I sogni dei gentiluomini di fortuna

Il dodicesimo volumetto dedicato a Corto Maltese dal “Corriere della Sera” (nel 2010) riporta in copertina il titolo Le lagune dei misteri. Il testo di presentazione parla di un dirigibile sospeso in alta quota, di quattro carte da gioco e di mille “bei sogni”.
Scrivere una prefazione la settimana richiede disciplina, motivazione e anche un po’ di paraculismo. Per scrivere la prefazione al volume che, con ogni evidenza, contiene anche
 La laguna dei bei sogni, ho provato a raccontare una storia poco edificante e, rileggendola, scopro di aver mancato il bersaglio. Ci sono andato cauto. Troppo cauto, quasi spaventato.
Innanzitutto, nella prefazione ho mentito. Non è andata esattamente come racconto qua sotto. Approfitto di questo spazio per rettificare. Eravamo d’accordo con l’insegnante di religione (uno di questi tipini che, negli anni 70, insegnavano religione tutti intrisi di teologia della liberazione): avremmo visto tutti – maschi e femmine – lo stesso programma televisivo per parlarne in classe il giorno dopo. Supergulp era la nostra trasmissione preferita e non c’erano stati problemi a trovare l’accordo. Non ricordo quali altri fumetti in tivù fossero stati affiancati a quel Corto Maltese. Probabilmente un supereroe Marvel e qualcosa di comico.
Eravamo molto orgogliosi del nostro Supergulp e, quando il maestro ci ha evidenziato una falla morale, non abbiamo neanche capito di cosa parlasse. In fondo noi guardavamo Corto Maltese, perché eravamo convinti che una storia senza dialoghi né figure non avesse alcun senso. Lui no. Lui cercava un precetto morale da inculcarci in quell’oretta che doveva contrattualmente riempire.
Il conflitto era, allora, insanabile.
Per raccontare quella storia, mi sono messo a parlare di un’Alice che, in quei giorni, era lontanissima dal nostro immaginario di bambini di provincia. L’avrai capito, amo il dittico di Carroll e Tenniel e tutte le sue derivazioni e deviazioni.
Parlare di Alice in questa prefazione è un trucco di cui ora mi vergogno. E non perché Alice non c’entri nulla, ma, più banalmente, perché è lo scivolo che mi accompagna verso il riempimento delle 3/4000 battute di cui la prefazione doveva – contrattualmente – comporsi.
Ecco. Questa prefazione mi dimostra che il mio maestro di religione della quarta elementare ha vinto, schiacciando il mio immaginario. Quel precetto morale – in verità un po’ stronzo – mi ha sconfitto.
(Qui le altre prefazioni)

Cort

Spettinato e con la barba incolta, l’uomo malato si qualifica fin da subito come ufficiale degli “Artists Rifles”. Ha occhiaie nere e profonde e lo sguardo febbricitante, getta occhiate colme di speranza e follia sulla laguna dei bei sogni. Corto Maltese deve andare a salvarlo, prima che febbre e follia lo divorino.

Questo è l’impianto dell’avventura di Corto Maltese che ha maggiormente segnato i lettori della mia generazione, quella che lo ha conosciuto sul piccolo schermo, guardando la trasmissione “Supergulp! Fumetti in TV”. I ragazzi un po’ più grandi di noi avevano già incontrato l’eroe di Hugo Pratt sulle pagine del “Corriere dei piccoli”, che era poi diventato il “Corriere dei ragazzi” e, forse, avevano già seguito il marinaio sulle pagine del mensile “Linus”.

Per noi, che ancora frequentavamo le elementari in quel 1977, era stata una sorpresa, anche perché dopo aver mostrato il viso, bello e misterioso, il marinaio quasi non appariva in quella strana storia fatta di sogni malati, ma avventurosi, che cercavano rivalsa su una vita di errori e rimorsi.

Ricordo ancora come, il giorno dopo, l’insegnante abbia speso gran parte delle ore di lezione a spiegarci quanto fosse sbagliata la suggestione morale di quel fumetto, riassunta da una singola frase detta dal misterioso soldato nell’avventura di Corto Maltese. “Non è vero”, ci diceva, “che col denaro si compra tutto, anche la felicità”, colmo di preoccupazione che l’insegnamento potesse insediarsi nei nostri cuori di bambini di provincia e inaridirli. Ricordo ancora come a nessuno di noi sarebbe rimasta impressa quella frase se l’attento insegnante non si fosse prodigato a sottolinearne il terribile valore diseducativo. Noi, i bambini, eravamo stati catturati dal sogno e dall’avventura.

Conoscevamo la storia di Alice nel paese delle meraviglie. Forse perché uno dei nostri attenti insegnanti ci aveva fatto leggere il romanzo di Lewis Carroll o, più probabilmente, perché il cinema vicino casa aveva programmato la trasposizione animata disneyana. Vedendo La laguna di Corto avevamo subito pensato agli incredibili viaggi della bambina che cadeva in un buco o attraversava uno specchio, diventava grande o piccola, mangiando e bevendo, per varcare porte incongrue, si confrontava in lunghe chiacchierate dal senso vago con strane e buffe creature, si sedeva per prendere un tè vicino a un improbabile tavolo imbandito nel bosco.

Ecco. Tutti questi eventi straordinari erano presenti nella prima avventura del nostro Corto Maltese. E, come nei viaggi di Alice, il risveglio faceva svanire quei mondi meravigliosi, riportando alla luce la realtà. Fortunatamente, per continuare a sognare bastava ricominciare a sfogliare le avventure di Corto Maltese.

 

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