Mauro e Maddalena Rostagno

Dopo Marx, Aprile

Mauro e Maddalena Rostagno

Venticinque anni fa, un attentato mafioso ha ucciso Mauro Rostagno. Ho letto il libro che la figlia minore, Maddalena Rostagno, ha scritto con il giornalista Andrea Gentile. Si chiama Il suono di una mano sola ed è edito dal Saggiatore. E’ un libro denso di informazioni, dall’andamento sghembo e discontinuo, con scarti e ripetizioni, a volte melenso e appiccicoso. Proprio come la memoria. Mi è piaciuto tantissimo.

Di Rostagno so poco. Amici mi hanno parlato della sua uscita da Lotta Continua, prima del casino, del Macondo, locale milanese e Zona Temporaneamente Autonoma, di Saman, la comunità trapanese in cui viveva, dell’impegno giornalistico contro la mafia.

Ho saputo della sua esistenza da Sandro, un carissimo amico e compagno di palestra, nei tempi in cui il karate era quasi tutto quello che ero. Mi aveva fatto ascoltare un disco noiosissimo degli Stormy Six, Un biglietto del tram. Un disco di musica politica di quelli che a lui piacevano tanto. Poi, per associazione di idee, mi aveva spiegato che poteva essere una provocazione fin dal titolo, perché con quel biglietto ci si facevano i filtri. Un’illuminazione mi aveva immediatamente chiarito perché ci fossero, in quella casa, delle cartoline da cui mancavano rettangoli di carta. Poi Sandro mi aveva parlato di quando al Macondo si entrava con un finto biglietto del tram.

Macondo è la città in cui è ambientato l’unico romanzo di Gabriel Garcia Marquez, Cent’anni di solitudine. Non ricordo quando l’ho letto. Ricordo che mi era piaciuto. Mi erano piaciuti i nomi, sempre uguali, degli innumerevoli personaggi, la scoperta del ghiaccio, la malattia della memoria, i biglietti appiccicati sugli oggetti a rammentarne il nome e la funzione, … Tutto quello che poi ho letto di Garcia Marquez mi ha annoiato. Mai più riletto Cent’anni, ché una volta ho sentito dire a Sergio Toppi che i libri che hai amato non li devi rileggere. La memoria è ingannevole: lui aveva riletto Il deserto dei tartari e l’aveva scoperto noioso.

Rostagno è tornato nella mia vita da morto. Era sulle pagine di “Dolce Vita”, un giornale che ho amato poco mentre usciva e che ho metabolizzato dopo. L’articolo parlava di quella comunità, Saman, e della fine di Rostagno. Prima di scrivere questo post, non ho cercato quel numero di “Dolce Vita” (ché quel giornale aveva un formato pazzesco e chissà dove è finito). Ma mi sembra di ricordare che in quell’articolo ci fossero foto in cui Rostagno era vestito di arancione. Eppure, quando è morto, vestiva di bianco. “Perché ti vesti di bianco?” gli chiede Claudio Fava, intervistandolo su “King”, e lui dice che dà risposte diverse a seconda di chi gli fa la domanda e inizia a snocciolarne diverse. Quella che preferisco è “Perché se sei sporco, sul bianco, si vede subito”.

“King” è un giornale che non ho mai letto. E’ uscito, per un breve periodo, a metà degli anni 80, mentre ero al liceo. Chi l’ha letto me ne parla sempre benissimo. Devo assolutamente cercarlo.

Poi, un pezzo della vita di Rostagno mi è arrivato addosso, una volta, mentre intervistavo Paolo Cesari sulla storia di “Dolce Vita”, giornale che ha fatto con Daniele Brolli e, per qualche tempo, con Igort, sotto lo sguardo attento di OdB. Sono un cialtrone: quell’intervista non l’ho mai sbobinata. Tra qualche tempo mi servirà e toccherà farlo. Cesari è un fiume di parole, sfiora la logorrea. Ricordo che quando mi ha parlato di “Dolce Vita” è stato denso di informazioni, dall’andamento sghembo e discontinuo, con scarti e ripetizioni, a volte melenso e appiccicoso. Proprio come piace a me. Una bella intervista. Era un 31 dicembre e ho rischiato di preparare la cena festosa ad anno già finito. A un certo punto, mentre parlava del Macondo e di Rostagno, ha aperto il portafogli e ha tirato fuori un biglietto del tram. Era il biglietto che consentiva l’ingresso al Convegno Nazionale sull’arte di arrangiarsi: “Il biglietto è cedibile a chiunque altro stia rollando. Disonesto usarlo più di una volta o per prendere il metrò. Comunque non c’è nulla da preoccuparsi. Bambulè”.

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2 pensieri su “Dopo Marx, Aprile

  1. Io “cent’anni…” non so più se mi è piaciuto, forse ero troppo piccolo, dovrei rileggerlo, invece mi piacque moltissimo “Cronaca di una morte annunciata”, credo l’unico altro libro di Marquez che ho letto, e che mi guarderò bene di rileggere.

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