Telefonami tra dieci anni

E’ tempo di pulizie. Svuoto un garage e anche un hard disk. Guardandomi attorno, trovo questo pezzo che doveva uscire su Schizzo. Michele Ginevra aveva chiesto a un po’ di amici di raccontare come sarebbe stato il fumetto tra dieci anni. Era il 2007: ho ancora un po’ di tempo perché la mia profezia si realizzi.

Il fumetto tra dieci anni? Non lo so. Ho difficoltà a capire dove vorrà andare in vacanza la mia famiglia questa estate (e penso di conoscere i tre sventurati che condividono casa e vita con me molto meglio di quanto possa conoscere l’industria del fumetto). Dieci anni sono un periodo lungo, specie per noi che viviamo in questo periodo di evoluzione frenetica delle tecnologie e dei consumi. Dieci anni, secondo fonti che mi sembrano attendibili, sono un quinto del tempo che resta da vivere a questo pianeta prima di sprofondare nell’emergenza che mi renderà necessario un mondo di riserva (ma già esiste: “Second Life” si può raggiungere da qualsiasi browser).

Però una tendenza la vedo, anche se non sono sicuro di capirla. Ed è una tendenza che si sviluppa su due sentieri, forse inconciliabili. Per farla breve, mi sembra che quel sistema del comunicare che chiamiamo fumetto si stia trasformando come mai prima d’ora. Non si tratta di un evento fulminante ma, come sempre, di un processo. Di questi tempi, però, mica tanto lento.

Due sentieri, dicevo: uno per i prodotti che vivono in edicola e l’altro per quelli esposti in libreria.

I fumetti da edicola non sono più popolari, perché hanno sui lettori un impatto bassissimo (parlo chiaramente di ordini quantitativi e non qualitativi). Per continuare a essere oggetti di massa si trasformano in altro. Si fanno crossmediali. E allora i personaggi, cioè la parte più vendibile del fumetto (attraverso processi di serializzazione infinita e anche un po’ ossessiva), si incarnano ovunque: serie di animazione, siti internet, videogiochi, musical, flash animation danzanti al ritmo della suoneria. Il tuo personaggio preferito non ti abbandona mai. Vive sul giornale che hai tra le mani, al cinema, in teatro, sul tuo televisore, sullo schermo del tuo PC e anche su quello – più piccolo, ma non per questo meno seducente – del tuo telefono cellulare. La carta in edicola vende meno, ma si aprono nuovi spazi per offrire la coscienza scoperta dei lettori a una torma di pubblicitari inferociti. E, come sappiamo, non è la numerosità degli occhietti strabuzzati davanti al racconto a rendere un prodotto popolare. E’ la quantità di dita tremanti che corrono al portafogli.

Sull’altro versante, in libreria, il fumetto si sta riconfigurando. Non credo ci siano mai stati cosi tanti libri che miscelano parole e immagini come in questi ultimi anni. Ci sono ancora gli usuali fenomeni di repackaging: le raccolte di strisce, gli archi narrativi di prodotti seriali, le strenne dei personaggi più noti. Ci sono anche i bolsi cartonati francesi (che – fortunatamente – in Italia non hanno mai avuto ‘sta gran fortuna). Ma, accanto a questi prodotti, sono comparsi oggetti che proclamano la propria assoluta estraneità dalla serialità: libri che vogliono essere acquistati, letti e custoditi come romanzi. La classe merceologica che li raccoglie si chiama “graphic novel”, una locuzione sicuramente insufficiente e discutibile con cui vengono indicati i contenitori più che i contenuti. Eppure, da questa definizione ombrello in cui alcuni leggono le invidie del fumettista (graphic, la più nobile delle arti applicate, accanto a novel, il romanzo con l’afflato della vita) stanno emergendo i lavori più interessanti di questi anni. Forse destinati a un pubblico numericamente più esiguo di quello di venti anni prima, ma non per questo meno rilevanti. Mi sembra che i più recenti Stati Generali dell’Editoria abbiano messo in evidenza alcuni dati che ci devono costringere a pensare. Li enumero per come li ho capiti:

  1. tutto quello che hai sempre saputo sul numero ridicolo di italiani che leggono è una stima ottimistica;
  2. eppure il mercato delle librerie italiane è il sesto al mondo per numero di pezzi venduti e per quantità di quattrini in circolo;
  3. i pochi lettori italiani sono una minoranza ossessionata dalla carta (affastellata su ogni mensola domestica) con una grande disponibilità alla spesa.

I lettori di fumetto da libreria sono una nicchia nella nicchia. Un segmento così sottile da ricordarmi la volta in cui José Muñoz ammoniva: “Il fumetto non morirà. Diverrà un fenomeno così esiguo da essere affiancabile alla poesia. Da pochi a pochi”.

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