La lunga strada

1. Un mio amico dice di essere razzista nei confronti di chi viene dall’hinterland milanese. Dice anche, bontà sua, che il fatto che io venga da quei posti serve a dimostrargli quanto tutte le forme di razzismo si basino su pregiudizi irrazionali. Secondo me, questo mio amico sbaglia di grosso. Lui non ci è mica cresciuto nell’hinterland milanese e non può sapere che quel clima di grettezza, meschineria, violenza e ignoranza ti mangia l’anima. Del resto, io sono cresciuto solo là e mica lo posso sapere se crescere altrove ti gratifichi con atmosfere diverse. Magari l’uomo è fatto per svilupparsi in ambienti che ti divorano l’anima. Però, siccome non posso saperlo, ho un pregiudizio al contrario: amo Milano.
Adesso mi allontano un po’ da questa dichiarazione d’amore, che ho posto qua a premessa, e mi metto a parlare di fumetti, ma alla mia sfera emotiva ci torno.

2. Hai presente i bonelliani? Albi in brossura, dalla periodicità quasi sempre mensile, che articolano un centinaio di pagine di carta, spesa e porosa, su un dorso incollato. Contengono sempre una storia avventurosa che parte da un genere unico, il western, per virare su altri toni.
Tipicamente quella roba non è pensata per me. Non è un problema, figuriamoci!, solo non sono il lettore cui gli autori di bonelliani/bonelloidi pensano mentre raccontano.
Sono consapevole della distanza dei miei bisogni dalle intenzioni di quei fumetti e, da tempo, ne leggo proprio pochi.
Di recente, due editori (Rizzoli Lizard e NPE) hanno ristampato tre storie di Tex scritte da Claudio Nizzi. Diligentemente ho cercato di leggere quei libroni (sono le riedizioni lussuose dei texoni di Magnus, Milazzo e Buzzelli).
Mi è chiaro: Claudio Nizzi è l’espressione definitiva di ciò che non voglio da un fumetto. Se prendi uno di questi oggetti e ti fai leggere le parole scritte nei balloon da qualcuno, mentre stiri cucini o spolveri, stai certo che capisci tutto quello che succede. Tutto. Un maestro di ridondanza che scrive per quello là che faceva casino nel banco di dietro e, siccome non lo si può bocciare anche quest’anno, adesso sta seduto accanto alla maestra, a portata di ceffone.
Se si prende questa montagna di dialoghi verbosi e ridondanti e la si dà a uno che fa i fumetti – chessò a Magnus o a Buzzelli – può succedere che dallo scontro con questo trattamento radiofonico venga fuori qualcosa di ottimo. Il problema sta nel fatto che a disegnare fumetti bonelliani/bonelloidi non ci vanno quelli che fanno i fumetti: ci vanno i disegnatori. Gente che conosce bene le anatomie, le prospettive, le inquadrature, ecc ecc… Lo diceva anche Tiziano Sclavi: “i disegnatori non è gente”: non gli si può chiedere di saper anche raccontare.
Prendi Ivo Milazzo. E’ il più disciplinato tra i disegnatori e, col tempo e in assenza di uno che sappia scrivere, è arrivato a una sintesi di segno tale da farci dimenticare l’Alex Toth cui tanto si ispirava. Oggi traccia segni scarni su sfondi assenti tesi a rappresentare l’essenziale: esattamente le stesse cose che dicono i fiumi di parole racchiusi nei balloon verbosi di Nizzi.
Ecco, quella roba non è per me.
Poi, fortunatamente, i bonelliani/bonelloidi non sono tutti così e mi capita di seguire con attenzione le cose fatte da alcuni fumettisti. Ho letto con piacere il Dr Morgue, guardo con interesse le cose disegnate da Bacilieri, mi piacciono alcune soluzioni del Tex di Faraci (ma non riuscirei mai a leggerne uno tutto intero).

3. Tra gli autori che guardo sempre con un po’ di curiosità c’è Diego Cajelli. E’ un tipo simpatico, scrive uno dei blog che leggo più spesso e, quando lo incontro, mi piace il suo posare da comedian (scansione accurata di tutte le parole e tono sempre un po’ più enfatico di quanto effettivamente serva). So che, quando fa fumetti, non si rivolge a me: non è un problema.
A Lucca ho preso l’anteprima della sua nuova serie Long Wei (in uscita a febbraio per Aurea). Un albetto di poche pagine in cui Cajelli e una manciata di disegnatori hanno dovuto confrontarsi con la necessità di presentare il personaggio e l’ambiente senza snaturare il ritmo bonelliano. Non mi sembra ci siano riusciti: una carrellata di storie di due pagine che ammiccano al cinema cinese di arti marziali; disegnatori a vari gradi di maturità e consapevolezza; e diversi errori di costruzione della pagina.
Niente di veramente grave, se raffrontato agli altri albi con cui Long Wei dovrà confrontarsi. Adesso che nel formato bonelliano sono apparse anche le serie francesi, lo standard si è abbassato notevolmente.

4. Non so da dove venga Diego Cajelli. Le note biografiche, sparse in rete, dicono che è nato a Milano, ma è una storia cui non credo. Secondo me, anche lui è cresciuto nell’hinterland milanese. Lo si capisce dal suo amore, irrazionale e basato su svariati pregiudizi, per Milano. Aprire l’albetto sottile di Long Wei mi ha stupito. Un cazzotto alla bocca dello stomaco. E chi se lo aspettava? Certo, sapevo che si trattava della storia di un cinese, esperto di kung fu, residente in via Paolo Sarpi a Milano. Ma vedere lo skyline, in trasformazione, della mia città è stato sorprendente. Innanzi tutto mi sono reso conto che Milano ha uno skyline e, in secondo luogo, ho visto quanto è riconoscibile.
Questo è amore.

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5 pensieri su “La lunga strada

  1. A proposito dello skyline di milano è una strana esperienza andare al planetario dove, torno torno, per tutta la sala circolare l’orizzonte è fatto con i profili delle case di milano, ma che sia milano lo puoi dire solo perché c’è il duomo. Punto.
    Manca la torre velasca, il pirellone, monte stella… insomma stai lì, tutto contento, in attesa che sopra la tua testa arrivi la via lattea ma un po’ sei a disagio, qualcosa non torna, quando capisci cos’è ti sembra che ti stiano prendendo in giro, che qualcuno non abbia fatto le cose per bene. Poi però la voce del tipo ti spiega che quell’ornamento è di poco posteriore alla costruzione del planetario. Tutti i tratti che ci permettono di riconoscere il nostro skyline, semplicemente, ancora non c’erano.

  2. Io abito di fronte alla ( Regia ) Dogana. Il Regia è parzialmente cancellato dall’usura e da qualche mano armata dalla Prima Repubblica. Quando porto Crepascolino alla scuola materna impegno via Farini all’altezza del ponte che si affaccia sulla nuova Skyline. Sono al centro del mondo, nel quartiere meno verde di Milano, e turlupinato dalla signora Moratti che aveva promesso di trasformare la zona della Dogana in un parco che arrivasse fino al ponte della Ghisolfa. Un mare di verde probabilmente visibile anche dalla luna. Il tutto pronto x la Expo. Pisapia non ha i fondi, pare. Amo Milano almeno quanto amo i fumetti, ma lei non ama me con lo stesso trasporto. Cattiva.

  3. Hola!
    Sono nato in via Paolo Lomazzo, proprio lì a chinatown.
    Ci sono rimasto 14 anni, poi con i miei ci siamo spostati più in sù, verso via Cenisio, poi da solo sono andato in piazza Castelli, poi sul naviglio e ora nel granducato di Baggio.
    No, hinterland. Tutto Milano. E non mi spiego nemmeno io il mio amore irrazionale verso questa città.

    Su Long Wei ti dirò…
    E ci credo che ammicca al cinema asiatico!
    Long Wei è un attore fallito, che per una serie di casini viene in Italia per rifarsi una vita.
    Quelli che vedi nello zero sono alcuni dei film che ha girato. Dove, se ci fai caso, ha sempre un ruolo di secondo piano.
    (Controlla i ruoli nelle tavole cinematografiche)
    Quindi no, non sono paginette prese a minchia dai numeri della serie, ma un qualcosa di coordinato, preciso e realizzato per l’occasione.
    Lo dico nello zero?
    No.
    Ma ci si poteva arrivare leggendo il fumetto con molta attenzione.
    (Chiedo molto ai miei potenziali lettori, me ne rendo conto.)
    Nel numero 1 viene detto in modo esplicito che Long Wei è un attore.
    Ma sullo zero non mi andava di dirlo, non mi andava di esplicitarlo, nemmeno nei redazionali.
    Sai che palle dire sempre tutto, essere sempre chiarissimi, e via discorrendo?
    Sai che palle mettere “le didascalie”.

    Sull’abbassamento dello standard hai ragione, ed è deleterio perchè abbassa le aspettative di tutti, lettori compresi.
    Non mi meraviglia che tu di fronte alle tavole in cui si esplorano i generi cinematografici cinesi, ti sia detto: beh, sarà così. Sarà quello che mi verrà raccontato.
    Dando per scontato di essere di fronte ad un operazione citazionista/postmoderna pura.
    E invece no.
    Potevo dirlo nello zero?
    Sì, potevo, ma detesto gli spiegoni. Nella storia non c’era un momeno narrativo adatto.
    Anche perchè lo zero è ambientato DOPO il numero 12 della serie.
    E’ in flashforward, i personaggi già si conoscono, i loro rapporti sono già strutturati, che gli fregava ri-presentarsi.

    Per cui, ti rigiro la domanda…
    L’abitudine mentale ad essere di fronte ad uno “standard abbassato” nel fumetto popolare, quanto influenza la lettura?

    Milano:
    Milano ha un skyline. Ed è importante “farla vedere” è importante rimarcarla a livello narrativo.
    (Rifo: è importante per me. Poi è lecito che a qualcun altro non gli freghi nulla, eh!)
    Su Long Wei ho fatto un vero e proprio lavoro di narrazione visiva, e sono contento che ti siano bastate poche pagine per notarlo.

    Baci a tutti,
    Diego!

  4. Accidenti! Sei milanese come una cotoletta! (e devo confessare un po’ di delusione).
    Hai ragione quando dici che l’abbassamento degli standard ha abbassato anche le aspettative dei lettori. Non mi sono messo a fare il lettore: ho sfogliato un albo e guardato le immagini. I dialoghi mi sono parsi sotto il tuo standard e adesso capisco che mimavano la cinematografia cinese e siccome, secondo me (ma attendo di essere contraddetto), tu conosci il cinese come me, i dialoghi cui fai riferimento sono quelli che ti vengono dai doppiaggi e dai sottotitoli (e, per esempio, tutte le volte che c’è della comicità verbale e capisco che dovrei ridere, mi sento un po’ a disagio).
    Poi, però, quando scrivo che di solito gli autori bonelliani non si rivolgono a me, non ne faccio questione di quarti di nobiltà (ché sono snob, ma non così tanto: barks, watterson, kurtzman, tezuka, magnus … si rivolgono a me. Eccome!). Ne faccio questione di codici e, forse anche, di formati.
    Sull’abbassamento dello standard di quella scrittura, secondo me, non è il caso che ne parliamo. O almeno non è il caso che ne parliamo insieme. Perché bisognerebbe fare i nomi. E a me non costa fatica dire che gli autori di quel formato guardati con più interesse sono poco dotati. Per te sarebbe, come mi diceva ieri un amico, “infamare un collega”.

    Abbraccio
    p

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