Mister Pedagogy, I suppose

Nel 1985 la libreria per ragazzi di Bologna “Giannino Stoppani” allestì, coordinò e organizzò una mostra dal titolo “Doctor Pencil e Mister China”. Si trattava di una raccolta di illustrazioni (o, più raramente, di pagine di fumetto) realizzate dal nucleo di autori – soprattutto bolognesi – che si muovevano tra “Alter Alter” e “Frigidaire”. L’area di appartenenza di questi disegnatori era la stessa che, dal 1983, si radunava attorno alla scuola di fumetto Zio Feininger . Ogni disegnatore in mostra aveva preso un testo letterario destinato ai bambini o ai ragazzi e ne aveva tratto due immagini. Le motivazioni che muovevano il progetto venivano chiarite nella nota introduttiva al catalogo, firmata da Antonio Faeti.

Oggi, il catalogo, che credevo introvabile, è riemerso dalla cantina della libreria Stoppani e, se passi da Bologna, ne trovi una pigna di copie (vendute a venti euro l’una) accanto al registratore di cassa.

Bada. Non ti sto consigliando di acquistarlo. Le immagini che contiene, tranne pochissime eccezioni, non sono particolarmente interessanti: sembrano realizzate da autori che hanno interpretato la commissione come fosse un compitino. Certo, ci sono alcune mirabili eccezioni: grandiose le due pagine di Elfo (una rilettura del soldatino di piombo), gigantesche le due immagini di Mattotti (i due primi disegni del Pinocchio – Mangiafuoco e l’impiccato – che, di lì a poco, daranno vita al libro illustrato), belle le illustrazioni di Igort e interessanti i quasi fumetti di Francesca Ghermandi (giovanissima).

Guardare le figure mi viene facile, leggere l’articolo di Faeti molto meno. Ciò nonostante, grazie all’aiuto volenteroso di Chiara, cerco di capire cosa muove questo progetto e il quadro ideologico mi sembra oltremodo naïve.

Non riesco a copiarne dei pezzi (mi perdonerai) e mi tocca quindi fartene un riassunto. Faeti dice che, mentre il fumetto per adulti (grazie soprattutto ai due giornali citati) continua a essere un baluardo di sperimentazione del bello, stanno scomparendo le testate destinate ai bambini. Questo sta spostando i loro sguardi sulla volgarità della televisione e dei prodotti derivati dalle animazioni giapponesi. Afferma che questo abbrutimento del senso estetico dei bambini va di pari passo con quanto succede al cinema (e ricorda come – alla recente mostra di Venezia – tutti fossero concordi su questa posizione): l’esplosione delle televisioni private aveva fatto scomparire le sale cinematografiche, lasciando intonsi solo i cinema a luci rosse (usa una metafora di bruttezza e volgarità che non mi sarei aspettato: parla di “luci rosse che brillano nel deserto”). In questo modo, i “film” (quelli veri, colti, belli) si vedono solo ai festival. In questo modo, la distanza tra i “pochi felici” e la “maggioranza di assenti” (continuo a citare a memoria) diventa sempre più siderale.

Tenere botta a questa inarrestabile regressione cognitiva prodotta da televisione e invasori nipponici è il mandato pedagogico che la mostra “Doctor Pencil e Mister China” si dà (e, a proposito di volgarità, se qualcuno si propone di sconfiggere il Giappone con la China, io un po’ sghignazzo).

Ora, sappiamo che la lettura del presente di Faeti era ingenua e fuori fuoco. Ma anche allora, nel momento in cui scriveva, a leggere quelle righe si sarebbe potuto sentire lezzo di analisi superficiale.

Non so tu, ma io nel 1985 c’ero: avevo 16 anni (verso la fine dell’anno 17), un sacco di testosterone, fiumi di provincialismo e poca voglia di fare lo studente. Leggevo molto, ma niente di quello che dovevo leggere per assecondare i volenterosi insegnamenti dei miei professori. Molti libri e molti fumetti. Guardavo molta tv, tanti cartoni animati giapponesi. Andavo al cinema, soprattutto d’estate. Passavo tante ore in palestra, scalzo, a tirare calci e pugni. Giocavo con i videogiochi.

Come me, erano quasi tutti i miei compagni di scuola o di palestra. Qualcuno più scemo, qualcuno meno.

Eravamo consapevoli del fatto che il mondo facesse schifo (mica uno è adolescente per niente), ma sapevamo benissimo che l’oggi era meglio dello ieri (tranne di quei rarissimi ieri dei baci e delle effusioni che avremmo voluto fossero un po’ più frequenti).

Le storie, l’immaginario, il visuale ci stavano attorno. Ci vivevamo dentro benissimo, senza bisogno di invisibili progetti pedagogici, nati per mettere in fila le immagini di storie che i nostri maestri avrebbero voluto che noi leggessimo. Eravamo cresciuti in anni in cui c’erano giornali specificamente progettati per noi. E noi godevamo dell’ignorarli, preferendo loro i fumetti di supereroi, gli albi bonelliani, i settimanali per i più grandicelli e qualche tascabile pornacchioso.

In fondo è stato proprio Faeti a spiegarci che l’immaginario non segue la via maestra: si muove, con disinvoltura e passo spedito, per le strade sterrate e, indifferente ai desideri dei pedagoghi, ci raggiunge.

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