Il mestiere di vendere

Mi è chiaro. Appartengo a un gruppo, non poi così esiguo, per cui l’ingresso in libreria è tanto un rito quanto un mito. Anche adesso che non riesco a leggere (spero temporaneamente), mi è impossibile non aggirarmi tra gli scaffali, cercando di intuire dall’impatto visivo della copertina, quali siano i libri disposti sul banco.

Mi è chiaro, è vero, ma solo da ieri. Ho parlato a lungo con un’amica libraia che mi ha spiegato il suo mestiere e i suoi dubbi. Mi ha indicato pure i suoi nemici.

Se entri in una libreria generalista, ti trovi di fronte un individuo che deve venderti dei libri. Perché se non fa fatturato, il posto che gli dà lavoro (e gli garantisce la possibilità di pagare l’affitto, le scarpe, il formaggio e – anche – i libri per sé) chiude. Al suo posto, a seconda della locazione e dell’occasione, ci trovi una saracinesca abbassata per sempre, un negozio di scarpe, un parrucchiere cinese o un apple store.

Quel tipo che ti vuole vendere libri non ha alcuna possibilità di competere con te, acquirente consapevole, su tutti i temi di tuoi interesse. Stupisce, ma nonostante la sua professione, è un individuo e ha una propria vita, fatta di riti, miti, affetti, gusti, disgusti, interessi e ossessioni. E quelle ossessioni sono tutte sue (e non provare a sfidarlo su quelle, perché probabilmente ne sa molto più di te). Consapevole di non poter essere un tuttologo (anche se, col tempo, tenderà ad assomigliarci parecchio), il libraio impara un mestiere che gli fornisce alcuni saperi.

Sa come si ordinano i libri, sa come si allestisce la vetrina, sa come si sistemano i libri negli spazi del negozio e sugli scaffali, sa fare i riordini, sa trattare con il giusto distacco i turisti che chiedono informazioni, gli intellettuali che questuano libri in dono e i perditempo che vogliono un titolo introvabile anche presso le librerie antiquarie, sa usare i cataloghi gli opac e i sistemi dei distributori, sa battere uno scontrino, sa fare il pacchetto per il regalo, sa chiudere la cassa la sera, sa fare le rese e sa aprire gli scatoloni dei libri quando arrivano tutti i giorni.

Insomma, è un negoziante. E, come tutti i negozianti, deve confrontarsi con l’umanità e con le storie in cui essa vive. Al contrario degli altri negozianti, il libraio ha più possibilità di esserne consapevole.

A meno che non sia stato formattato presso una scuola, egli maneggia merci della cui rilevanza è consapevole. Trovarsi in negozio gente come me (e come te) è una scocciatura: cerchiamo da soli, compriamo sempre e – spesso – più di un libro, conosciamo il titolo e il nome dell’autore, tendiamo a giocarci la carta del piacere, piccolo e meschino, della rivalsa intellettuale. In fondo, fuori da quegli spazi, puzziamo di sfiga e solo là dentro abbiamo un insignificante potere che vorremmo si trasformasse in un’arma di seduzione. E, schifosetti come siamo, tentiamo l’oscena carta della sopraffazione. Il libraio è un bipede senziente e, come tutti, cerca una modesta realizzazione in quello che fa. Insoddisfatto di fronte alla nostra spocchia, si interroga sul senso del suo mestiere.

Secondo me è quello il momento in cui, se è un libraio bravo, si sente inutile e insoddisfatto. Colto dalla sindrome dell’archivista che deve sistematizzare un infinito sapere, si accorge che il suo non è un mestiere rispettabile, di quelli che vengono rappresentati nei presepi. Perché i commercianti – tra pastori, fornai, magi e pescatori – ci sono, ma nessuno di loro sembra vivere il dovere di riporre le conoscenze nell’altrui teatro della memoria. E’ frustrante capire che il presepe, cioè la rappresentazione più ideologica dell’onestà, della produttività e dell’utilità sociale, non ha uno spazio per te. Allora, hai solo due opzioni: da un lato, puoi deprimerti e collassare su te stesso; dall’altro puoi affinare le armi della rivalsa. E, per come l’ho capita io, le armi del librai sono solo due: l’iperspecializzazione, che ti consente di affrontare lo snobismo e l’antipatia del cliente guardandolo con discutibile fierezza dritto negli occhi, e il piglio pedagogico, che ti induce a sperare che un non lettore, pronto ad ascoltare i tuoi consigli e ad amare i libri, entri nella tua libreria, un po’ come quel tipo che aspettava Godot.

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3 pensieri su “Il mestiere di vendere

  1. poi non abbiamo approfondito l’ultima parte del discorso, quella in cui ti avrei raccontato di come cambiano le competenze necessarie da libreria a libreria. da quartiere a quartiere, da città a città. io mi sto interrogando su questo. quello che so fare non serve tanto qui, nel senso non solo pedagogico come dici tu (ma da parte mia non c’è nessuna voglia di dire alla gente cosa deve leggere,spero sia stato chiaro) ma anche commerciale: non c’è domanda per la mia offerta. specializzarsi è sempre la cosa più sensata. devo capire in cosa. e se qui in questa città ne vale la pena visto che l’offerta è così alta e la domanda trova quasi sempre soddisfazione.

    lavorare dove la gente non entra libreria significa sviluppare un certo tipo di competenze e imparare a usare certi strumenti. e lì c’ero.
    poi ora sono a milano in una libreria che è sempre piena e spesso faccio solo cassa… non è né interessante né utile per me perché non imparo niente. ah, è non mi diverto. sì, siamo bravi a far trovare i bei libri a scaffale, ottimo, ma non è mica sufficiente. per me almeno.

    (poi quando hai tempo e voglia mi fai una lista dei tuoi imprescindibili del reparto ragazzi)

  2. Ecco la lista degli imprescindibili del reparto ragazzi a me piacerebbe leggerla sia di Spari, sia di alcuni dei lettori/commentatori di Spari… se ne hanno voglia.

  3. v. (ma ti è scappata la connessione gravatar, accidenti!): ho un po’ semplificato quello che mi hai raccontato perché ho un cervellino delle dimensioni di una noce moscata. Le differenze di modello mi interessano tantissimo ed ESIGO che mi racconti tutto.

    v., 403: gli imprescindibili del reparto ragazzi? Maccavolo! E’ difficilissimo. Anche perché mi piacciono quelli che piacciono a tutti. Ci penso.

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