I due edicolanti

Te l’ho detto, durante le vacanze ho avuto alcuni problemi con le edicole. Erano dei luoghi male attrezzati e malissimo gestiti e, facendo i conti col mio disappunto, ho scoperto che sono viziato. Lo sai, da anni si vendono sempre meno giornali e quello dell’edicolante è un mestiere a rischio. Dopo un periodo di rivalsa, durante il quale i chioschi si sono riempiti di ogni sorta di prodotto dell’intrattenimento (tipicamente allegato ai quotidiani), il dato fornito da editori e distributori ha ricominciato a produrre un grafico spaventoso con consuntivi e – soprattutto – proiezioni di venduto in picchiata. Si attende lo schianto: pochissime copie, per un numero immenso di testate ed edizioni.
In un contesto così disarmante, c’è da chiedersi cosa abbia potuto viziarmi.

Frequento tutti i giornalai che incontro, senza pormi troppe questioni e, siccome lavoro in una grande città, ho la possibilità di accedere a chioschi meglio attrezzati. Ma, a pensarci un attimo, non è la visita quotidiana (e nei giorni feriali) quella che mi ha abituato bene. Sono state le frequentazioni del sabato e della domenica, quelle che assurgono quasi a rito personale.

Sono metodico e abitudinario. In quei due giorni, frequento due negozi distinti. Sempre gli stessi. Entro, saluto, gironzolo un po’, mi accaparro una pigna di carta, pago ed esco… Così e semplicemente.

Una delle due è nel centro di un paesotto accanto a quello nella cui provincia vivo (è più complicato scriverlo che viverlo). Per raggiungerla, devo prendere l’auto. E’ gestita da un sessantenne cordiale e gioviale e da sua figlia. Si alternano al banco e, se sono fortunato e arrivo nel momento del cambio, assisto al passaggio di consegne: una procedura precisa e coordinata. Padre e figlia presentano una cura individuale rimarchevole: lei, alta, capelli neri, naso un po’ adunco, jeans e maglione, è truccata invisibilmente e, negli scambi di merce e denaro, porge grandi mani dalle unghie curatissime; lui è brizzolato e sempre abbronzatissimo, ha sopracciglia che richiedono tempo e pinzette e indossa golfini in tono pastello. Entrambi tengono la radio sempre accesa, sintonizzata su un canale che non riconosco ma che trasmette musica pop statunitense, e canticchiano tutte le canzoni, mostrando di conoscere tutti i testi (tutti!). L’dicola è ordinatissima e pulita ed espone decine di periodici stranieri.

L’altra è proprio dietro casa mia, nella periferia di un paese di provincia (provincia al cubo). Al banco c’è un tipo serio, silenzioso e sempre un po’ di cattivo umore. Malmostoso e antipatico, un po’ come me, se non fosse che io, qualche volta, parlo, soprattutto per dire cose sgradevoli e fastidiose. E questo posto è straordinario, perché, in un quartiere iperperiferico, riesce ad affastellare tutto quello che esce in Italia e a esporlo, ordinatamente e con metodo. Non esiste giornale che a lui non arrivi (o che, almeno, non sia arrivato per qualche tempo). Quell’uomo, taciturno e annoiato, non conosce il concetto di “resa a specchio”. Hai presente come funzione? Il trasportatore scarica un pacco con dentro un giornale dal titolo poco comprensibile e l’edicolante ne firma la resa senza esporlo e lo restituisce: anche così muoiono le iniziative editoriali.

Ecco. Penso ai miei edicolanti, così diversi e così attenti al perimetro entro cui si muovono, e capisco una cosa. Quello del giornalaio è un mestiere difficile. Per farlo bisogna essere un individuo affetto da ossessività compulsiva; bisogna amare l’ordine; passare le mattinate a fare crocette sui tabulati (o a caricare e scaricare barcode sul gestionale, se si è particolarmente attenti all’automazione); abbandonare periodicamente il banco per riallineare le file di riviste che una popolazione poco attenta continua a spostare; e avere anche un’idea geografica delle letture.

Già, perché non esiste un codice Dewey che suggerisca all’edicolante come raggruppare i giornali. Ogni volta che arriva una nuova testata, egli deve inventarsi il suo spazio e deve costruire una disposizione delle copertine che permetta al nuovo arrivato di essere visibile, di essere accanto a giornali dedicati ad argomenti prossimi e di essere rintracciabile al volo quando quel rompicoglioni che viene una volta alla settimana – sì, proprio lui: quello silenzioso malmostoso e antipatico – ti chiede se è uscito un giornale mai sentito nominare e che, nel migliore dei casi venderà 2.000 copie in tutto il paese.

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Un pensiero su “I due edicolanti

  1. Alcuni edicolanti sono degli eroi che resistono impavidi all’avanzata del nemico, tipo i fantaccini sull’altopiano di Asiago nella prima guerra mondiale.
    Ma sono sempre meno e oltretutto in crisi nera.
    Solo 5-6 anni fa un’edicola in pieno centro a Padova non te la pigliavi con meno di 150-200 mila euri sonanti, a seconda del giro d’affari.
    Adesso, se proprio sei negato per la trattativa, riesci a comprarti la licenza per 50 mila.

    Poi va detto che tanti edicolanti si ingrassavano col porno (a parte quella di fronte al Duomo), genere che adesso non rende più niente perché su iù-pòrn trovi tutto aggratis.

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