Storyteller in piazza: cose meravigliose e fatti diversi

Sono diventato un ometto. Mi sono presentato all’incontro sui cantastorie solo dopo aver preparato un intervento. Di seguito, gli appunti su cui ho lavorato.

1. In Italia 

Questa è una storia che deve cominciare necessariamente il 4 gennaio 1954, cioè il giorno in cui, dagli studi RAI di Torino, cominciano le trasmissioni televisive regolari in Italia. In quella data comincia convenzionalmente il periodo di straordinaria trasformazione – economica e industriale – del paese che chiamiamo “Miracolo italiano”.

La Tv produce l’unità linguistica nazionale e un nuovo sistema dei bisogni e dei consumi: arrivano nuovi elettrodomestici, migliorano i sistemi di trasporto, la vita viene scandita da ritmi nuovi (gli orari dell’industria e quelli dei mezzi, le vacanze estive e la periodicità delle trasmissioni broadcast).

La Tv produce un effetto di ritorno: la scomparsa della piazza.

Il giovedì sera bisogna chiudersi al bar per vedere Lascia o raddoppia. Oppure nella casa di un vicino che già ha la tv.

Presto l’elettrodomestico inessenziale entra in tutti i salotti: in alcuni quartieri (per esempio la Bovisa) il 100% delle famiglie ha una Tv entro la metà degli anni 60.

La sparizione delle piazze produce anche la sparizione dell’intrattenimento di piazza.

Quella della piazza è una storia antica, e con significative differenze geografiche, che include tutte quelle forme di oralità narrativa che pervadono il paese in un periodo di ridotta alfabetizzazione diffusa (un paese largamente agrario). Ci sono gli imbanditori e i saltimbanchi, gli spettacoli dei pupi e delle marionette, e ci sono i cantastorie

Al nord, gruppi, spesso familiari, che suonano e recitano (il supporto visivo è dato dalla messa in scena e dal gruppo che continua a recitare mentre al centro si sviluppa un’azione)

Al sud ci sono individui con il loro cartellone, che raccontano storie indicando al pubblico le immagini da guardare

Il cartellone è un manufatto prodotto da un individuo spesso analfabeta e sempre anonimo. La numerazione dei quadri è spesso opera di riproduzione di un simbolo che, agli occhi del disegnatore, è privo di senso.

Il racconto è quello di un fatto tragico o diverso, di sicuro effetto. Può essere una storia ascoltata decine di volte e resa piacevole dall’iterazione e dalle variazioni o una novità, quasi a favorire una forma di diffusione delle storie che simula il giornalismo (un giornalismo fatto di storie inventate e arricchite: un giornalismo normale, insomma).

Poi, dal 4 gennaio 1954, la progressiva scomparsa delle piazze porta anche alla sparizione delle forme di intrattenimento che lì avevano luogo. I cantastorie con i loro cartelloni diventano un fenomeno storico da studiare nelle università e… nei musei.

2. In Giappone

L’esempio di un’evoluzione tecnologica che produce la sparizione di forme di oralità non è esportabile ovunque. Per esempio in Giappone la situazione mostra significative differenze.

Il cinema fino a tutti gli anni Trenta è un posto silenzioso. Ci sono dei professionisti che trasformano quello spettacolo riproducibile tecnicamente in un evento unico. Essi infatti raccontano gli eventi che prendono luogo sullo schermo e danno voce ai protagonisti muti.

Poi arriva il sonoro e quegli artigiani, che hanno una propria evidente professionalità (e fonte di reddito) si ritrovano in mezzo alla strada. Letteralmente.

Si sviluppa, per sopperire a questa nuova insperata offerta, una forma di intrattenimento di piazza: il kamishibai. E, alla fine della guerra, in un paese in cui bisogna arrangiarsi, l’offerta aumenta parecchio

Un narratore che si sposta da un paese all’altro in bici

Con un’impalcatura di legno su cui far scorrere singole immagini (prodotte appositamente per lui da un disegnatore – tra gli autori di kamishibai ci sono disegnatori che diventeranno presto autori di manga di pregio)

Racconta due storie: tipicamente un fatto diverso e l’episodio di una serie.

Il modello di intrattenimento e di business funziona così:

  • richiamare i bimbi battendo due bastoncini legati con una corda
  • vendere le caramelle all’inizio e a metà dello spettacolo (sono marshmellow cotti tra due biscotti e preparati davanti ai bambini)
  • raccontare le due storie a bambini che, possibilmente, si stanno impiastricciando

L’associazionismo delle famiglie contro i prodotti di intrattenimento dei figli non è una novità. Gia allora ci sono le proteste contro i kamishibaika che: blandiscono i figli, occupano le strade, fanno caciara. L’occasione per le crociate è lo scarso igiene dei biscotti con caramelle.

Il fenomeno si esaurisce naturalmente ma, come in Italia le storie dei cantastorie avevano segnato lo spirito grandguinolesco di Carolina Invernizio (e di tutti i suoi eredi), anche in Giappone i detriti di quel passaggio si depositano sull’immaginario.

Sono molti gli autori che attraversano il kamishibai per atterrare sugli akabon e poi sui manga. Ci sono inoltre personaggi noti nella serialità giapponese nati per il kamishibai: ogan bat e kitaro dei cimiteri tra tutti

3. comparazioni

Nelle sale del museo ci sono gli scroll proveniente dall’India occidentale. E’ evidente fin dal nome come essi debbano essere fruiti, letti.

I cartelloni dei cantastorie erano, tra gli strumenti a supporto dei narratori di piazza, quelli con la struttura più vicina a quella di una pagina a fumetti: vignette in sequenza. Ma non per questo il cartellone del cantastorie era fumetto. Si trattava di un supporto utile a guidare il racconto, ma somigliava più a una mappa, a una carta geografica, che a una pagina di fumetto. Il cantastorie indicava il punto in cui era rappresentato un personaggio o una funzione narrativa per attirare l’attenzione dell’uditorio sul frantume di racconto. E non c’era alcun rigore sequenziale in questo itinerario tracciato con il dito o con una bacchetta (come, poco dopo, gli italiani avrebbero visto fare agli ufficiali dell’areonautica che presentavano le previsioni del tempo).

Assai più rigoroso era il racconto del kamishibai. Una sequenza di disegni (cerati per non rovinarsi sotto la pioggia) da mostrare in quella forma. Il numero di disegni regolava la durata del racconto ma non in modo lineare. Osservando le storie rimasteci dal periodo del kamishibai (e sono tante e raccolte in libri disponibili anche in occidente) si nota che tra un evento rappresentato e il successivo possono passare anche pochi istanti. Nel cartellone del cantastorie sono rappresentati i momenti salienti – l’incontro, la pistolettata, l’omicidio – nel kamishibai uno scontro tra due personaggi può richiedere diversi disegni. (ed è facile osservare come questa differenza ritmica e stilistica sia percebile anche nei fumetti prodotti dalle due scuole nazionali).

4. Perché portare gli scroll in un museo del fumetto

A questo punto posso azzardare una risposta a una domanda che mi ha assalito quando Giulia Ceschel mi ha fatto vedere per la prima volta gli scroll: Perché portarli in mostra in un museo del fumetto?

Confesso che ero scettico, ma pensandoci ho capito che la scelta è coerente.

Il fumetto è storicamente un modo della narrazione con alcune caratteristiche strutturali deboli (tutte le volte che tentiamo di enumerarle produciamo definizioni fallaci) e alcune caratteri commerciali di grande riconoscibilità. I formati, i pubblici, le realtà produttive, le aggregazioni autoriali… Sono proprio le caratteristiche commerciali che ci permettono di fare ipotesi sull’origine del fumetto: per metà della mia vita ho creduto in yellow kid, e per l’altra metà in Rodolphe Toepffer.

Tim Berners Lee nel 1993 inventa il web come lo conosciamo. Quell’aggregazione di paradigmi (internet, la rete, il link, l’ipertesto) ha trasformato definitivamente il lettore. Ora egli, per fare il suo mestiere di fruitore di storie, ha strumenti di forma diversa che possono espletare una o più funzioni o essere addirittura piattaforme convergenti (il mio cellulare, per esempio).

Thomas Kuhn, uno dei padri della filosofia della scienza ci spiega come funzionano le scoperte scientifiche e le rivoluzioni da esse scatenate. Esse modificano il paradigma (Foucault avrebbe parlato di episteme) e modificano la nostra comprensione del mondo. Dopo il punto di rottura, dobbiamo necessariamente riclassificare tutto il nostro sapere perché si adegui a esso.

La rivoluzione internet ha modificato il nostro approccio alla lettura. Continuiamo a sfogliare libri e fumetti e a guardare film al cinema o in televisione, ma abbiamo affiancato a queste pratiche tutte quelle nuove attività che fanno tanto disperare i pedagoghi del mondo intero. Cose che hanno a che fare con il multitasking e con la perdita di efficacia dei nostri neuroni a specchio, del nostro ipotalamo e della nostra capacità di apprendimento.

In questo contesto radicalmente modificato, dobbiamo trovare nuove parole per dire cos’è il fumetto. È necessario allore rivisitarne la storia e capire se questa o quella forma del racconto visuale, che razionalmente ci appariva distantissima dal fumetto, non abbia punti di contatto assai più visibili di quanto abbiamo percepito finora.

E allora la storia delle storie di piazza, cantate da individui che invitano a guardare delle immagini, potrebbe essere un elemento di questa storia nuova e più estesa, per compendiare tutto ciò che abbiamo studiato e abbiamo capito del ginevrino Rodolphe Toepffer e del newyorchese Yellow Kid.

Consapevoli però che, così facendo, estenderemmo la storia del fumetto fino a includere e contenere anche le presentazioni supportate da flussi di immagini che tanto spesso i consulenti per le grandi aziende hanno fatto e continuano a fare.

E sono presentazioni proprio come questa.

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3 pensieri su “Storyteller in piazza: cose meravigliose e fatti diversi

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