mattutina di questo febbraio meneghino.

Il tipo alla finestra è chiaramente incazzato. Grida in tutte le direzioni. Ai camerieri risponde: “Lasciatemi in pace! Non voglio suicidarmi!”. Nella mia direzione spara un: “Ed ecco un altro che passa per caso e non c’entra niente!”. E, a qualcuno, a me invisibile, dentro casa, dice: “Maria! Passami i pantaloni!”.

Mentre mi allontano, vedo arrivare di corsa un vigile che sta chiaramente chiedendosi se quello è davvero il lavoro che ha scelto. Mentre il vigile si avvicina, si apre all’improvviso il portone dell’edificio e, tutta trafelata, esce una donna (il cui pomo d’adamo denuncia alcune alterazioni chirurgiche). Sembra sudamericana e indossa solo un accappatoio. Quando allunga la mano, puntando le chiavi di un’auto di fronte a sè, una tetta – dura e rotonda – fa capolino dal tessuto spugnoso. Il suv parcheggiato sul passo carraio, con le quattro frecce lampeggianti, si apre. La donna sale in macchina e parte, lasciando il vigile attonito e stupito.

Non sono morboso. Non rallento neanche. Dopo un po’, la scena è scomparsa alle mie spalle.

Vado via, ma il mio bisogno di storie rimane là e quella situazione mi ronza in testa fino a quando non va tutto al suo posto. Adesso conosco la storia di una moglie che ha capito che il marito usa il loro appartamento sfitto per portarci un’altra donna e ha deciso di coglierlo in fragrante. So anche di un marito nel panico, che quando si sente in trappola, dice alla prostituta dei cui servizi si sta avvalendo: “Maria, ci sono le chiavi nella toppa, io scappo dalla finestra, tu aspetta che me ne sia andato e poi esci… Stasera mi invento qualcosa con mia moglie”. Poi la fretta è troppa e uno, magari, si dimentica i pantaloni. E so anche che Maria non vuole spiegare niente a nessuno e ha capito che, se resta là dopo che il suo cliente se ne sarà andato, si troverà a raccontare la sua vita a un appuntato.

E’ una storia meschina e divertente. Eppure ancora non mi basta. C’è quel suv, fermo davanti a un passo carraio, con le quattro frecce accese. Deve andare al suo posto anche lui.

Adesso, so anche che Maria, tutti i venerdì, fa il suo giro di pompini. Parcheggia l’auto in doppia fila e avrebbe bisogno di un contrassegno che indicasse l’urgenza dei suoi impegni: mica carico e scarico; il suo lavoro ha quasi l’importanza di cure medicali.

Se graviti intorno al centro di Milano e ne hai bisogno, sappi che pare si siano liberati venti minuti, il venerdì in un intorno delle dieci e mezza.

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